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Autore: Admin
Data di pubblicazione: 15 Gennaio 2020
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=52197

di Giuseppe Bertoni e Luigi Mariani

In un loro articolo del luglio 2019 dal titolo “Are U.S. cattle causing an increase in global warming?” (luglio 2019) i ricercatori Clarece Rotz (Usda – Ars) e Alan Hristov (Penn State University – College of Agricultural Sciences) ricordano che nell’ultimo decennio la zootecnia bovina è stata da moltissime parti posta sul banco degli accusati in quanto ritenuta causa importante dei cambiamenti climatici in atto sul pianeta Terra. In effetti anche in Italia i “media” si fanno spesse volte vettori dell’invito a “smettere” di mangiare carni (specie quelle rosse) e talora anche il latte (appello che giunge soprattutto dai vegani), con il duplice obiettivo di salvaguardare l’ecosistema e di ridurre le più o meno gravi malattie attribuite agli alimenti di origine animale.

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Alcune considerazioni sull’impatto ambientale delle produzioni zootecniche

Prendendo dunque spunto dallo scritto dei colleghi Rotz e Hristov vorremmo intervenire con alcune puntualizzazioni sulle reali conseguenze ambientali degli allevamenti e dei più osteggiati in assoluto che sono, manco a dirlo, quelli intensivi, limitandoci per motivi di spazio agli aspetti legati alle emissioni di gas a effetto serra. Al riguardo rammentiamo allora che:

