21 dicembre 2016 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Carlo Colarieti Tosti
Data di pubblicazione: 15 Dicembre 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=43078

Mettetevi comodi, perché qui c’è l’inverno. E c’è un lavoro che non a mio parere è unico, che esprime un livello di conoscenza degli argomenti di cui ci piace discutere, da cui traspaiono una passione e una voglia di sapere che da sole meritano la lettura. Per questo, sento di dover ringraziare pubblicamente l’amico Carlo Colarieti, che questa passione e questa conoscenza la divide con noi.

Buona lettura, davvero.

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Per approfondire l’outlook pubblicato lo scorso 29 novembre ritengo opportuno ripartire da questo concetto:

Spesso il binomio bassa attività solare con positività dell’indice QBO è favorevole ad un rafforzamento del vortice polare con un incremento della circolazione zonale alle alte latitudini ed un incremento della pressione nella fascia delle medie latitudini. Questa semplificazione ha le sue eccezioni ed infatti non trova conferme nelle condizioni attuali della circolazione. Un buon tracciante di quanto appena descritto è la circolazione dell’ozono facente capo alla Brewer Dobson Circulation (BDC).

Questo incipit è utile per comprendere tutto il ragionamento sul quale vorrei accompagnarvi in questo articolo che tenta di interpretare quanto sta avvenendo nell’ottica del proseguo della stagione invernale.

Altrettanto doveroso è sottolineare che non possiedo nessuna sfera di cristallo per scorgere il futuro e quindi nessuna verità giace nelle mie tasche ma cerco, spesso anche sbagliando, di interpretare i dati per trarne delle ipotesi sull’evoluzione del sistema, ed infatti è proprio dai dati di analisi che partiremo per il  viaggio che ci porterà alla nostra prognosi.

Quindi per farsi una coerente opinione è indispensabile capire qual è lo stato di fatto dell’atmosfera. Nelle figure 1 e 1a possiamo vedere le anomalie emisferiche alla quota isobarica di 500 hPa rispettivamente del mese di novembre fino al 10 dicembre per il 2016 e per lo stesso periodo dello scorso anno. Questo raffronto ci sarà utile per capire meglio i dati e i grafici successivi. Dalle anomalie appare piuttosto evidente come il neo formato vortice polare quest’anno sia molto più esteso verso sud rispetto allo scorso anno, quando risultava più chiuso oltre i 60°N (vedi cerchio in neretto).

Quindi, come scritto nel primo outlook, le condizioni iniziali del vortice, e conseguentemente della stagione autunno invernale in avvio, sono molto diverse da quelle che hanno contraddistinto la passata stagione. Questa anomalia è forse meglio apprezzabile dalle cross section delle anomalie del geopotenziale tra 1000 hPa e 0.4 hPa come da figure 2 e 2a che hanno il pregio di mostrarci le stesse anomalie delle figure precedenti ma distribuite sull’intera colonna atmosferica e solo nelle latitudini comprese tra i 65°N e i 90°N.

Le figure 3 e 3a a seguire sono le stesse di cui sopra ma riferite al solo trimestre ottobre, novembre e dicembre. Possiamo già intuire che l’intera dinamica che dall’estate porta alla formazione del primo vagito del vortice polare, ha  percorso strade diametralmente opposte. Questo dato di fatto rappresenta la base di partenza per qualsivoglia ragionamento che riguardi l’evoluzione futura del vortice stesso. Le domande che dobbiamo porci sono: cosa ha determinato questa differenza? E quindi: tale dinamica è caratterizzante per l’intera stagione invernale o sono in vista cambiamenti?

Come sappiamo, ma forse è opportuno ripeterlo, il vortice polare è particolarmente sensibile alla quantità di calore latente e sensibile proveniente dalle basse latitudini oceaniche e dall’attività convettiva troposferica proveniente in massima parte dalle zone equatoriali. Quindi anche piccole variazioni di calore provenienti dalle basse latitudini possono provocare profonde variazioni della circolazione generale. Altra fonte di energia è senz’altro il Sole con modifiche a carico dell’alta atmosfera. Dato che il fronte polare è espressione del vortice stesso, ecco che le variazioni di energia ne modificano la posizione, il numero e l’ampiezza delle onde.

