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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 06 Settembre 2019
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=51502

L’agenda politica occidentale di questi tempi è dominata da temi verdi e salvamondisti, e tra questi la parte del leone la fa il famigerato “Green New Deal”. Nessuno sa bene di cosa si tratti, in realtà. Ma suona dannatamente bene e quindi i politici ci si abbeverano volentieri.

A lanciare questa rivoluzione socio-economica è stata Alexandra Ocasio Cortez, stella del partito democratico americano, forte di un solido background economico-scientifico che ha visto il suo culmine in un impiego come barista prima di essere catapultata al Congresso americano. Riassumere il programma del Green New Deal da lei declinato è impresa disperata, tale è il cumulo di sciocchezze e ingenuità economiche in esso contenute. Ma provando a sintetizzare, Alexandra suggerisce di spendere l’equivalente di circa 100 trilioni di dollari (un uno seguito da 14 zeri, per i meno avvezzi alla matematica) in iniziative “verdi” di portata faraonica, e di altrettanto dubbia utilità economica e sociale, a partire dal fatto che le risorse per finanziarle semplicemente non ci sono.

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Messo alla prova del senato americano, il “Green New Deal” di Alexandra è stato bocciato con 57 voti contrari, e zero voti favorevoli. Ché gli americani saranno pure dei semplicioni, ma quando si tratta di tutelare i propri interessi difficilmente si sparano nei piedi da soli. Per fortuna per questo ci sono gli europei, che invece il socialismo rivoluzionario salvamondista della Ocasio l’hanno abbracciato con entusiasmo.

Il problema tedesco

II problema dell’Europa, è che per dirla alla shakesperiana c’è del marcio in Germania. Marciume economico di cui i giornali non amano parlare, ma che permea l’intero sistema economico tedesco. A partire dalle banche, con le condizioni disastrose di Deutsche Bank, un tempo fiore all’occhiello del sistema teutonico, e ridotta oggi ad una Lehman Brothers in salsa verde di Francoforte, letteralmente annegata in un immondezzaio di derivati finanziari tossici e assediata da una miriade cause legali.

Ma il vero problema della Germania è nel cuore stesso della sua economia: la sua industria. Troppo dipendente dall’export, e quindi vulnerabile all’imposizione di dazi o alle dinamiche del ciclo economico cinese. Una industria “vecchio stile”, basata sulla performance del settore manifatturiero e su settori “storici” (e ciclici) come l’automotive che si portano dietro un indotto gigantesco. Il punto è che alcuni dei settori chiave dell’industria tedesca hanno raggiunto uno stadio di maturità molto avanzato, frutto della ottimizzazione di processi produttivi che hanno assicurato livelli di efficienza altissimi, e altrettanto difficilmente migliorabili. Basti pensare all’efficienza dei motori diesel di ultima generazione, talmente “verdi” da produrre emissioni ormai praticamente trascurabili.

Ecco, il problema è proprio qui. Quei motori sono troppo “verdi”. E offrono quindi pochissimi margini di profitto, vista la maturità ed efficienza della tecnologia in questione. Di qui l’apparentemente insensata e suicida campagna di demonizzazione verso questa tecnologia, ormai troppo tardi rivelatasi un’autentica bufala. Infatti, di fronte alla constatazione che il modello di sviluppo tedesco mostra troppe rughe, e preso atto che a dispetto delle auspicate ondate migratorie il costo della manodopera è rimasto decisamente superiore a quello delle economie emergenti, il Green New Deal ha quindi fatto breccia nelle menti sopraffine degli economisti europei. La soluzione ai mali dell’economia tedesca è pronta e servita: rottamare il nucleare, eliminare il carbone, aumentare ulteriormente il numero di pale eoliche e pannelli solari. E, soprattutto, disfarsi dei motori a combustione interna per concentrarsi sulla produzione di auto elettriche, che hanno margini di miglioramento (e di guadagno) ben superiori.

