9 novembre 2018 - 12:00 pm Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 6 Novembre 2018
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=49627

Maltempo, forte maltempo quello del 29 ottobre scorso. Una delle più intense perturbazioni degli ultimi decenni. Con precedenti noti, certo, ma sicuramente molto intensa. A seguire, maltempo d’autunno, dovuto alla persistenza di un regime circolatorio di blocco che lascia il Mediterraneo in condizioni depressionarie, con eventi intensi da cui non siamo ancora fuori, ma per documentarvi su questo, lo sapete, non è su CM che si deve guardare.

Qui cerchiamo semplicemente di indagare e divulgare, quando presente, la letteratura scientifica che dovrebbe essere l’unica fonte di informazione certa per orientarsi nei temi meteorologici e climatici e negli effetti che questi hanno sul nostro mondo. E, come spesso ci succede, andiamo in controtendenza.

In questi giorni, nonostante la letteratura appunto metta fortemente in guardia dal fare associazioni di sorta tra gli eventi meteorologici, siano essi ordinari, intensi o estremi, con il riscaldamento globale, in quasi tutti i commenti questa associazione appare ovvia e scontata, e oscura inevitabilmente ogni altra considerazione inerente alle concause che, purtroppo, sono spesso all’origine della pesantezza del prezzo che si paga quando vento e pioggia colpiscono con durezza.

Le immagini che vediamo in questi giorni provocano sgomento, le notizie sono terribili, ma forse, leggere questo commento uscito sul Corriere un paio di giorni fa potrà aiutare a capire che il maltempo, anche se forte, è uno solo dei fattori che vanno considerati, ad esempio, per la devastazione dei boschi di abeti rossi dell’alto Veneto. E non saranno progetti di lungo periodo per ridurre le emissioni a risolvere il problema prima della prossima volta che, statene pur certi, prima o poi ci sarà.

Però, mentre nel giro di qualche giorno qualcuno ci spiegherà che se il mare fosse stato di qualche decimo di grado più freddo il vento e la pioggia sarebbero stati meno forti (quant’era la temperatura del mare nel 1966?), ossia mentre si cercherà di aggirare il problema delle serie storiche degli eventi intensi che non restituiscono informazioni chiare circa il collegamento con il global warming, nessuno vi dirà che, in un mondo che dovrebbe essere sull’orlo del collasso, la produzione di materie prime alimentari di base come il Mais, si è giovata in modo sensibile non solo della tecnologia produttiva, non solo della fertilizzazione da CO2 (che è il cibo delle piante), ma anche, incredibilmente, dell’aumento delle temperature, cioè di un clima più mite.

Changing temperatures are helping corn production in US — for now

Non solo, nell’area la cui produzione è stata oggetto di questa ricerca, il Mid West americano, sono sì aumentate mediamente le temperature, ma sono anche diminuiti i giorni di picco del caldo, vai a capire perché. Però, naturalmente, per avere diritto di cittadinanza nel mondo della scienza del clima che cambia, che prima si chiamava scienza del clima e basta, si deve chiarire già nel titolo che questi effetti positivi sono solo… per ora. Domani, statene certi, le conseguenze saranno ben altre e certamente negative. Per cui per ora, controvoglia come sembra abbia fatto chi ha scritto questo commento, registriamo su dati reali, misure oggettive e non simulazioni di effetti di qui a cento anni, che con il global warming è più facile produrre cibo. Per ora…

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