Ripetuti questi antichi concetti cerchiamo di tradurli in fatti più concreti. Per farlo dobbiamo andare ad indagare lì dove di energia ce n’è in abbondanza, l’area equatoriale del pacifico.

La Madden-Julian Oscillation è l’indice che descrive la posizione della zona convettiva equatoriale che si muove longitudinalmente da ovest verso est. Per semplicità sono state individuate 8 zone identificabili come da figure 4 e 5.

Dalla figura 6, invece, possiamo constatare lo spostamento della MJO tra novembre e questo inizio di dicembre. Si nota come i passaggi nelle fasi 7, 8, 1 e 2 siano stati di buona ampiezza, anche se già nel corso del passaggio nella fase 2 l’ampiezza si è ridotta notevolmente, in modo da far risultare poi il transito nelle successive fasi 3 e 4 piuttosto debole. Guardando più attentamente si nota un passaggio retrogrado verso la fase 2 e parzialmente verso la 1 ma con scarsa ampiezza. Questo schema si sposa con la fase dinamica che ha contraddistinto il mese di novembre alimentando l’onda atlantica e pacifica responsabili dei ripetuti flussi di calore che hanno trovato in una prima fase un’ottima propagazione verticale in stratosfera, determinando a loro volta una netta debolezza del vortice polare. La presa di ampiezza nelle fasi 6, 7, 8 e 1 e la loro soppressione nelle fasi 3, 4 e 5 è ben associabile alla debolissima La Niña che in accordo con la fase negativa dello IOD (Indian Ocean Dipole – DMI) tende a posizionare la zona di convezione equatoriale sulle zone corrispondenti alle fasi sopra elencate.

Il rientro in zona di debole attività della MJO è stata una delle condizioni principali per la riduzione dell’alimentazione dell’onda pacifica. Ma cerchiamo di capire meglio analizzando le anomalie delle acque superficiali.

Per l’oceano indiano abbiamo detto che fino ad ottobre (ultimo dato disponibile) l’indice DMI era sostanzialmente neutro uscente da una fase negativa, vedi figura 7.

Nella condizione di neutralità dell’indice MEI (Multivariate ENSO Index) si instaura una cella di circolazione con aria che dai bassi strati si muove dall’Oceano Indiano verso il Continente Marittimo, dove si generano correnti ascensionali, mentre in alta quota si genera una corrente di ritorno che porta aria discendente sull’Oceano Indiano centro-occidentale, sopprimendo lì la convezione. Una seconda cella porta aria nei bassi strati da una zona di divergenza collocabile attorno alle zone 6 e 7 della MJO (vedi figura 4) verso la zona di convergenza sopra descritta, mentre in alta quota la cella si chiude con una corrente di aria diretta verso ovest per discendere nella zona di divergenza. La fase MEI negativa accentua tale circolazione mentre la fase positiva la inverte completamente portando clima asciutto sul Continente Marittimo e gran parte dell’ Australia e maggiore umidità sulla parte occidentale dell’oceano. Per capire cosa possa essere avvenuto in novembre all’indice DMI guardiamo alle anomalie superficiali delle temperature oceaniche indiane secondo la figura 8. Le anomalie ci inducono a ritenere che l’indice sia stato tra il neutro/negativo. Aiutandoci pure con la disposizione media dei vettori del vento alla quota isobarica di 200 hPa nel mese di novembre, come da figura 9, possiamo ricostruire le celle di convezione visibili in figura 10 che corrispondono ad una circolazione tropicale facente capo ad un indice DMI neutro o negativo. Come visibile in figura 10 la struttura a tre celle della convezione formatasi in realtà era già presente nel mese di ottobre come visibile in figura 11, in cui si mostra la media della disposizione dei vettori del vento alla quota isobarica di 200 hPa.