  • Sia il metano rilasciato dall’apparato digerente dei ruminanti e ceduto all’atmosfera per eruttazione sia il protossido d’azoto emesso dalla decomposizione delle loro deiezioni entrano a far parte, insieme all’anidride carbonica, del pool di gas a effetto serra, una “coperta” senz’altro benemerita perché protegge la Terra dall’eccessivo raffreddamento ma il cui eccesso corre il rischio di “farci sudare”;
  • L’anidride carbonica, pure rilasciata da vari processi, fra cui quelli vitali degli esseri viventi compresi i ruminanti, ha anch’essa un effetto “coperta” – ma può essere sottratta all’atmosfera dal processo di fotosintesi nelle piante che producono le sostanze nutritive che gli stessi esseri viventi hanno utilizzato rilasciando tale gas; dunque la CO2 emessa in agricoltura fa parte di un ciclo che la vede come frutto di CO2 prima assimilata con la fotosintesi, il che costituisce una differenza essenziale rispetto alla CO2 rilasciata bruciando combustibili fossili (petrolio, gas, carbone ecc.), a sua volta assorbita per la fotosintesi ma da piante vissute in epoche antidiluviane e stoccata nelle viscere della terra da milioni di anni;
  • Del ciclo di cui al punto precedente è parte anche il metano, il quale tuttavia può tornare in “circolo” solo subendo un’ossidazione sino a CO2 (figura 1), processo fotochimico lento che richiede circa 12 anni per essere completato (comunque è bene tenerne conto, perché significa che l’effetto negativo del metano non è “eterno”);
  • Dunque, è vero che il metano proveniente dal rumine rappresenta un contributo all’“appesantimento” dell’effetto “coperta” rispetto a quanto avveniva nel passato anche recente? Non esattamente, poiché laddove vi sono oggi ruminanti allevati (bovini, bufali, pecore, capre, yak ecc.) vi erano in passato ruminanti selvatici (bisonti, cervi, caprioli, mufloni, bufali, gazzelle, antilopi ecc.), la cui produzione di metano non era certo da meno. Ad esempio uno dei due autori citati prima (Hristov) ha pubblicato nel 2012 un articolo scientifico secondo cui negli Usa le emissioni di CH4 degli allevamenti attuali sono pari all’86% di quelle dei ruminanti selvatici dell’America pre-colombiana. Quest’ultima considerazione è giustificata anche dal fatto che negli ultimi decenni l’efficienza delle produzioni animali, specie del latte, è aumentata in maniera notevolissima e ciò ha fatto “crollare” i gas serra emessi per unità di prodotto[1].
  • Si noti che – a differenza della vulgata “politicamente corretta” che spinge per il ritorno dell’agricoltura a pratiche tipiche di un passato di miseria e di fame, il crollo dei gas serra si è verificato nei tanto vituperati allevamenti intensivi e non certo negli allevamenti estensivi e tantomeno nel caso delle vacche indiane che, in numero di 180 milioni, poco o nulla producono in termini di alimenti utili all’uomo e tantissimo emettono, senza che nessuno vi faccia “mente locale”. Giustamente si obietterà che, essendo le produzioni animali in continua crescita, le quantità assolute di gas serra vanno pure aumentando; verissimo, ma se è necessario produrre di più, non è certo per responsabilità degli allevamenti, bensì dei consumi più elevati che derivano dall’essenzialità delle produzioni zootecniche per la sana alimentazione di una popolazione mondiale in continua crescita, come cercheremo di argomentare nei punti seguenti.
  • Si noti anche che dall’articolo scientifico di Anne Mottet e altri dal titolo “Livestock: On our plates or eating at our table? A new analysis of the feed/food debate”, uscito nel 2017 sulla rivista scientifica Global Food Security (elsevier.com/locate/gfs) emerge che il bestiame contribuisce in modo sensibile alla sicurezza alimentare globale, fornendo macro e micronutrienti essenziali, lavoro e sottoprodotti – concimi, pellami, calore, ecc. – e generando reddito. Sempre Mottet et al., analizzando le razioni globali di foraggi-mangimi e le percentuali della loro conversione in cibo per l’uomo, stimano che il bestiame consumi annualmente come mangime 6 miliardi di tonnellate di sostanza secca, incluso un terzo della produzione mondiale di cereali. Di questi 6 miliardi, l’86% è costituito da alimenti non edibili per l’uomo. Inoltre produrre 1 kg di carne disossata richiede in media 2,8 kg di mangime commestibile per l’uomo nei sistemi a ruminanti (bovini, ovi-caprini) e 3,2 kg in quelli a monogastrici (suini, equini, avicunicoli, ecc.). Gli autori segnalano infine che la zootecnia consuma sì il 33% dei cereali ma produce il 25% delle proteine e il 18% delle calorie delle diete umane.
  • Le conclusioni di Mottet appaiono complementari a quelle raggiunte da Paolo Tessari, Anna Lante e Giuliano Mosca i quali nel loro articolo “Essential amino acids: master regulators of nutrition and environmental footprint?” pubblicato su Nature Scientific Reports nel 2016, si sono proposti di verificare il preconcetto secondo cui a parità di calorie o di peso secco, l’impronta ambientale degli alimenti di origine vegetale sarebbe di molte volte inferiore rispetto a quella degli alimenti di origine animale. Gli autori evidenziano che in tali confronti un aspetto spesso trascurato è il valore nutrizionale degli alimenti, visto soprattutto in termini di aminoacidi essenziali (EAA); ad essi fanno dunque riferimento i predetti autori nel valutare l’impronta ambientale (espressa sia come uso del suolo per la produzione sia come emissione di gas serra) di alcuni alimenti animali e vegetali in grado di fornire un apporto di EAA confacente ai requisiti umani. Il risultato ottenuto è che la produzione di proteine ​​in quantità sufficienti per corrispondere alle necessità giornaliere di EAA di un essere umano adulto richiede una quantità di suolo e un’emissione di gas serra che per le proteine animali non è molto diversa da quella necessaria per produrre proteine ​​vegetali. Questa nuova analisi ridimensiona il luogo comune secondo cui in termini d’impronta ambientale sarebbe assai più conveniente produrre proteine di origine vegetale rispetto a quelle di origine animale.
  • Da segnalare infine il lavoro di Williams e Hill (2017) i quali osservano che le diete ricche di cereali e povere di alimenti di origine animale e dunque di niacina[2], proprie del periodo successivo alla rivoluzione neolitica e che oggi persistono in vaste aree del globo, si sono tradotte in una elevata fertilità che è funzionale al fatto di colonizzare nuovi territori ma che ha come aspetti negativi una minore salute (più elevata sensibilità alle infezioni croniche, minore resistenza ai patogeni), un’altezza ridotta e minori capacità cognitive. La conclusione cui gli autori giungono è pertanto che gli alimenti di origine animale ricchi di niacina portano ad una naturale limitazione della fecondità umana oltre a dare effetti positivi su sviluppo, longevità e capacità intellettive degli individui. In sostanza dunque, secondo i predetti autori, sono le diete ricche di carboidrati a rendere il tasso di fecondità più elevato e dunque sarebbe auspicabile diffondere nei PVS alimenti di origine animale (anche in forma di latte, uova o fonti non convenzionali come gli insetti) per ottenere nel medio-lungo periodo una serie di effetti benefici fra cui (i) popolazioni umane più sane, più longeve ed intellettualmente più vivaci, (ii) riduzione del trend all’aumento della popolazione mondiale e delle conseguenti pressioni sull’ecosistema, (iii) riduzione nei ritmi di estinzione delle specie spontanee dovuta alla caccia di frodo a sua volta spinta dalla cronica carenza di niacina nelle popolazioni povere. In sostanza gli autori propongono l’idea, all’apparenza contro-intuitiva, che diete onnivore siano alla fine più sostenibili sul piano ecologico rispetto a quelle vegane, con ciò minando alcuni dei pilastri di un’ecologia a base ideologica che vorrebbe renderci tutti erbivori.

