4 dicembre 2016 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 03 Dicembre 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=42951

 

In questi giorni si fa un gran parlare di bufale, ossia di quelle notizie palesemente false o inventate cui viene cucito addosso un abito che le renda presentabili per farle assurgere al rango di verità. Non che ci sia bisogno di grandi opere di maquillage a dire il vero, dato che l’approccio ormai molto superficiale di chi fa e di chi subisce l’informazione facilita decisamente il lavoro.

Questa ondata di indignazione verso il bufalismo, è probabilmente un tentativo di recupero di attendibilità dell’informazione più generalista dopo le clamorose debacle cui abbiamo assistito con la brexit e con l’elezione di Donald Trump negli USA, fatti avvenuti in apparenza senza che nessuno sia stato capace di accorgersene prima.

Ci sono siti e media specializzati nella somministrazione di bufale, ed è su questi che ora si sta puntando il dito. Nessuno però punta il dito sulle cosiddette “bufale ufficiali”, su quelle notizie cioè che sono sempre false, parimenti palesemente non verificate, ma che comunque, essendo afferite a settori d’informazione i cui ambiti sono stati ampiamente sdoganati, vengono recepite e prontamente redistribuite come vere.

Molta parte dell’informazione sul clima e i suoi dintorni appartiene appunto a questa categoria.

Per la verità, mi ero ripromesso di non affrontare l’argomento che seguirà a breve, perché appartiene alla solita noiosissima retorica catastrofista senza senso, che nonostante sia riproposta con grande entusiasmo da molti media generalisti e un po’e cialtroni, personalmente suscita in me e, credo anche nei nostri lettori, soltanto grandissimi sbadigli.

Però la faccenda merita. Vediamo perché.

Leggo dall’Osservatore Romano il più classico dei moniti catastrofisti: l’Apocalisse Climatica. Data la fonte, viene da pensare che da quelle parti di apocalissi se ne intendano, però sorge anche il dubbio che, in assenza di segnali tangibili di apocalisse biblica, se ne debba cercare di altro genere per mantenere alta l’attenzione dei lettori.

Così si passa alle previsioni di migrazioni di massa (appunto bibliche in senso letterario) che nel prossimo futuro – sempre però opportunamente lontano e non verificabile – saranno causate dal disfacimento del clima. Siccità piuttosto che inondazioni, caldo insopportabile piuttosto che ondate di gelo etc etc. Tra tutte le tragedie prossime venture, la più gettonata delle catastrofi climatiche in termini di necessità di abbandono del suolo natio, è senz’altro quella dell’aumento del livello dei mari. Intere nazioni insulari del continente marittimo, ad esempio, sarebbero destinate a scomparire a breve causa sommersione. La preoccupazione al riguardo è tale che su alcune di esse, denotando una discreta dose di dissonanza cognitiva, la World Bank sta finanziando la costruzione di aeroporti per incentivare l’industria turistica, a dimostrazione di quanto il problema sia reale ed imminente.

Però, però, non si possono ignorare gli appelli che autorevoli organizzazioni umanitarie come l’IOM, l’UNHCR et similia continuano a fare alimentando le accorate cronache tipo quella appena pubblicata dall’Osservatore Romano. Quello che i più non sanno, tuttavia, è che quegli appelli non sono proprietari, ma si basano tutti sugli stessi dati, ovvero sui dati inattendibili, inverificabili e, per molti aspetti risibili degli scenari climatici, che tutti conoscono e danno per scontati, ma che da quando esistono non ne hanno azzeccata una. Tanto per capirci, secondo lo scenario di emissioni più peggiorativo, che poi è quello che stiamo vivendo, la temperatura media del pianeta sarebbe dovuta crescere a velocità doppia di quanto sta accadendo. Il rateo attuale di riscaldamento del pianeta, invece, è inferiore a quello che dovremmo attenderci se le emissioni fossero completamente abbattute, ovvero se fosse implementato lo scenario più virtuoso. Possibile che a nessuno venga in mente che c’è qualcosa che non torna?

Torniamo ora ai rifugiati climatici. L’altro giorno, Willis Eschenbach su Wattsupwithat ha ripreso la “notizia” uscita a latere della COP21 di Parigi, del piano di ricollocazione di un’intera comunità di indiani nativi americani che vive nel nord ovest degli USA. Il loro insediamento principale, essendo pericolosamente prossimo alla costa, sarebbe minacciato dall’innalzamento del livello del mare. Così, assurti ad esempio perfetto (ennesimo) di primi rifugiati climatici della storia moderna, si sarebbero attrezzati con un piano di evacuazione che si spera che i generosi flussi di denaro riparatore negoziati a Parigi (e ignorati a Marrakech) possano finanziare.

La città è in effetti in riva al mare, così, tanto per dare un’occhiata, Eschenbach ha recuperato i dati del mareografo più vicino all’insediamento per scoprire che … … il mare da quelle parti sta scendendo, non salendo. E perché allora dovrebbero volersene andare? Semplice, perché quella zona è ad elevatissimo rischio sismico a causa di una faglia posizionata in mare che storicamente ha dato luogo a movimenti tellurici che hanno causato dei violentissimi tsunami. Purtroppo, pare che per il prossimo evento sia un problema di “quando”, non di “se”. Quindi l’abbandono della città, sarebbe necessario a causa di qualcosa che non ha nulla a che vedere con il clima. La bufala climatica, però ci sta sempre bene.

Altra domanda. Ma se la zona è storicamente a rischio, perché ci hanno costruito una città? Perché benché dotati di lunga memoria storica come tutte le popolazioni indigene, è stata assegnata loro una “riserva” sul mare più comodamente fruibile di quanto non fosse il loro primo insediamento che invece è poco lontano e a 30 metri sul livello del mare, cioè fuori dal rischio tsunami, che evidentemente conoscevano già da prima. Proprio lì, infatti, gli indiani chiedono che sia spostata la loro città. Alla faccia del mare che sale.

Di questo passo, e con questo approccio alla questione, leggeremo a breve che dovranno essere considerati rifugiati climatici tutti quelli che a fine estate chiudono la casa al mare e tornano in città. Enjoy.

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