In verità questa disposizione inizia a prendere le mosse già nella parte finale dell’estate scorsa, e nel tempo si consolida, tanto che in ottobre determina un progressivo aumento del geopotenziale alla quota isobarica di 200 hPa a nord del Continente Marittimo tra la Cina orientale e il Giappone. Intanto il raffreddamento stagionale della Siberia ha determinato uno squilibrio termico con la la suddetta area, interessata da alti valori di geopotenziale e anomalie positive di temperatura. Infatti a fine estate la pressione al suolo sulla Siberia centro orientale è mediamente bassa e con gli inizi dell’autunno la rapida discesa della temperatura dell’aria ha determinato un altrettanto rapido decremento del geopotenziale alle quote superiori (dinamica tipica dell’evoluzione dei cicloni freddi). Con il pattern sopra discusso si determina una caduta del geopotenziale sulla siberia centro orientale con estensione verso sud del nascente vortice polare in zona Siberiana centro-orientale, con progressivo aumento della superficie innevata.

L’indice SAI (Snow Advance Index) di Judah Cohen esamina il rateo di crescita dell’estensione nevosa siberiana autunnale (ottobre) associata a delle precise anomalie di pressione, in verità rilevando gli effetti della dinamica sopra descritta (ovviamente vi sono numerosi pattern intermedi). Infatti in condizioni con DMI positivo e indice MEI positivo, l’area di convezione sull’Oceano Indiano migra verso ovest a ridosso delle coste africane indebolendo la circolazione anticiclonica in alta quota a nord del Continente Marittimo (tra la Cina orientale e il Giappone). La diminuzione del vento zonale sulla parte centro orientale dell’Asia causa nel corso del mese di ottobre una maggiore ondulazione del flusso e un aumento delle anomalie positive di geopotenziale sulla Siberia centro orientale. Forse quanto espresso risulta più chiaro guardando le figure 13, 14 e 15 rispettivamente della media del geopotenziale alla quota isobarica di 200 hPa dello scorso mese di ottobre, dello scorso anno allo stesso mese e la differenza tra i due.

Per un quadro più generale è possibile visualizzare le figure 16 e 17, ove sono stati mediati più anni con la stessa caratteristica ottenendo la rappresentazione delle relative anomalie di geopotenziale. Questo meccanismo determina un minor innevamento sin dall’inzio della stagione oppure conduce ad un inizio con rapido aumento dell’innevamento seguito nella seconda parte del mese da una brusca frenata.

Ritornando alla questione in esame, abbiamo scritto della riduzione del geopotenziale avvenuta sui settori centro-orientali siberiani che, generando un cospicuo dislivello di pressione e temperatura è divenuta anche causa dell’accelerazione del vento zonale proprio tra la Cina orientale e il Giappone. Questo modello di circolazione finisce per auto-alimentarsi, con alto geopotenziale alla destra del flusso e una riduzione alla sua sinistra, fin quando la disposizione delle celle convettive equatoriali permangono nelle condizioni sopra descritte. La conferma della dinamica illustrata la rileviamo sempre dal grafico in figura 6. L’attività convettiva equatoriale mostra un incremento di ampiezza del segnale della MJO e spostamento verso est proprio nelle zone di pertinenza esaminate 6, 7, 8, per poi decrescere progressivamente dalla 1. L’incremento dell’attività convettiva ha imposto al flusso zonale uscente dal continente asiatico un improvviso rallentamento e quindi un’ondulazione e rotazione in senso orario, attivando nel Pacifico settentrionale la prima onda. In maniera quasi analoga in Atlantico è stata attivata la seconda onda, così come schematizzato in figura 12. Con lo spostamento verso levante della fascia di convezione equatoriale la costa occidentale del Nord America e dell’Europa hanno subito un abbassamento del geopotenziale accompagnate da precipitazioni.