Figura – La produzione di metano da parte dei bovini fa parte del ciclo naturale del carbonio. Si noti che il metano si ossida nell’atmosfera convertendo il carbonio in CO2 che può essere fissata con la fotosintesi andando a produrre foraggi e mangimi con cui il bestiame si alimenta. All’interno di questo ciclo non vi è alcun impatto a lungo termine sul clima se le emissioni di metano e i processi di ossidazione restano in equilibrio.

Conclusioni

Dai dati sopra esposti emerge dunque che i prodotti di origine animale hanno moltissimi vantaggi per un onnivoro come l’uomo e che le emissioni degli animali da allevamento costituiscono una frazione della CO2 assorbita con la fotosintesi, componente del ciclo del carbonio essenziale per la vita sul nostro pianeta.

Ciò non significa che non vi sia spazio (e utilità) nel contenere il rilascio di gas serra da parte degli allevamenti, a partire dal miglioramento dei processi nel rumine, per passare ai mezzi che consentono l’aumento di produzione, per finire con una più razionale gestione delle deiezioni; il tutto per accrescere l’efficienza del sistema, obiettivo che – si noti bene –è assai più compatibile con gli allevamenti correttamente gestiti (intensivi) e non certo con quelli “presunti naturali”.

Da ultimo, si concorda con il suggerimento che in talune circostanze sia auspicabile promuovere la riduzione del consumo di carni rosse e di latte nei Paesi occidentali (talvolta in eccesso); per contro, nei Paesi poveri riteniamo assolutamente necessario aumentarlo.

Bibliografia

Capper J.L., Cady R.A., Bauman D.E., 2009. The environmental impact of dairy producti on: 1944 compared with 2007, J Anim Sci. 2009 Jun;87(6):2160-7

  • Hristov A.N., 2012. Historic, pre-European settlement, and present-day contribution of wild ruminants to enteric methane emissions in the United States, Journal of animal science, 2012, 90: 1371-1375.

Rotz C., Hristov A., 2019. Are U.S. cattle causing an increase in global warming?, Fact Sheet 21 in the Series: Tough Questions about Beef Sustainability,  https://www.beefresearch.org/CMDocs/BeefResearch/Sustainability_FactSheet_TopicBriefs/ToughQA/21_GlobalWarming.pdf

Tessari P., Lante A., Mosca G., 2016. Essential amino acids: master regulators of nutrition and environmental footprint? Scientific Reports 6, doi:10.1038/srep26074

Williams A.C. &  Hill L.J., 2017. Meat and Nicotinamide – A Causal Role in Human Evolution, History, and Demographics, International Journal of Tryptophan Research, Volume 10: 1–23, DOI: 10.1177/1178646917704661

[1] Al riguardo Capper et al (2009) evidenziarono che la zootecnia da latte statunitense del 1944, basata su bovine meno produttive allevate al pascolo, emetteva 3.6 kg di CO2 per litro di latte “al bicchiere del consumatore”, mentre oggi con una zootecnia intensiva praticata in grandi stalle aperte e basata su bovine geneticamente migliorate, l’emissione è di circa 1 kg di CO2 per litro di latte.

[2] Il tema è complesso e speriamo che la seguente nota esplicativa possa aiutare a chiarire la questione. Per il metabolismo umano è essenziale il coenzima NAD (Nicotinammide Adenin Dinucleotide – https://it.wikipedia.org/wiki/Nicotinammide_adenina_dinucleotide) che il nostro organismo produce a partire dalla niacina (vitamina B3, presente anche negli alimenti vegetali). Se carente, la stessa niacina può essere sintetizzata a partire dal triptofano (amminoacido poco presente in alimenti vegetali, ma più o meno elevato in quelli animali), già nell’intestino per azione dei batteri, ma anche nei tessuti. Negli alimenti la niacina è presente nei vegetali, ma in particolare in alcuni di origine animale; il fabbisogno umano, espresso in termini di niacina, è di 15-20 mg al giorno e non sempre le diete garantiscono il soddisfacimento di tale fabbisogno. Ad esempio il mancato soddisfacimento si ha con diete vegetali e monotone, specie quelle basate su farina di mais, la quale è povera di triptofano, mentre la  niacina è presente in buona misura, ma in una forma non utilizzabile dal nostro organismo. La conseguente carenza si traduce in una malattia terribile nota come pellagra e che dà luogo sia a potenti eruzioni cutanee (da cui il nome) sia a danni cerebrali irreversibili (demenza). Anche latte e uova prevengono la pellagra, ma in quanto si tratta di alimenti ricchi di triptofano; per contro, le carni la prevengono perché più o meno ricche di niacina.

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