28 settembre 2017 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 27 Settembre 2017
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=45930

 

 

Bé, a dirla tutta ritorna tutti gli anni il Vortice Polare Stratosferico, caratteristica imprescindibile della distribuzione della massa e del calore a livello emisferico durante la stagione invernale. Ma, come per tutte le dinamiche atmosferiche non è mai uguale a se stesso. In più, pare anche che da un po’ di tempo non sia più lo stesso se mi passate i gioco di parole ;-).

Siamo quasi alla fine di settembre, tra qualche giorno, per la precisione dal 1° ottobre, i “Polar Vortex Hunters” (sottospecie del meteomaniaco di nuovo conio – Cacciatori di Vortice Polare) inizieranno a far congetture sulle dinamiche atmosferiche dell’area euroasiatica nel decimo mese dell’anno, forti della supposizione – tra l’altro supportata da una interessante forte correlazione, che queste anticipino lo stato di salute del Vortice Polare Stratosferico durante i mesi della sua evoluzione, dicembre, gennaio e febbraio. Velocità di avanzamento del manto nevoso in Eurasia innanzitutto e, da qualche anno, in ossequio al global warming ed al recesso dei ghiacci artici, anche la copertura glaciale sul Mare di Barents, questi gli indici di riferimento cui pare di debba prestare attenzione per capire se il VPS nell’inverno 2017-2018 sarà forte, debole o così così.

Già, perché dalle dinamiche del VPS e dalla loro ripercussione in troposfera, come noto, dipendono le caratteristiche della stagione invernale alle medie latitudini. Un VPS forte e chiuso, per esempio, è indice di alte velocità della componente ovest-est della corrente a getto, il fiume d’aria che traccia il percorso delle perturbazioni, che quindi scorreranno veloci conferendo grande vivacità allo stato del tempo ma evitando l’insorgere di blocchi alla circolazione, forieri questi ultimi di eventi intensi e persistenti. Di contro, un VPS debole, fa salire le probabilità che quei blocchi alla circolazione diventino prevalenti, riversando l’aria fredda altrimenti confinata alle alte latitudini verso sud.

Lo so lo so che qualcuno starà inorridendo per la semplicità con cui ho affrontato questo tema, diversamente molto tecnico e complesso, ma l’approccio semplice è necessario per introdurre un articolo tutt’altro che tale in cui si analizza, con una tecnica abbastanza innovativa – clusterizzazione o raggruppamento – l’andamento di lungo periodo delle caratteristiche del VPS.

More-Persistent Weak Stratospheric Polar Vortex States Linked to Cold Extremes

Forte, debole o così così? Bé, diciamo che non è così semplice. Come abbiamo visto già ieri per i regimi atmosferici, la classificazione del VPS richiede, nell’articolo in questione l’individuazione di almeno sette diverse tipologie di distribuzione del calore e della massa durante la notte polare, tra l’altro limitata ai soli mesi di gennaio e febbraio per gli scopi di questo studio. Si va dal VPS più forte a quello più debole, ovvero da quello più saldamente ancorato alle latitudini polari a quello le cui propaggini vanno praticamente a spasso per le medie latitudini, passando per diverse forme e distribuzioni della massa che costituiscono delle situazioni intermedie.

Dall’analisi dei dati raccolti e organizzati in questo articolo, scaturisce un trend di diminuzione della frequenza di occorrenza del cluster che rappresenta il VPS più forte e, viceversa, di aumento del numero di volte in cui il vortice si dispone secondo i cluster che ne indicano una sostanziale debolezza.

Ora, forse non tutti sanno che in tempi di global warming e di amplificazione artica, ove con questa si intende il fatto che il contributo dell’Artico (ma non dell’Antartide) all’aumento delle temperature medie superficiali globali è molto maggiore di quello delle medie e basse latitudini, gli inverni sull’Eurasia e sull’America del nord stanno diventando più freddi. Secondo gli autori di questo articolo, la tendenza ad una più frequente debolezza del VPS potrebbe spiegare almeno il 60% di questo raffreddamento, che diventa addirittura 80% se si somma la componente positiva dell’ENSO (El Niño Southern Oscillation), anch’essa nota per recare disturbo alla salute del VPS. Quindi, l’equazione funzionerebbe così: uno dei fattori che incidono sulla robustezza del VPS è la riduzione del ghiaccio artico, attraverso il feedback dell’albedo (il mare libero dai ghiacci assorbe e restituisce più calore, quindi scalda lo strato superficiale e favorisce l’insorgere di circolazioni atmosferiche e correnti che erodono ulteriormente il ghiaccio); un vortice debole è però indice di espansione dell’aria fredda verso latitudini più basse e quindi, paradossalmente, l’aumento delle temperature o amplificazione artica non è più in controsenso con il raffreddamento invernale delle aree continentali ma ne è all’origine.

Domanda. Al di là del fatto che il segno dei trend identificati nei diversi “tipi” di vortice (forte, debole, così così) potrebbe essere influenzato dal metodo e favorisce non poco il ragionamento di causa-effetto – ad esempio la scelta dei soli due mesi di gennaio e febbraio taglia fuori un intero mese di dati per ogni anno, un mese in cui il VPS manifesta sovente caratteristica di robustezza, viene da chiedersi se questo non sia, piuttosto che il segno di un cambiamento, la manifestazione di un meccanismo attraverso il quale il sistema si mantiene in equilibrio. Il raffreddamento invernale delle aree continentali è anche indice di aumento della superficie innevata, quindi di aumento dell’albedo o, se preferite, della quantità di radiazione riflessa a danno di quella assorbita. Non a caso, uno degli elementi precursori che gli autori identificano nella distribuzione della massa atmosferica superficiale per la debolezza del VPS è la robustezza dell’anticiclone siberiano, che ovviamente si distingue anche per le gelide temperature favorite dall’enorme quantità di calore perso per effetto radiativo (più di quanto non se ne perda al Polo). Quindi, per linee generali, l’aumento dell’energia disponibile si traduce in un meccanismo di rilascio che ne impedisce l’accumulo.

Morale della favola, ci sarà pure il global warming, ma pare che l’inverno faccia più freddo. Escluse naturalmente le abitazioni di tutti i lettori ;-).

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