I più attenti osservatori avranno individuato nella caratteristica descritta una circolazione tipica di ENSO Modoki debolmente negativa, anche se in realtà il Pacifico orientale non sembra avere le anomalie superficiali tipiche di questa modalità. Se guardiamo invece alla figura 18 riguardante la variazione delle anomalie di temperatura superficiali dallo scorso 11 settembre al 10 dicembre, notiamo che la zona del Pacifico che si è maggiormente raffreddata è proprio la parte centrale rispetto a quella orientale, probabilmente sufficiente a generare il pattern locale descritto.

Prima di continuare sulle prospettive dell’attività convettiva equatoriale, guardiamo alla stratosfera e cerchiamo di capire quali sono state le conseguenze di quanto sopra descritto.

In figura 19 è rappresentata l’anomalia del geopotenziale alla quota isobarica di 10 hPa nei mesi di ottobre e novembre scorsi.  Si vede chiaramente la notevole estensione verso le basse latitudini del vortice riscontrata dall’anomalia positiva sopra ai 60°N, e viceversa un’anomalia negativa al di sotto di tale latitudine. Anche in questo caso vediamo la media delle anomalie dei mesi di ottobre e novembre con annate caratterizzate da DMI neutro/negativo e MEI neutro così da riuscire a fissare meglio l’attuale fase. Ciò che interessa è stabilire il comportamento medio delle anomalie dato che le combinazioni dei valori di ampiezza tra DMI e MEI sono tante. In figura 20 si nota perfettamente che la caratteristica portante della combinazione dei due indici porta al verificarsi di anomalie positive del geopotenziale al di sopra dei 60°N, e un segnale più debole circa l’anomalia negativa al di sotto di tale latitudine, anche se appare lievemente più accentuato soprattutto sul lato Pacifico. Possiamo stabilire che tutto quanto descritto fin’ora e quanto quindi avvenuto nei mesi autunnali di quest’anno appartengono alla dinamica descritta e facente capo alla combinazione DMI neutro/negativa e indice MEI neutro.

Dal grafico in figura 21 possiamo visualizzare l’andamento della temperatura alla quota isobarica di 10hPa mediata tra le latitudini 60°N e 90°N. Da questa notiamo che gli effetti troposferici sopra descritti iniziano a mostrarsi tra la fine di ottobre e i primi di novembre, con i primi riscaldamenti stratosferici indotti dalla buona propagazione d’onda verticale, con i primi flussi di calore evidenziabili dal grafico in figura 22 riguardante i flussi di calore alla quota isobarica di 100 hPa mediati tra 45°N e 75°N.  Che l’impostazione delle forzanti oceaniche fosse già in preparazione verso la fine dell’estate lo possiamo notare dal grafico in figura 2, quando a fine estate cominciano a comparire le prime anomalie positive di geopotenziale alle alte latitudini.

Dal grafico in figura 23 possiamo esaminare, inoltre, i tre momenti importanti scaturiti dall’attività d’onda. Per primo possiamo associare ai flussi di calore della fine di ottobre l’attività espressa dalla seconda onda, così come indicato dal riquadro rosso.

Dal grafico di figura 24 possiamo, inoltre, anche notare come i flussi, seppur sempre scarsamente diretti verso il polo, siano stati più incisivi e convergenti verso l’area polare con effetto di un netto disturbo al vortice polare. Torniamo al grafico 23 e notiamo la seconda presa di ampiezza dei flussi, a carico questa volta della prima onda, che culminano in terza decade di novembre, vedi riquadro azzurro. Dal grafico 24 notiamo anche che tali flussi si sono dimostrati per lo più divergenti, tanto da scivolare verso il continente nord americano attivando un Canadian Warming, la cui dinamica ha portato al primo tentativo di ricompattamento del vortice stesso. In verità questa azione ha trovato una risposta di disturbo in quanto i successivi flussi hanno trovato maggiore convergenza. La dinamica imposta dal basso (troposfera) per una affievolita attività convettiva nelle zone 7 e 8, ha praticamente spento l’alimentazione alle due onde che, se per ragioni dinamiche ha riattivato la seconda onda, per le stesse ragioni ha esaurito la spinta della prima e reso vana l’azione della seconda onda, i cui flussi sono divenuti totalmente divergenti.

