15 aprile 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 13 Aprile 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=48098

Come da copione i ghiacci artici hanno raggiunto la loro massima estensione annuale nel mese di Marzo. Un massimo che è quasi un minimo, visto che solo il 2017 si è fermato ad un valore inferiore a quello del 2018, con il 2016 in pareggio quasi statistico con gli altri due anni. In altre parole, gli ultimi 3 anni hanno registrato i valori più bassi per il massimo di estensione invernale. Addio all’orso bianco e via libera alle petroliere di Putin dunque?

Non necessariamente. E per diversi motivi, come vedremo nell’analisi che segue.

Antò fa caldo, Antò fa freddo

Ricordiamo bene il tam-tam mediatico sul caldo anomalo della regione artica nel mese di Febbraio. Bene. Forse in pochi sanno, invece, che il mese di Marzo è stato molto freddo. Nello specifico, dopo una serie di mesi estremamente miti (Gennaio e Febbraio si sono piazzati per il NOAA al secondo posto tra i mesi più caldi dal 1979), il mese di Marzo si colloca solo al 26° posto. In altri termini, è stato molto freddo in assoluto, con una temperatura media in linea con quella dei mitici anni ’80. Il grafico del DMI in Fig. 1 mostra chiaramente il crollo termico a fine Febbraio con la temperatura al di sopra dell’80o nord che da allora si è portata su valori prossimi alla media del periodo.

Causa ed effetto

I ghiacci hanno risposto immediatamente al crollo termico citato, sia in termini di estensione che, soprattutto, di volume. Giova ricordare che l’estensione da sola è una metrica poco rappresentativa dello stato di salute dei ghiacci, rispetto al volume totale. E a proposito di volume, sia il DMI che PIOMAS mostrano molto bene il recupero coinciso con il freddo di Marzo. Se per PIOMAS il 2018 si ritrova comunque ancora al secondo posto della serie (Fig.2), va anche sottolineato come il volume attuale si collochi nel fazzoletto di 1 milione di km3 in cui sono compresi ben 5 anni, tra cui il 2013: quello del prodigioso recupero post-minimo del 2012. Il grafico del DMI (Fig.3) mostra in modo ancora più chiaro il recupero spettacolare di Marzo, e conferma che la distanza dalla media 2004-2013 si è ridotta a solo 1 milione di km3.

La lezione

La serie dei rilevamenti satellitari dei ghiacci artici è giovanissima: ha solo 39 anni, un battito di ciglia al cospetto delle dinamiche del cambiamento climatico naturale a cui la Terra è soggetta da sempre. E quindi c’è sempre qualche lezione da imparare, quando si aggiorna la serie di dati in questione. L’andamento di questo inverno, in particolare, conferma un concetto che piace poco ai custodi dell’ortodossia del Climate Change: i ghiacci artici rispondono in modo rapidissimo ai cambiamenti di temperatura, e in ultima analisi alle dinamiche della circolazione atmosferica. Il fatto che il loro volume si sia ridotto significativamente è una delle cause principali di questo comportamento: in fin dei conti si parla pur sempre di calore latente, conducibilità termica e capacità termica del sistema in questione. Ma è altrettanto vero che per lo stesso motivo le sbandierate “spirali di morte” del ghiaccio artico non si sono per ora materializzate: basta un inverno più freddo del solito per innescare recuperi apparentemente prodigiosi, come testimonia il biennio 2012-2013.

Va da sè che il fattore determinante per il raggiungimento del minimo estivo resta proprio la circolazione atmosferica prevalente nel semestre “caldo”: al cospetto di questa, il valore assoluto del massimo invernale assume un peso sostanzialmente trascurabile.

Indovina indovinello

Con queste premesse, le previsioni sull’andamento dei ghiacci artici espongono al rischio di figuracce colossali, come del resto dimostra la sfilza di profezie di scomparsa totale smentite dai fatti, o le regate estive comicamente fallimentari di cui abbiamo reso conto più volte in passato.

Ciò non toglie che qualche osservazione valga comunque la pena farla:

  • Al cospetto di estensioni e superfici bassine, la distribuzione del ghiaccio attuale è molto interessante: a soffrire particolarmente è quello periferico (specie nell’area di Bering), destinato comunque a sciogliersi rapidamente ai primi tepori primaverili. In ottima salute, invece, appare il ghiaccio pluriennale situato all’interno del bacino artico: ovvero quello che d’estate è più restio a sciogliersi. In particolare, si fa notare l’anomalia positiva di spessore sul comparto siberiano, come mostra molto bene la mappa di PIOMAS in Fig.4.
  • È nevicato tanto, questo inverno, sull’emisfero Nord. Il volume di precipitazione nevosa al momento è superiore di circa il 70% rispetto alla media 1998-2011 (ccin.ca, Fig.5): una enormità.

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