4 settembre 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 02 Settembre 2017
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=45724

 

Si è parlato alcune settimane fa, in riferimento alla differenza tra falsi pericoli e pericoli veri, di una vecchia conoscenza: lo Yellowstone, il celebre super-vulcano americano che ultimamente ha dato qualche segno di nervosismo in più rispetto al solito, paventando il pericolo di un risveglio che getterebbe nel panico l’intero Pianeta da un momento all’altro.

Qualche segno di risveglio, tuttavia, si ravvisa anche dalle parti della NASA, dopo quasi un decennio di sostanziale nullafacenza rispetto ai periodi pionieristici in cui quell’acronimo era sinonimo di ricerca, sviluppo, sfida tecnologica estrema. Non deve essere stato facile, per i dipendenti della gloriosa agenzia, passare dall’organizzazione di missioni lunari al trastullarsi con le “omogeneizzazioni” delle temperature delle stazioni meteo per colorare più o meno di rosso delle cartine da dare in pasto a media compiacenti. Ma forse certa ricerca più seria si è sempre continuato a farla. Probabilmente era solo sepolta dal rumore di fondo di cause più care a certa politica.

Fatto sta: è di pochi giorni fa la notizia che la NASA ha elaborato un piano per provare a scongiurare l’eruzione dello Yellowstone, eruzione che quasi sicuramente accadrà: si tratta “solo” di capire quando. Pare, infatti, che alla NASA si siano accorti che i supervulcani costituiscono una minaccia molto più grave rispetto a quella portata dai corpi celesti. Assolutamente ragionevole, considerato l’impatto devastante che una super-eruzione può avere sull’intero Pianeta, la diffusione dei supervulcani e i tempi di ritorno per questi eventi.

Nel tentativo di mitigare gli effetti di un evento dal potenziale estintivo che potrebbe anche accadere domani, la NASA-risvegliata ha scoperto che se si inietta dell’acqua fredda in pressione nelle zone periferiche della caldera del supervulcano, si incrementerà il rilascio di calore da parte del sistema, abbassando di conseguenza la probabilità che si abbia un’eruzione. Certo, di acqua ne serve tanta, ma alla NASA si sono ricordati che se si inietta acqua in ciclo chiuso in pressione e si scalda, questa si può poi mandare sotto forma di vapore in turbina per generare, udite udite… Elettricità!!!

Due piccioni con una fava: inietto l’acqua fredda, riduco il potenziale esplosivo del supervulcano e ottengo energia in quantità ad un prezzo ragionevole. Energia praticamente illimitata e verde che più verde non si può. Energia erogata in modo costante nel tempo, indipendentemente da qualsiasi fattore atmosferico. Quanto costerebbe questo giochetto? Circa 3.5 miliardi di dollari: un’inezia, se si pensa che sono soldi che verrebbero comunque recuperati nel tempo sotto la forma di un puro e semplice investimento economico, di quelli che nella neo-economia californiana di TESLA & Friends non vanno più di moda. Per non dire del risparmio incalcolabile che deriva dallo scongiurare una eruzione che cancellerebbe metà degli Stati Uniti dalla carta geografica, e che ci regalerebbe un inverno nucleare e una carestia medioevale su scala planetaria.

Giustamente, la preoccupazione principale da parte di chi ha fatto questa ricerca è di carattere politico: bisognerà convincere la politica della bontà di un investimento del genere. Compito obbiettivamente non facile, se si considera che enti come l’EPA, il NOAA e la NASA, organismi alle dirette dipendenze della Casa Bianca in quanto federali, si sono per molti anni adattati a recitare il ruolo di fornitori ufficiali di pezze giustificative scientifiche più o meno stracciate, a supporto dei fondamentalismi verdi e salvamondisti delle precedenti amministrazioni democratiche. Non a caso, nessuno dei tre prestigiosi enti sopra citati ha battuto ciglio quando all’apice della campagna presidenziale del 2016 il candidato “favorito” dagli enti in questione ha proposto di spendere 200 miliardi di dollari per ricoprire gli Stati Uniti con mezzo miliardo di pannelli solari.

La perversione folle e ridicola del fondamentalismo “verde” di questo sgangherato periodo storico è tutta in questo paragone: si volevano bruciare nel camino 200 miliardi di dollari per tappezzare di pannelli gli Stati Uniti, con l’effetto di far pagare l’energia il doppio ai contribuenti e sfasciare la rete di distribuzione elettrica nazionale. “Per salvare il mondo”. E poi ci si fa dei problemi a spendere uno o due centesimi di quell’importo per prevenire quella che potrebbe essere un’eruzione che mette fine alla civiltà contemporanea. Il tutto con l’effetto involontario, tra l’altro, di generare energia pulitissima, abbondante e costante nel tempo.

Difficile pensare che un giorno non ci verrà presentato il conto, per la follia fondamentalista salvamondista che ormai ammorba e appesta qualsiasi dibattito politico, industriale ed economico in ogni parte del mondo. Impedendo alle considerazioni più elementari di ragionevolezza e di buon senso di farsi largo nel fuoco di sbarramento ideologico violentissimo, intollerante ed utopista dei salvamondo di professione.

Speriamo, almeno, che quel conto non ci venga presentato troppo presto. E che il risveglio collettivo dall’incubo di un pensiero unico, politicamente corretto e in ultima istanza suicida, non accada proprio ad opera dello Yellowstone: difficile negare che si tratterebbe di una nemesi perfetta.

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