Il risultato di tale dinamica è ben riassunto dal grafico in figura 25 del vento zonale alla quota isobarica di 10hPa. Notare come dopo l’azione sopra discussa della prima onda il vento zonale abbia subito una decelerazione importante. Faccio notare che in ogni caso la velocità precedente era oscillante attorno alla normalità con un lieve sotto norma, a testimoniare la diversità con l’anno precedente rappresentato dalla curva viola. Si nota pure la improvvisa accelerazione a seguito della dinamica sopra descritta con flussi equatoward. La dinamica del Canadian Warming, a mio modesto parere, vista la condizione di debolezza del vortice, non avrebbe potuto portare ad un pesante raffreddamento e approfondimento dell’intera struttura senza il peso dell’azione dei flussi divergenti a carico della seconda onda avuti nel corso della prima decade di dicembre, la quale se vogliamo ha posto un decisivo contributo. Quanto sto descrivendo è intuibile sempre dal grafico 25 in cui si nota uno scalino tra la fine della prima decade (linea azzurra dati osservati), con l’impennata successiva a partire dalla metà della seconda decade di dicembre (linea rossa dati previsti all’atto di stesura del presente articolo). La prima è il frutto del Canadian Warming che come detto non avrebbe portato grossi stravolgimenti, la seconda è frutto proprio dell’azione dei flussi divergenti della seconda onda che trova terreno fertile per quanto precedentemente avvenuto.

Vorrei però far notare la totale differenza tra la scorsa stagione invernale e l’attuale. Questa dinamica è il frutto degli alti livelli di Heat Flux avuti in autunno che avrebbero portato a due possibili soluzioni: rottura del vortice con via via crescente attività dei flussi e loro convergenza, oppure approfondimento per riduzione degli stessi e divergenza. Al momento è prevalsa la seconda possibilità. La domanda che ora ci poniamo è la seguente: tale situazione porterà ad un condizionamento di tutta la struttura per almeno i prossimi 40/50 giorni? Prima di tentare di dare una risposta cerchiamo ulteriori indizi esaminando ancora la stratosfera. Torniamo al grafico di figura 22 inerente i flussi di calore alla quota isobarica di 100 hPa. Notiamo dalla linea rossa, rappresentante i valori dei flussi previsti, come subiscano un netto abbattimento dopo il 18 del mese, segno che l’azione stratosferica avviata alle quote più alte raggiunge la bassa stratosfera inibendo la propagazione verticale delle onde.

Esaminiamo i grafici in figura 26 e 27 rispettivamente dell’andamento dei flussi di calore alla quota isobarica di 100 hPa e 10 hPa su 45 giorni mediati tra le latitudini 45°N – 75°N.

Oltre a notare il valore oggettivo, che comunque rimane su livelli prossimi se non al di sopra della norma, non si può fare a meno di confrontarlo con quanto avvenuto lo scorso anno rilevando la diversità di dinamica caratterizzante le due stagioni.

Come precedentemente descritto non possiamo non comprendere come l’attività delle onde sia frutto delle vicende equatoriali ad inizio della nostra riflessione. Tornate dunque al grafico di figura 6 della MJO. Ora vi risulterà più chiaro associare quanto discusso sulle attività delle due onde principali e dei rispettivi flussi di calore in relazione alla presa di ampiezza dell’attività convettiva equatoriale impressa nel grafico. Il passaggio nelle fasi 7, 8 e 1 è stato determinante e, con l’affievolirsi del segnale causa l’ingresso nelle fasi che al momento segnano una generale soppressione della convezione, ha di fatto tolto alimentazione alle onde planetarie dando avvio a tutto il meccanismo. Dal grafico 28 riguardante le anomalie previste nelle zone del pacifico 1+2, 3 e 4 si intuisce come le anomalie di ottobre e novembre tendano a conservarsi favorendo forse una maggiore attività tra le fasi MJO 7, 8 e 1.

