21 giugno 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 14 Giugno 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=48625

 

Una scomoda verità (cit.) sembra emergere da un numero sempre maggiore di studi sull’evoluzione del quoziente intellettivo umano: stiamo diventando più stupidi. Non che i segnali in questo senso mancassero, in verità…

In barba alla narrativa del globalismo più becero che addebita le sue sconfitte ai “vecchi” e affida la sua salvezza ai “gggiovani”, pare proprio che siano i secondi a subire maggiormente gli effetti dello scadimento delle capacità intellettive dell’homo sapiens. Le ricerche in materia si susseguono da tempo, in un silenzio imbarazzato da parte di quella stampa liberal ultra-maggioritaria sostenitrice delle magnifiche sorti e progressive del genere umano (per lo meno di quel genere umano, sempre più esiguo, che ancora li legge e per giunta gli crede).

Il dramma è tutto nel grafico allegato, una linearizzazione degna del miglior IPCC con una diagnosi di assoluta certezza (come quelle dei modelli climatici): di questo passo il signor Rossi avrà presto un quoziente intellettivo inferiore a quello del gorilla Koko. L’alternativa è credere alle profezie di Elon Musk, che ci vedono soccombere all’intelligenza artificiale prima di allora. Se faccio un confronto tra Musk e Koko, propendo comunque per la prima ipotesi, e il problema dell’intelligenza artificiale non me lo porrei. Almeno per il momento.

 

Fonte: Dailymail

 

Gli studi

L’Express ci informa di un recente studio norvegese su 730,000 uomini che ha evidenziato un calo drammatico delle facoltà intellettive degli stessi rispetto ai loro papà, confermando a sua volta due studi inglesi precedenti che avevano collocato il calo del QI per decade in un range tra 2.5 e 4.3 punti: una enormità che nel giro di qualche decennio ci metterebbe sui banchi di scuola in compagnia di Lessie e Peppa Pig. Tutti a lezione dal professor Koko.

Gli studi in materia sono numerosi e i risultati in molti casi paragonabili, con un comune denominatore: dopo la crescita del quoziente intellettivo iniziata al termine della seconda guerra mondiale, il trend si è invertito e dagli anni ’70 mostra una decisa diminuzione. Alle ricerche in questione si aggiungono anche evidenze più empiriche, come quella fornita dall’Università di Loughborough che ha riscontrato un crollo verticale della qualità degli studenti nello “A-Level” (l’equivalente del nostro esame di maturità): un ottimo studente di oggi sarebbe stato considerato una schiappa senza speranza negli anni ’60.

Le cause

Se gli studi sul quoziente intellettivo umano sono discutibili gia di per sè, figurarsi le analisi sulle motivazioni del presunto istupidimento generale. Le più tradizionali associano l’evoluzione del QI a fattori educativi e più in generale collegati al benessere, e quindi vedono in questi dati una conferma dell’ormai avvenuto raggiungimento del picco di benessere nelle economie sviluppate. Altri, invece, ne fanno una questione genetica e sostengono che il benessere abbia solo mascherato un declino cognitivo già in corso da tempo. Per rimanere in ambito genetico, i più politicamente scorretti sostengono che le coppie più istruite facciano meno figli e questo limiti la trasmissione genetica di facoltà intellettive superiori alla media: un modo elegante per dire che la mamma dello scemo è sempre incinta.

A chi scrive appaiono più convincenti le riflessioni sull’evoluzione dell’intelligenza umana in relazione allo sviluppo della tecnologia. L’istruzione è sempre più epidermica, siamo sommersi da una quantità infinita di informazioni e la capacità di approfondimento e di analisi non è più richiesta, perché un copia e incolla ben fatto trasforma quello che un tempo era un lavoro complesso e metodico in una pratica da sbrigare in un paio di minuti. In altre parole, la tecnologia ci sta rendendo più informati, ma meno intelligenti.

A chi giova?

Ammesso che le nuove tecnologie ci stiano realmente rendendo più stupidi e incapaci di approfondire e analizzare le informazioni da cui siamo sommersi, è forse il caso di notare che dietro quelle stesse tecnologie ci sono i giganti dell’high-tech e i nuovi padroni del potere finanziario mondiale, come discusso già in un precedente articolo. E dietro quei giganti e quei padroni, la stragrande maggioranza della stampa mainstream mondiale.

È facile immaginare quegli stessi padroni del vapore nel porsi la domanda delle domande: “La gente non ci crede più perchè si è rimbecillita? O più probabilmente, non si è ancora rimbecillita abbastanza da credere alle nostre storie?” Ed è proprio in questa penosa gara di velocità tra il rimbecillimento collettivo da social network e la manipolazione delle informazioni da parte di chi quei network li controlla, che si gioca il destino del genere umano.

Male che vada, tutti a scuola dal professor Koko: a studiare ambientalismo, relativismo, climatismo e russofobia. E non si dica che non ce lo saremo meritato.

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