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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 22 Agosto 2020
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=53312

Nel rispetto della tradizione del sabato, senza nascondere il fatto che ci sia un innegabile risparmio di tempo per chi scrive, più che approfondimenti, vi propongo oggi delle letture. Il plurale è d’obbligo perché di carne al fuoco ne abbiamo parecchia, dal momento che i pensatori del clima e dei suoi derivati sono piuttosto prolifici ultimamente. In più, siamo nella stagione degli uragani, e ci sono ben due tempeste tropicali in procinto di rafforzarsi ed entrare nel Golfo del Messico, forse dando vita alla classica tempesta perfetta di cui naturalmente le cronache della catastrofe annunciata faranno il solito scempio.

Si comincia da un paper visto un paio di settimane fa in cui, a conferma della gran parte della letteratura esistente sul tema, l’analisi delle serie storiche più lunghe disponibili restituisce una chiara assenza di trend nel numero appunto degli uragani che si formano sul bacino Atlantico. In poche parole, non sembra esserci alcun segnale del clima che cambia negli eventi atmosferici più estremi che possono aver luogo. Il paper è al link qui sotto.

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Hurricane trend detection

Certo, non conta solo il numero degli eventi, si dirà. Un pianeta più caldo dovrebbe produrre anche tempeste più forti, assioma questo che fa scempio delle dinamiche della circolazione atmosferica, secondo le quali un aumento della temperatura media riduce il gradiente longitudinale e quindi in realtà attenua il contrasto termico, di fatto riducendo l’energia disponibile ma tant’è, se non aumentano saranno (sono?) comunque più intensi.

Allora torna utile leggere un altro paper, sempre recente, che analizzando le precipitazioni ascrivibili al passaggio degli uragani, in cui si mette in luce un sorprendente trend negativo delle precipitazioni associate a questi eventi quasi in tutti i bacini oceanici in cui si sviluppano. Il risultato sorprende anche gli autori, che faticano a crederci al punto di attribuirlo più che altro alla disomogeneità e brevità delle serie disponibili. Praticamente mai una gioia. Il paper è sempre al link sotto.

Global climatology of rainfall rates and lifetime accumulated rainfall in tropical cyclones: Influence of cyclone basin, cyclone intensity and cyclone size

Siamo però partiti dall’imminenza di eventi potenzialmente catastrofici per l’area caraibica, per cui ha senso dar un’occhiata ad un altro paper ancora, in cui finalmente si fa un uso decente degli scenari climatici, troppo spesso utilizzati per dipingere un futuro distopico e quasi mai impiegati per quello che sono, cioè degli stress test on cui si dovrebbe misurare la reslilienza del sistema più che dichiararne la fine certa. Viene fuori che, anche considerati gli scenari peggiori, la casualità con cui gli uragani colpiscono l’area caraibica è tale da rendere molto ma molto più importante l’adattamento (quello che gli uomini fanno da sempre e ora non vorrebbero fare più) di quanto non lo sia il contrasto al clima che cambia. Sempre al link sotto.

Hurricanes, climate change, and social welfare: evidence from the Caribbean

Per finire, se siete sfiniti da questo (incredibile?!?) caldo estivo e non ve ne importa un fico degli uragani, una lettura che farà venire l’orticaria ai titolisti dei media d’assalto. Uccide molto di più il freddo del caldo, basta guardare i numeri, e magari chiedere in questi giorni agli amici australiani, che saranno pure in inverno, ma sono alle prese con una ondata di freddo di proporzioni storiche. Ah, naturalmente, anche questo paper fornisce al contempo scappatoia e spiegazione. Fa più morti il freddo del caldo a causa del global warming. Decisamente spettacolare nella sua schizofrenia. Ultimo link sempre sotto, insieme ad una interessante disamina sul fatto che il freddo ammazza più gente soprattutto quando diventa sempre più cara l’energia.

Cold kills more than heat

Enjoy your summer.

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