Per comprendere ciò che è avvenuto dai primi di dicembre dobbiamo inserire la relativa dinamica nel contesto fin qui descritto, se questa trova conferme, il ragionamento fin qui sottoposto troverà maggiore spessore e veridicità. Fotografiamo per semplicità la situazione riguardante il rateo di precipitazioni giornaliero dal primo ottobre al trenta novembre su tutta la fascia equatoriale, come da immagine in figura 29, così forse sarà più semplice comprendere le zone dove la convezione è stata più attiva (ovviamente la loro posizione conferma quanto precedentemente espresso attraverso la convergenza e divergenza delle correnti a 200hPa).

Ora cominciamo a vedere cosa è successo attraverso la differenza tra il rateo della prima decade di dicembre con quello dell’ultima decade di novembre, come da figura 30. Si nota chiaramente la diminuzione delle precipitazioni sul lato centro-orientale del Continente Marittimo ed un consistente aumento verso l’Oceano Indiano orientale e in parte India meridionale. Sul lato opposto del Pacifico si nota il calo delle precipitazioni sul lato nord-occidentale dell’America meridionale fino sul Mare dei Caraibi ed un aumento in Atlantico a nord-est del Brasile e sulle parte occidentale sempre del Brasile (i riquadri blu indicano un incremento mentre i rossi un decremento). Questa dinamica è descritta nel grafico della MJO di figura 6 con i passaggi in zona 2 e poi nella 3 e qualche giorno più tardi in moto retrogrado per tornare sulla zona 2 con una fugace apparizione anche in zona 1, ma queste ultime con segnale debole; qualcuno si ricorderà quanto scritto in tema un po’ di righe più su.

Cosa ha cambiato questo passaggio a livello troposferico? Guardiamo di nuovo la figura 13 e poi la successiva immagine in figura 31 riguardante la differenza di geopotenziale alla quota isobarica di 200 hPa vista però su tutta la fascia equatoriale.

I riquadri gialli rappresentano la zona con aumento della convezione equatoriale, mentre il riquadro viola la sua diminuzione. Le figure in rosso rappresentano l’aumento del geopotenziale mentre quelle in blu una diminuzione. Come potete osservare la prima onda dall’atlantico è traslata verso occidente interessando tutta l’Europa occidentale compreso il bacino centro-occidentale del Mediterraneo (quindi Italia compresa). In Asia l’aumento del geopotenziale sulla zona centrale ha contribuito ad allentare la velocità zonale con relativa ondulazione della corrente corrispondente ad un aumento del geopotenziale sulla zona centro-orientale siberiana ed un suo calo sostanziale in quella occidentale, motivo per il quale vi è stato un calo del rateo di crescita dello snow cover in area euro-asiatica ad iniziare proprio dalla fine di novembre, vedi freccia e rette in figura 32.

Ma torniamo a quanto sta per prodursi in stratosfera.

Come precedentemente scritto il raffreddamento e approfondimento del vortice è causato dalla dinamica prodotta dalla variazione dell’attività equatoriale e il suo complessivo indebolimento che ha finito per far divergere prima i flussi di calore a carico delle principali onde planetarie e poi, nei prossimi giorni ad azzerarli del tutto temporaneamente. La strada verso uno Stratcooling, i cui effetti sembrano poter raggiungere anche i bassi piani stratosferici sembra spianata. Questa dinamica potrà determinare tre macro comportamenti (i quali poi possono avere numerose sfumature):

  1. Una rapida risposta troposferica con incremento dei flussi di calore sia di ampiezza sempre maggiore che più convergenti e tali non solo da inibire il raffreddamento e approfondimento del vortice, ma da portarlo allo stato opposto fino anche alla sua scissione;
  2. Nessuna risposta troposferica perché le forzanti sono già in accordo con la dinamica stratosferica in imminente avvio, con netta chiusura del vortice per presa di vortictà e aumento delle velocità zonali alle alte latitudini;
  3. Un semi nulla di fatto, ovvero il raffreddamento e approfondimento stratosferico non riuscirà completamente nell’opera di cui al punto 2. La troposfera certo subirà il colpo ma in realtà la dinamica delle sue forzanti, vedi quanto già descritto, non collabora affatto con la volontà stratosferica di imporre la dinamica assunta.

