4 novembre 2018 - 12:00 pm Pubblicato da
image_pdfimage_print

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 2 Novembre 2018
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=49613

Non so quante volte mi sia capitato di leggere che in materia di risposta del clima al forcing antropico, divenuto oggi semplicemente climate change come se null’altro fosse mai esistito, la scienza debba intendersi definita. Tanto definita che, ormai, determinate conseguenze vengono date per scontate, sia da molta parte di chi fa divulgazione scientifica, sia da chi fa semplici commenti. La riprova di questo è la cronaca di questi giorni, in cui eventi atmosferici pur eccezionali, sono letti in chiave climatica anziché meteorologica.

Eppure la scienza, intesa come letteratura scientifica (ne esiste un’altra?) è più o meno uniforme nel dichiarare che a) nessun evento di breve periodo è ascrivibile direttamente alle dinamiche del clima e, b) gli eventi estremi, pur se gli scenari climatici ne prevedono un aumento di frequenza e/o intensità, non sono sin qui aumentati, né sono divenuti più intensi. Per essere più precisi, dalle serie storiche che riguardano questi accadimenti, non è possibile tirar fuori informazioni chiare, per deficit di dati o perché semplicemente di trend non ce ne sono.

Ma, dicevamo, la scienza è definita…

Davvero? Vediamo due esempi.

Ieri mi capita di leggere il lancio di un articolo uscito su Nature di recente:

Ocean impact on decadal Atlantic climate variability revealed by sea-level observations

L’articolo è liberamente consultabile, ma ne trovate comunque un ampio (e semplice) riassunto qui: The Atlantic Is Entering A Cool Phase That Will Change The World’s Weather

In sostanza, pulita dal segnale di riscaldamento di lungo periodo, la serie delle temperature superficiali dell’Atlantico settentrionale, mostra notoriamente un’oscillazione multidecadale, nota come Atlantic Multidecadal Oscillation (AMO). Questa oscillazione è in fase con pattern atmosferici cui si associano diversi tipi di “tempo”, che quindi si presentano con maggiore frequenza a seconda della fase negativa o positiva dell’AMO. Questo è clima, se volete di breve-medio periodo, visto che si parla di decadi. Ora, scrivono gli autori del paper, l’AMO va verso valori negativi, che tradotti in “tempo” significano tempi duri, almeno per l’area Europea ma, leggendo, anche per altre e più lontane zone del pianeta. Guardando il grafico dell’AMO, che riporto qui di seguito, si notano dei segnali di tendenza negativa, cioè l’Atlantico settentrionale sta andando verso un raffreddamento, e questo avrà probabilmente effetto sulle temperature globali, così come ne avrà sulla circolazione atmosferica e il “tempo” ad essa associato, soprattutto nell’emisfero settentrionale. Tutto questo, ahinoi, nelle simulazioni climatiche, che dovrebbero supportare i processi decisionali, semplicemente non c’è.

La linea continua è la media decadale. van Oldenborgh et al. / ERSSTv3b, CC BY-SA

Del resto, non c’è neanche l’oggetto della prossima segnalazione.

Si tratta di un post di Clive Best che mette insieme alcuni tasselli importanti del puzzle sul clima. Tra questi, quello forse più importante di tutti, che non è la CO2, quanto piuttosto la copertura nuvolosa.

Global Temperatures Rose As Cloud Cover Fell In the 1980s and 90s

Che il ruolo delle nubi nelle dinamiche del clima sia determinante è un fatto noto. Che le nubi siano uno degli elementi più difficili (ove non ancora impossibili) da simulare nel tentativo di riprodurre il compattamento del sistema è altrettanto noto. Forse però lo è meno il fatto che, in termini di bilancio radiativo, una variazione anche solo di 1-2 punti percentuali della quantità di nubi presenti sul pianeta sia in grado di spiegare gran parte delle oscillazioni (soprattutto positive) delle temperature globali delle ultime decadi. Tanto nel forte trend positivo della fine del secolo scorso, quanto nell’appiattimento del trend occorso dai primi anni di questo secolo.

In sostanza, meno nubi uguale più calore, più nubi uguale tendenza al raffreddamento. E questo, ancora una volta lo dicono i numeri:

Perché possa variare la quantità di nuvolosità presente sul pianeta poi, è tutta un’altra storia. Però, guardando i grafici, sembra che ci sia un certo lag temporale tra le oscillazioni dell’AMO, la risposta della nuvolosità e il conseguente trend delle temperature, cui probabilmente si sommano anche molti altri fattori, non ultima la porzione ascrivibile all’effetto antropico, sia esso globale, ovvero riferito al surplus di gas serra, o locale, ossia riferibile più direttamente al cambiamento delle condizioni al contorno dei punti di osservazione.

Allora, visto che anche questo nelle simulazioni non c’è, questa scienza vi sembra settled?

1 Star2 Stars3 Stars4 Stars5 Stars
(10 voti, media: 4,90 su 5)
Loading...