Ma come si fa a buttare via qualcosa che funziona benissimo e costa poco, in cambio di qualcosa che funziona male e costa il doppio? Semplice, per quello ci sono le normative europee. Basta demonizzare gli idrocarburi, gridare alla fine del mondo imminente, imporre limiti draconiani sulle emissioni, e la macchina elettrica diventerà obbligatoria. Per legge. Con l’effetto collaterale graditissimo ai produttori (e agli investitori) che i finanziamenti agli investimenti “green” saranno garantiti dall’imposizione di tasse. Tasse green, ovviamente, con tanto di marchio “Greta” a renderle (sperabilmente) più digeribili per i contribuenti.

Questione di buche…

Alla fin fine, ragionano i sopraffini economisti, il Green New Deal altro non è che una declinazione moderna e politically correct delle “buche di Keynes”, ovvero della teoria secondo cui bisognerebbe “riempire delle bottiglie di banconote, sotterrarle in delle buche, ricoprirle di immondizia e poi pagare delle imprese per tirare nuovamente le bottiglie fuori dalle buche: aumenterebbe l’occupazione, e con questa anche il reddito della comunità. Certo, sarebbe più sensato costruire infrastrutture, ma se ci sono problemi politici che lo impediscono, meglio scavare le buche che niente”.

Profetico, Keynes, innanzitutto nell’intravedere una classe politica inetta, paralizzata e riluttante a fare la cosa più semplice: investire in infrastrutture, portatrici non solo di posti di lavoro, ma esse stesse elementi di modernizzazione, di progresso, volani per slanci economici ulteriori. Oggi, invece, non ci si limita solo a proporre modelli di sviluppo inutili come le buche riempite di immondizia. Oggi si fa di peggio, si propongono le buche del Global Warming: iniziative suicide per una economia manifatturiera come quella tedesca, in quanto rendono il costo dell’elettricità più alto, impoveriscono i cittadini gravati da nuove tasse (deprimendo ulteriormente i consumi interni) e abbassano la competitività del sistema industriale nel suo complesso.

Più che buche, fosse comuni

Come ipotizzato da Keynes, il problema è che la vecchia classe politica tedesca è letteralmente paralizzata. Dalla paura. Se da una parte cresce il consenso per partiti anti-sistema, dall’altra parte i Verdi si avviano a diventare il primo partito tedesco, aiutati in questo anche da massicce campagne ambientalistoidi di “sensibilizzazione” portate avanti da gruppi di pressione anche extra-europei. Nel tentativo di parare il colpo, i partiti un tempo conservatori o vicini alla classe operaia hanno pensato bene di reinventarsi “verdi”, e questo spiega il ripiegamento frettoloso e maldestro sul modello di sviluppo gretino. E l’impossibilità, tutta politica, a dispiegare investimenti in infrastrutture che pure sarebbero drammaticamente necessari, ma che verrebbero demonizzati come “non-green dai partiti verdi e dai gruppi di pressione ambientalisti.

E sarà solo un caso, che le istanze ambientaliste di ispirazione extra-europea giovino proprio, in ultima analisi, ai competitor della Germania e dell’Europa tutta: gli Stati Uniti ad ovest, e la Cina ad est. Giganti geopolitici in lotta tra loro, ma accomunati dal desiderio di confrontarsi con una Europa debole, pavida, incapace di competere industrialmente. Nella migliore delle ipotesi, semplice sbocco geografico di prodotti fabbricati altrove.

E se lo stesso Keynes, con riferimento all’inutilità delle previsioni troppo lontane nel tempo, amava sottolineare che “nel lungo termine saremo tutti morti”, forse è il caso di chiedersi se le buche del Global Warming che oggi ci apprestiamo a scavare, ben lungi dal regalare un sia pur temporaneo sollievo in attesa di tempi migliori, non promettano invece di diventare proprio le fosse in cui andremo a seppellirci tutti, con le nostre stesse mani.

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