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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 14 Febbraio 2020
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=52342

Aggiornamento sullo stato dei ghiacci artici in colpevole ritardo quest’anno, ragion per cui Minimo 2019 e Massimo 2020 saranno entrambi oggetto del prossimo aggiornamento nel mese di Marzo, quando da calendario l’Artico raggiungerà il picco massimo di estensione, dando avvio a quella “melting season” che da anni ormai eccita gli animi dei catastrofisti climatici di tutto il mondo.

Ciò non toglie, naturalmente, che chi scrive continui a sbirciare con regolarità i grafici e gli aggiornamenti proposti dai maggiori centri che monitorano il periodico up-and-down della coperta ghiacciata del nostro emisfero. Ché naufragar mi è dolce in questo mar glaciale.

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Per esempio, sbirciando nel rapporto mensile sull’estensione dei ghiacci artici emesso dal National Snow & Ice Data Center (NSIDC per gli amici), si scopre di un nuovo studio appena pubblicato dalla Columbia University, nel quale si sostiene che metà della perdita del ghiaccio artico tra il 1955 e il 2005 può essere attribuita all’effetto serra causato… dai CFC. Avete capito bene, parliamo proprio dei famigerati Clorofluorocarburi tanto popolari una trentina di anni fa, in quanto imputati di aver creato il buco nell’ozono.

La produzione di CFC fu vietata a seguito del protocollo di Montreal nel 1987, e da quel momento la loro concentrazione in atmosfera ha preso a diminuire di conseguenza. Ergo, lo studio conclude che al diminuire ulteriore della concentrazione dei CFC, è lecito aspettarsi una “riduzione del riscaldamento dell’Artico”. Queste poche righe, buttate lì a chiusura di report, e del tutto casualmente in coincidenza con un inverno piuttosto freddo e…generoso con l’Artico, si prestano ad alcune osservazioni.

I ghiacci artici sono stati utilizzati da molti anni a questa parte come cartina al tornasole della catastrofe climatica imminente. La loro continua diminuzione negli ultimi 40 anni (ovvero da quando sono soggetti a misurazione satellitare) è stata imputata esclusivamente al maligno contributo antropico (nello specifico, alla CO2) tralasciando qualsiasi altra forzante: dall’attività solare a quella vulcanica piuttosto che ai cicli oceanici multidecadali (leggi AMO, PDO). Negli ultimi anni, tuttavia, il rateo di perdita di superficie e volume dei ghiacci è diminuito significativamente, fin quasi ad arrestarsi, smentendo in modo evidentissimo le profezie di chi voleva che il ghiaccio sarebbe sparito in pochi anni, successivamente al minimo del 2012 (mai battuto da allora).

Lo studio della Columbia si presenta quindi come una boccata d’ossigeno per chi fatica a giustificare la riluttanza del pack a sparire dai radar. Facile anticipare i commenti dei soliti, nella solita chiave di lettura: “l’Artico si sarebbe già sciolto come da nostre previsioni, se non ci fosse stato il feedback negativo legato ai CFC”.

Allo stesso modo, tuttavia, andrebbe fatta un’altra considerazione: ma se davvero i CFC fossero responsabili del 50% della perdita di ghiacci, allora si dovrebbe concludere che la sensibilità climatica del sistema all’incremento della CO2 è decisamente inferiore a quanto sostenuto fino ad ora. Ergo, i modelli climatici con cui si è inteso prevedere l’evoluzione catastrofica dei ghiacci artici, avrebbero venduto per anni aria fritta. Facendo ricorso all’ormai consolidato esercizio-spazzatura di costruire un history match tra un trend “climatico” e la solita unica variabile (il tenore di CO2 in atmosfera), hanno trascurato qualsiasi altra possibile forzante e proiettato brutalmente la correlazione in questione negli anni futuri. Prendendo delle topiche colossali.

Al di là delle solite comiche performance dei modelli climatici, resta il fatto che la narrativa clima-catastrofista traballa paurosamente, al cospetto dell’evidenza sperimentale. Ma l’esperienza del clima-scettico insegna che una modalità di calcolo “diversa” può tirarti fuori dall’imbarazzo, anche senza far ricorso a sgradevoli forzanti esterne.

Per esempio, nel momento stesso in cui il più autorevole centro di calcolo del volume del ghiaccio artico (PIOMAS) certifica gli effetti benefici di un inverno freddo e conferma la mancanza di un trend di diminuzione nell’ultimo decennio, incredibilmente Cryosat certifica per lo stesso periodo una forte e inspiegabile diminuzione dei volumi, con l’effetto di rendere negativo il trend…all’ultima curva (Fig.1).

All’osservatore attento non sfuggirà che la griglia di Cryosat, sicuramente in modo del tutto casuale e incidentale, si perde proprio quell’ampia fetta di Artico in cui PIOMAS vede un notevole incremento dello spessore dei ghiacci (Fig.2). La narrativa del “moriremo tutti” si nutre anche di queste simpatiche casualità e involontarie coincidenze che continuano a strapparci sorrisi rassegnati.

Alla fine della fiera, per i ghiacci artici come per i trend di aumento delle temperature, continuiamo inconsapevolmente a tenerci stretti i nostri cari confirmation bias. Ma la scienza è un’altra cosa. E dove non arriva la neo-scienza dei giorni nostri, è già arrivata la filosofia,  2.500 anni or sono: sappiamo di non sapere, e tanto ci basti.

 

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