3 maggio 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Torniamo a parlare di CO2 e dell’annosa questione se la CO2 sia o meno la responsabile del riscaldamento cambiamento climatico, come si discute negli ambienti che contano.

Ho trovato un articolo molto ben fatto che ci aiuta a tenere traccia del modo in cui la Scienza scienza ufficiale si sta muovendo rispetto alla solita narrativa: gli scienziati escludono Vapore Acqueo e Nuvole come elementi che contribuisco al recente cambiamento climatico.

L’IPCC, rispetto al ruolo del vapore acqueo in relazione alla CO2, ci dice che:

Il vapore acqueo è il principale gas serra nell’atmosfera della Terra. Il contributo del vapore acqueo all’effetto serra naturale rispetto a quello del biossido di carbonio (CO2) dipende dal metodo di conteggio, ma può essere considerato approssimativamente da due a tre volte superiore – IPCC AR5 Cap. 8, pag. 666

Come si vede dal grafico qui sotto, sempre l’IPCC nel 2007 affermava che, nel periodo dal 1980 al 2000, c’era stato un aumento nel vapore acqueo e che questo, stando a quanto si trova sul suo Report, dà un contributo proporzionale all’effetto serra planetario per il 96%, contro un 2.7% a carico dell’effetto riscaldante della CO2 [grassetto in originale, ndr].

Tendenze lineari di acqua piovana (colonna totale di vapore acqueo) in % per decade (alto) e serie temporali mensili delle anomalie relative al periodo fra il 1988 e il 2004 in % rispetto all’oceano globale più tendenza lineare (basso), tratto da RSS SSM/I (aggiornato da Trenberth et al., 2005a.

Qui trovate il lavoro scientifico da cui sono state tratte queste informazioni.

L’articolo prosegue, riportando diverse altre pubblicazioni che nel corso di questi anni hanno cercato di chiarire il contributo della copertura nuvolosa alla temperatura. Così, scopriamo che:

In un articolo fondamentale (attualmente ha 1440 citazioni) pubblicato su Science, intitolato “Effetto riscaldante delle nuvole e clima…”, Ramanathan et al. (1989) concludono che l’effetto riscaldante (sia su onda corta che lunga) è dieci volte superiore della CO2 raddoppiata.

I cambiamenti nella copertura nuvolosa sono determinanti significative dello squilibrio delle radiazioni nella parte alta dell’atmosfera della Terra (radiazioni TOA, Top-Of-Atmosphere, ndr) o di quanto il riscaldamento [prodotto] dalla radiazione solare sia assorbito dalla superficie della Terra (oceani). Wielicki et al., nel 2002, presentano “nuove evidenze da una raccolta di accurati dati satellitari spalmati su un periodo di due decadi secondo le quali il budget di energia riscaldante tropicale TOA è molto più dinamico e variabile di quanto sia finora pensato. I risultati indicano che i cambiamenti nella quantità di radiazioni sono causati da cambiamenti nella copertura media tropicale” [grassetto in originale, ndr].

Una maggiore copertura nuvolosa su scala globale significa che una minore radiazione solare raggiunge la superficie, portando ad un raffreddamento netto, e meno copertura nuvolosa significa che più radiazioni solare raggiunge la superficie degli oceani, che in ultima analisi significa portare ad una netta tendenza riscaldante. In altre parole, le nuvole determinano in modo significativo le tendenze verso il riscaldamento (o il raffreddamento).

A sostegno di questi dati, trovate gli approfondimenti qui e qui.

Finora, quindi, stiamo dicendo che l’effetto riscaldante dovuto ai gas serra sia legato ad alcune variabili, fra cui la quantità di vapore acqueo e la copertura nuvolosa. Nonostante ciò, su Climate Dynamics viene pubblicato un nuovo lavoro che non riesce nemmeno ad identificare un fattore che avrebbe contribuito ai cambiamenti nelle temperature nel periodo dal 1985 al 2005.

Invece, i 5 autori hanno deciso che il biossido di carbonio (24%) e il metano (19%) sono i principali gas serra che hanno guidato le recenti variazioni nelle temperature, mentre vapore acqueo e nuvole non hanno apparentemente più alcun ruolo. Nel frattempo, gli autori riconoscono fattori legati al riscaldamento solare (17% combinato), la variabilità naturale dell’indice ENSO (12%) e l’aerosol vulcanico (23%), che complessivamente si assumono più della metà della responsabilità per i cambiamenti della temperatura fin dalla metà degli anni 80 [grassetto in originale, ndr].

Graficamente risulta sicuramente più facile vedere la spartizione delle responsabilità (tratto da Bhaskar at al., 2017):

Contributo in percentuale dei vari fattori, utilizzando indici integrati direzionalmente per uno spazio sull’asse temporale 0-3 mesi. La dominanza dei gas serra (CO2 e CH4) e dell’aerosol vulcanico è evidente.

A questo punto dell’analisi, manca di approfondire il ruolo che viene attribuito al metano proprio da Bhaskar et al. (2017) – interessante che la pubblicazione sia di quest’anno: così facendo, rifiutano che il vapore acqueo e la copertura nuvolosa siano fattori che influenzano le temperature globali.

Sembra probabile, però, che la ragione principale per cui questi autori hanno scelto di ingigantire l’influenza delle emissioni di metano sul clima sia perché non è attualmente accettabile affermare che l’attività umana giochi solo un piccolo ruolo (<25%) nella variazione della temperatura. Di conseguenza, aggiungere le emissioni di metano alla lista dei “gas serra” antropogenici pericolosi potrebbe rinforzare la percentuale di influenza umana percepita all’interno di un range “accettabile” (vicino al 50%) [grassetto mio, ndr].

Comunque, pubblicazioni scientifiche recenti contravvengono a tale approccio e indicano che (a) non abbiamo evidenze osservative sostanziali ancora [che ci consentono] di attribuire la causa all’aumento di metano, (b) le emissioni di metano possono non essere aumentate di recente, e (c) l’attività umana (consumo di combustibili fossili) non è stato il “fattore dominante”che ha trascinato il (presunto) aumento in metano [grassetto e corsivo in originale, ndr].

Se volete approfondire: Turner et al., 2017; Ruppel e Kessler, 2017; Nisbet et al., 2016.

Concludendo questo lungo excursus, notiamo che il ruolo della CO2 rispetto alla variazione della temperatura si assesta attorno al 24%, che è comunque molto meno di ciò che era stato affermato dal Dr. Gavin Schmidt della NASA, secondo il quale il contributo umano ai cambiamenti climatici si aggirava attorno al 110% (!!!).

Ciò che colpisce dei lavori di recentissima pubblicazione è che cerchino di rigirare la frittata, ma sempre di contributo antropico al cambiamento climatico si tratta. Invece che parlare di CO2 e basta, si parla di CO2 e metano (di derivazione antropica), implicitamente escludendo vapore acqueo e copertura nuvolosa come fattori influenzanti. In questo modo, si ottiene un vantaggio secondario non indifferente: evitare di spiegare come mai il contributo derivante dalle attività umane sia modesto. Perciò:

Quando i risultati non confermano la narrativa, cambia i risultati. 😉

 

 

Sara Maria Maestroni

Attività Solare.

 

 

 

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