2 dicembre 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 01 Dicembre 2017
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=46606

 

 

Più o meno negli stessi giorni in cui il lancio di una monetina decideva la nuova sede dell’Agenzia del Farmaco, in Europa si celebrava la COP23 e si discettava di un argomento di importanza vitale per i membri dell’Unione: come sequestrare la CO2. La questione, come spesso accade dalle parti di Bruxelles, si svolge in gergo altamente burocratico e si risolve in una battaglia di sigle. In questo caso si fronteggiano CCS e CCU, ovvero “Carbon Capture & Storage” Vs. “Carbon Capture & Utilization” (euobserver.com, 2017). Per usare un gergo carcerario, nel primo caso la CO2 viene catturata e sbattuta in un luogo dove non possa più nuocere, mentre nel secondo viene catturata e messa ai lavori forzati.

CCS: Sequestro e Stoccaggio

Fino a ieri la filosofia prevalente era stata proprio la CCS, ovvero il sequestro della temibile molecola al fine di re-iniettarla nelle viscere della terra. Un programma ambizioso è stato avviato nel 2007 con un budget-monstre di un miliardo di euro allo scopo di finanziare progetti di sequestro e stoccaggio. Con risultati semplicemente disastrosi: 10 anni dopo, nonostante una spesa di 587 milioni di euro, nemmeno un progetto è stato portato a termine, in uno stillicidio di cancellazioni, ripensamenti e ritardi.

Il problema è che re-iniettare il gas nel sottosuolo non si associa ad alcun beneficio economico, è estremamente costoso, genera emissioni addizionali di CO2 e presenta problematiche di impatto ambientale paragonabili a quelle di una perforazione petrolifera o a gas. Non sorprende, quindi, che tra le cause di cancellazione dei progetti in questione ci sia stata la mancata concessione dei permessi ambientali o la mera considerazione da parte dei governi che spendere soldi pubblici per sotterrarli insieme alla CO2 non ha nessun senso.

Consoliamoci, poteva comunque andare peggio: la UE era infatti pronta a spendere altri 300 milioni di euro per progetti di sequestro e reiniezione, finanziandoli con il solito balzello dei crediti verdi imposti a danno delle aziende che la CO2 la emettono e che magari generano persino dei profitti. Tutti i progetti che si intendeva finanziare sono stati bloccati, sostanzialmente perché i governi si sono rifiutati di mettere sul piatto i contributi necessari alla realizzazione dei progetti stessi, in aggiunta a quelli gentilmente offerti dall’Unione Europea.

Ma niente paura, il CCS torna in vita quando meno te l’aspetti, come uno zombie di Romero: la Scozia si è infatti appena dichiarata pronta a finanziare un progetto per lo stoccaggio della CO2 nel Mare del Nord. Un tempo facevano soldi perforando offshore e producendo idrocarburi; oggi chiedono soldi all’Europa per perforare offshore e sperperare denaro reiniettando CO2. Metafora perfetta della parabola industriale ed economica del Vecchio Continente.

CCU: Sequestro e Utilizzo.

A fronte del disastroso esito dei progetti CCS, a Bruxelles si è pensato di estrarre il coniglio dal cilindro: la CO2 non si re-inietta più, ma si “utilizza”. Come?

  • Per fare bevande frizzanti. Facile a dirsi, difficile a farsi: produrre CO2 a specifica alimentare a partire da emissioni industriali è estremamente costoso per la necessità di processi di purificazione estremamente spinti. E con le emissioni attuali di CO2 su scala mondiale, si saturerebbe l’intero mercato delle bibite gasate in un batter d’occhio.
  • Per produrre…combustibili. Ebbene sì: a partire dalla CO2 si possono produrre combustibili. Sembrerebbe l’uovo di Colombo, se non fosse che la termodinamica mette i bastoni tra le ruote: per produrre combustibili a partire da CO2 (ad esempio con la reazione di Sabatier) è necessario usare processi catalitici, ad alta pressione, e con dispendio enorme di energia. Una follia assoluta e ridicola dal punto di vista energetico ed economico. Non per l’Europarlamento però, che in questo processo sta meditando di riversare ulteriori risorse economiche.
  • Per dare da mangiare alle piante. Pare che qualcuno in Europa si sia accorto che le piante si nutrono di CO2, sono contente se il tenore di CO2 aumenta, e le rese agricole aumentano di conseguenza. Scoperta strabiliante che ha convinto qualcuno a riutilizzare la CO2 pompandola nelle serre. Geniale vero? Resta da capire come mai la CO2 è nutrimento per le piante in serra, e veleno per tutti in atmosfera.

Provando a riassumere

In Europa da molti anni si sperperano miliardi di euro nel vano tentativo di sequestrare un gas che è ritenuto nocivo perché fa scaldare la Terra. Curiosamente, la presenza dello stesso gas in atmosfera consente la vita sulla Terra, che in mancanza della CO2 sarebbe una sterile palla di ghiaccio.

Qualsiasi processo di sequestro e reiniezione della CO2 si associa ad un gigantesco sperpero economico che deve essere caricato sulle spalle della comunità sotto la forma di tasse, balzelli o “crediti verdi”. Alla luce di questo, in Europa si è pensato bene di utilizzare la CO2, piuttosto che sequestrarla, ma ad oggi l’unico uso sensato resta darla in pasto alle piante. Tale uso, tuttavia, è accettabile solo se fatto al chiuso di una serra.

Si narra che nel 1453, mentre Costantinopoli cadeva sotto l’assedio di Maometto II, si discutesse di sesso degli angeli. Oggi dalle nostre parti si discute di COP e di sequestri di CO2, di serre miracolose e di crediti verdi. Questo mezzo millennio, tuttavia, non è passato invano. Rispetto ai trogloditi di Costantinopoli, infatti, oggi abbiamo un’arma segreta da giocarci: male che vada, possiamo sempre lanciare una monetina.

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