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Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 7 Giugno 2019
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=50993

Che fosse solo questione di tempo era del tutto evidente. In fondo sono prevedibili come il caldo estivo nel Sahara. Fatto sta, anche l’Italia potrà finalmente vantare una bella class action in cui si accusa lo Stato di non fare abbastanza per salvare i propri cittadini dall’arrostimento climatico. Lo annuncia con malcelata soddisfazione e pomposa retorica La Stampa nel suo imperdibile inserto Tuttogreen.

La notizia in sè farà sorridere l’italiano medio alle prese con problemi ben più reali che meriterebbero, loro sì, una class action o per lo meno l’interesse di chi amministra la cosa pubblica. Ma certe agende non le dettano certo i cittadini italiani. E nemmeno i politici italiani. Perché sono agende di importazione.

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Uno schema rodato

Per chi legge la stampa straniera, e in particolare quella poca stampa americana non ancora controllata da trilionari sedicenti filantropi, la scorciatoia giudiziaria appare come una consuetudine ampiamente consolidata. La presidenza Obama, per esempio, si era avvalsa in modo sistematico della strategia di “sue and settle” come grimaldello per scardinare la resistenza di un Congresso ostile a implementare le azioni “salvaclima” promosse dal partito democratico. Come? Semplicissimo: gruppi di pressione ambientalisti citavano in giudizio l’EPA, accusandola di non prendere azione contro determinati problemi ambientali/climatici. L’EPA, invece di difenere la sua posizione originaria, (in)spiegabilmente accoglieva le istanze ambientaliste senza battere ciglio, recependo in toto le proposte dei ricorrenti, con l’effetto di legiferare al posto del Congresso americano.

Il ruolo delle ONG / OSG

Niente di nuovo sotto il sole, nell’uso di scorciatoie in politica. Quello che dovrebbe allarmare, piuttosto, è il fatto che certe istanze ormai si sono fatte sovra-nazionali: rotolano come una slavina lungo un piano inclinato da una parte all’altra dell’Atlantico e travolgono le agende politiche interne dei paesi europei. Gli agenti di questa azione sono le ONG: Organizzazioni Non-Governative, ma solo a parole. Organizzazioni Super-Governative nei fatti: sono loro, infatti che portano avanti le istanze del potere globalista nel mondo. Operano come gruppi di pressione, si servono di social network e giornali amici per introdurre forzosamente temi estranei alle agende politiche nazionali, ricorrono alla magistratura appellandosi alla presunta necessità di colmare vuoti giuridici o rimediare a presunte ingiustizie. Sostituendosi ai parlamenti nazionali. E aggirando di fatto l’espressione del voto popolare, ovvero il fondamento stesso della democrazia.

Ovviamente i temi per cui si battono le OSG sono sempre gli stessi in ogni parte del mondo. Ché non a caso si chiama globalismo. Parliamo dei soliti temi “sociali” in molti casi assurdi, ridicoli e disumani che da anni appestano l’agenda liberal americana: si spazia dalla “mascolinità tossica” al #metoo, dalle toilette gender-friendly al “privilegio bianco”, dalla diversity all’hate speech, dall’immigrazionismo no-border… al Climate Change.

Tallone d’Achille

L’invasività impressionante del potere globalista è anche la sua stessa debolezza. Incapace di adattarsi alle specificità nazionali (che rifiuta, e intende anzi annullare attraverso l’imposizione del salvifico melting-pot), impone battaglie che in alcuni paesi e realtà suonano francamente ridicole. Nel caso della class action in oggetto, per esempio, ci si chiede di cosa dovrebbe essere accusato il governo di un Paese come l’Italia che da decenni a questa parte vede assottigliarsi il proprio tessuto produttivo, rinuncia ad investire nel nome dell’austerity imposta dai creditori, disincentiva l’attività imprenditoriale con una tassazione che è un rebus inestricabile, e così facendo onora tutti i suoi impegni in materia di riduzione della CO2: più per decrescita che per virtù. 

Cosa c’è in ballo

Comunque la si voglia vedere, il vero campo di battaglia è tra un potere globalista che impone le sue agende a livello planetario, e il potere politico dei singoli paesi che si ritrova sul tavolo temi e “urgenze” che non appartengono al suo elettorato. La prima vittima di questo gioco è la politica, prima ancora che i cittadini stessi. Politica costretta a rincorrere e a tamponare le falle aperte dall’esterno, da figure senza volto che attraverso le OSG scardinano il sistema facendo leva sulla contrapposizione tra poteri dello Stato. Inevitabile che la politica perda il consenso popolare, e trasmetta agli elettori una sensazione di non-governo e menefreghismo che è premessa a fatti ben più gravi, e reali, di quelli paventati da Greta & friends (Macron e i gilet gialli insegnano).

In questo contesto, l’ambientalismo fondamentalista gioca un ruolo determinante. Imponendo come urgenti e mortiferi temi che alla prova dei fatti sono del tutto irrilevanti, distoglie attenzione e soprattutto risorse a problemi reali e urgenti. L’ambientalismo che per evitare il trapianto di un pugno di olivi necessario a posare un gasdotto, ne lascia crepare a milioni per xylella. L’ambientalismo che pretende di impoverire e de-industrializzare un continente intero nel nome di una minorenne scioperata con le treccine, sulla base di modelli climatici che da 40 anni non azzeccano una previsione una, e sotto la minaccia di una catastrofe climatica che non arriva mai: il Godot Warming.

Non tutto è perduto

Il quadro non è roseo, certo. Ma le vie d’uscita non mancano. Certo è comodo accettare come dati di fatto e scienza “consolidata” le clima-scemenze urlate a media unificati. Eppure esiste una opposizione scientifica alla narrativa climacatastrofista, che si basa su rilievi circostanziati ed è sostenuta da voci autorevoli. Solo per limitarsi all’Italia, le voci scettiche in materia di global warming annoverano quelle di Zichichi e Rubbia, non proprio due scappati di casa.

Se la politica vuole riprendere in mano il pallino e sottrarre l’arma giudiziaria alle OSG e ai loro mandanti più o meno occulti la via è semplice: basta alimentare un dibattito scientifico vero, una ricerca scientifica in ambito climatico a 360 gradi, e dimostrare quello che tutti sanno, ma troppi trovano conveniente tacere: ovvero che l’AGW è materia scientifica tutt’altro che “consolidata“. Sostenere che l’AGW è “scienza consolidata”, infatti, ha un effetto ben preciso: quello di offrire su un piatto d’argento una sentenza già scritta, come le delibere dell’EPA di Obama.

Se l’imputato Godot Warming non si decide proprio ad arrivare, arriveranno prima le sentenze dei tribunali che ne sanciranno l’esistenza e infliggeranno la condanna, ovviamente esemplare. E con sentenza emessa in contumacia. Nemmeno Beckett avrebbe saputo immaginare un finale così assurdo, ma se accadrà non si potrà dire che non ce lo siamo meritato.

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