6 giugno 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 04 Giugno 2017
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=44696

 

 

Soltanto pochi giorni fa è nominalmente iniziata la stagione degli uragani 2017 e vi abbiamo dato conto del l’outlook della NOAA orientato verso la probabilità che quella attesa possa essere una stagione piuttosto attiva, ovvero con numero di eventi superiore alla norma.

Ad oggi, ma non è affatto strano, di eventi non se ne vedono, forse anche perché, come commentava anche uno dei nostri lettori, il bacino Atlantico è in fase di raffreddamento sia a nord che a sud (fonte) e potrebbe venir meno uno degli ingredienti principali della ricetta degli uragani. Ad oggi tuttavia questo raffreddamento non riguarda quella che viene definita la Main Developement Region, ovvero l’area dove nascono più frequentemente le tempeste tropicali.

 

Main Developement Region

 

 

 

Quale sia l’evolvere di questa stagione, vale la pena prender nota dell’ennesimo paper che tenta di cavalcare l’onda dell’inizio della stagione come il migliore dei surfisti, naturalmente in chiave climate change.

The 2016 North Atlantic hurricane season: A season of extremes

La notizia della pubblicazione arriva come sempre sempre da Science Daily, dove trovate alcuni virgolettati degli autori. Si tratta per lo più di un consuntivo della passata stagione, il cui elemento più significativo è stata l’insorgenza di un evento molto precoce, addirittura in gennaio, cui però ha fatto seguito un discreto silenzio fino ai mesi estivi, quando poi sono arrivati un certo numero di eventi tra cui un uragano di categoria 5, Matthew, che ha duramente colpito Haiti. Tuttavia, ma questo gli autori non lo dicono a quanto pare, non è stata interrotta la fortunata (e fortuita) serie di oltre 10 anni senza lo sbarco di uragani di categoria 3 o superiore nel territorio degli USA, questo sí, per quanto casuale, un vero record. Dicono però che in termini di intensità cumulata dell’attività stagionale, che si misura con l’indice ACE (Accumulated Cyclone Energy), il 2016 è stato leggermente superiore alla norma. Dal grafico qui sotto (preso da qui), quale sia la norma per l’ACE, si vede invece chiaramente che il 2016 in Atlantico è stato un anno senza niente di speciale, nel contesto di una serie che non sembra presentare alcun trend subendo invece delle oscillazioni di medio-lungo periodo quasi sicuramente associabili alle dinamiche delle temperature dell’oceano, anch’esse soggette a cicli multidecadali.

 

 

Ad ogni modo, nel commentare questi estremi zoppi, gli autori non si privano di sottolineare che questo potrebbe essere l’anticipo di quello che dovrebbe riservarci il climate change, evidentemente ignari del fatto che, proprio in materia di uragani e clima che cambia, il mainstream scientifico prevede come al solito sfracelli ma è stato più volte costretto ad ammettere che non c’è traccia di aumento dell’intensita degli eventi o del numero degli stessi, soprattutto perché non ci sono dati sufficienti a disposizione.

Overall 2016 was notable for a series of extremes, some rarely, and a few never before observed in the Atlantic basin, a potential harbinger of seasons to come in the face of ongoing global climate change.

C’è da chiedersi innanzi tutto come siano stati validati i modelli di previsione se i dati che dovrebbero simulare non sono buoni, poi anche di che razza di modelli si tratti se prevedono che aumenti l’intensità degli uragani e questo non succede (vedi ACE), e poi ancora a cosa serva se non a genuflettersi al catastrofismo imperante scrivere un simile vaticinio – perché di questo si tratta – nell’abstract di un articolo, che, naturalmente, essendo in linea col disastro imminente, ha comunque passato allegramente il referaggio.

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