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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 30 Marzo 2019
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=50589

In questi giorni su Nature Geoscience è apparso uno studio che ha fatto alzare qualche sopracciglio: pare che il ghiacciaio di Jakobshavn, quello che è considerato il “termometro” della febbre della Groenlandia, dopo 20 anni di trend negativo (leggi arretramento/assottigliamento), negli ultimi due anni abbia deciso di cambiare vita, e ha ripreso a crescere. Inopinatamente, visto che gli autori dello studio in questione hanno ammesso di essere rimasti semplicemente “increduli” dinanzi ai risultati dello studio stesso: “ci aspettavamo che avrebbe continuato ad assottigliarsi con lo stesso trend degli ultimi 20 anni”.

Riavutisi dallo shock, però, gli scienziati in questione ci hanno pensato meglio. E sono arrivati a delle conclusioni interessanti. Ebbene, pare che l’inversione di trend sia legata al raffreddamento delle acque marine della vicina baia di Disko. E allora? Tutto chiaro vero? Il mare si raffredda e il ghiacciaio ritrova la forma dei bei tempi andati. Nemmeno per sogno. Il raffreddamento del mare e l’avanzamento del ghiacciaio sono invece tragico presagio di sventura, perché dimostrano che il ghiacciaio è più sensibile alla temperatura del mare di quanto non si ritenesse in precedenza.

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Ergo, siccome questo raffreddamento è ovviamente temporaneo e dovuto ad oscillazioni fisiologiche della NAO che ogni tanto fa i capricci, e siccome in futuro il mare si scalderà di sicuro (lo dicono i modelli) allora il ghiacciaio si scioglierà in misura maggiore rispetto al previsto. Riassumendo e trivializzando: siccome il ghiacciaio avanza e cresce contro ogni previsione nel breve termine, allora nel lungo termine moriremo tutti affogati perché in futuro si scioglierà più del previsto.

Lascia o Raddoppia

Lascio volentieri ai blogger più esperti del sottoscritto l’analisi delle motivazioni raffinatissime che hanno spinto i ricercatori in questione a considerare le “fisiologiche oscillazioni della NAO” del tutto irrilevanti nei precedenti 20 anni, salvo scoprirle improvvisamente determinanti solo per gli ultimi due anni in cui il trend è cambiato.

Resta il fatto che in questo specifico caso l’evidenza sperimentale smentisce un modello di previsione che assumeva una decrescita sostanzialmente lineare per il ghiacciaio. E questa stessa evidenza sperimentale, invece di suggerire una revisione del modello nei termini di una decrescita meno rapida, diventa invece l’input per una revisione del modello stesso in termini ancora più catastrofistici. Più che davanti ad una dotta disquisizione scientifica, all’osservatore poco avvezzo alla letteratura sulla scienza del clima pare di ritrovarsi davanti a una puntata di Lascia o Raddoppia.

Questione di Trend

Ben inteso, il Lascia o Raddoppia in questione è spettacolo tristemente noto a chi guarda, da scettico, allo spettacolo offerto dalla narrativa corrente sul global warming. Più l’evidenza sperimentale pare smentire le previsioni di modelli plurifallimentari (trend di aumento di temperatura globale, di scioglimento dei ghiacci artici, di aumento di fenomeni estremi, di aumento del livello dei mari, global greening e chi più ne ha più ne metta) e più le previsioni si fanno a loro volta catastrofiche.

A volte ci si chiede dove sia andato a nascondersi, il cosiddetto metodo scientifico, in certe discussioni sul Global Warming. Ovvero quella bizzarra pretesa di partire da dati empirici per mettere alla prova le ipotesi e le teorie da vagliare. Perché la sensazione, talvolta, è che la teoria sia diventata chiave unica di interpretazione dei dati empirici stessi. Quale che sia il trend, o addirittura il segno stesso, di quei benedetti dati.

Ma sono solo impressioni infondate di un non addetto ai lavori. Perché per fortuna, certi ricercatori hanno il dono della capacità comunicativa, e aiutano l’ignorante di turno come il sottoscritto a capire cosa bolle davvero in pentola. Con riferimento al ghiacciaio groenlandese, lo scienziato Joughin (l’unico, pare di capire, che avesse previsto la temporanea inversione di trend) spiega: “quello che accade è solo uno scostamento temporaneo. Dei cali capitano anche sul mercato azionario, all’interno di un trend comunque crescente. Si tratta della stessa cosa”.

Al sottoscritto, che invece di mercati azionari qualcosa capisce, si accende una lampadina: i trend infiniti non esistono, perché prima o poi il trend si inverte. Ma soprattutto, uno dei segnali più forti di imminente inversione del trend, si ha quando (quasi) tutti gli investitori sono convinti che il trend continuerà. In gergo: quando il gregge è tutto dalla stessa parte.

E se avesse ragione Joughin, anche questa volta?

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Le dichiarazioni dei ricercatori sul paper in questione sono tratte dall’articolo pubblicato su Zerohedge in data 29/03/2019

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