Quale di queste opzioni prevarrà? Ad oggi a dire il vero non vi sono sufficienti indizi per rispondere con oggettività al quesito, perché in primis gli stessi modelli deterministici non dimostrano affidabilità nel lungo termine giungendo a determinazioni spesso contraddittorie. Dovrete accontertarvi, quindi, della più modesta e certamente più fallibile mia opinione.

Personalmente, con i dati a disposizione, anche se sottolineo ancora piuttosto scarsi, propendo maggiormente per la terza soluzione i cui motivi ho argomentato poco sopra. Quando tutto ciò potrà avvenire? Anche in questo caso in mancanza della famosa sfera di cristallo è assai difficile rispondere con una certa oggettività ma abbiamo alcuni indizi.

Il primo è la previsione dell’attività convettiva equatoriale che seppur ancora assai confusa trova i vari modelli maggiormente concordi in una ripresa del segnale nell’ultima parte di dicembre e uno spostamento verso le zone 7 e 8. Molto dipenderà nei prossimi giorni sulla conferma di tale ipotesi e, soprattutto, sulla presa di ampiezza del segnale. Questo avrà l’effetto di rimodulare il treno d’onda arretrando verso l’Atlantico la seconda onda con relativa flessione del geopotenziale sul bacino centro-occidentale del Mediterraneo e richiamando aria fredda proveniente dall’Europa orientale. Il periodo in questione da tenere sott’occhio è la prima decade di gennaio. Se tutto ciò troverà conferma, vedrà il riproporsi proprio dalla seconda metà dell’ultima decade del mese della ripresa dell’attività d’onda e dei flussi di calore, il cui pattern favorirà la loro propagazione verticale producendo nuovi disturbi al vortice polare stratosferico. Il secondo indizio, volutamente lasciato per ultimo per ragioni inerente il carattere di sperimentalità del prodotto e quindi dell’uso che ne deriva, è l’output del modello IZE che al momento è destinato più ad incrementare l’offerta dei vari indici teleconnettivi piuttosto che sostituirli. Qui sotto in figura 33 il grafico dell’attività d’onda espressa dall’IZE.

Dal grafico possiamo notare l’assenza di attività dalla fine della prima decade di dicembre fino a circa la seconda metà della seconda decade del mese con relativo calo dei flussi di calore. Successivamente si nota una sua ripresa, pur non particolarmente pronunciata, che dovrebbe mantenersi tale fin quasi alla fine di gennaio, con ripresa dei flussi di calore. Dagli ultimi giorni del mese e dalla prima parte della prima decade di febbraio il modello prevede una nuova caduta dell’attività d’onda e presumibilmente dei flussi di calore ad esso associata. Subito dopo il modello prevede un’impennata dell’attività d’onda e di conseguenza dei flussi di calore associati. Vista l’entità corposa dell’aumento di ampiezza del segnale dell’attività d’onda è possibile che possa trattarsi dell’avvio di un riscaldamento stratosferico improvviso, anche di tipo principale, che se sarà confermato andrà valutato per gli effetti che potrà produrre a partire dalla parte finale dell’inverno. Nel grafico è riportato anche il valore aggiornato e previsto dell’indice AO trimestrale. Rispetto al primo step di elaborazione, proposto nel primo outlook, il calcolo definitivo lo pone al valore di -0,3 quindi lievemente negativo. Infine concludo invitando a monitorare nelle prossime settimane l’attività convettiva equatoriale in quanto ritengo che le sorti troposferiche, in funzione del cambio di pattern associato e descritto, saranno molto legate all’azione di quest’ultima.

Al termine di questa trattazione vorrei augurare un Buon Natale a tutti i lettori di Climate Monitor e a tutto il suo staff a cominciare da Guido Guidi.

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