2 settembre 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 31 Agosto 2017
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=45683

 

Alcuni giorni fa, quando gli stati americani del Texas e della Luoisiana non avevano ancora iniziato ad andare sott’acqua, ma era ormai chiaro che si stavano preparando eventi dai risvolti drammatici, la grancassa della propaganda climatica ha iniziato subito una profittevole campagna mediatica. C’è chi si è limitato (si fa per dire) a scrivere che quanto sta accadendo non è altro che l’anticipo del maltempo che verrà causa climate change, ma c’è anche chi ha pensato bene di compiacersi della sorte di tutti quei texani che avendo votato Trump alle ultime elezioni si erano praticamente candidati a divenire vittime del clima che cambia.

Attivismo becero e cinico se volete, ma questo è il mondo in cui viviamo. Purtroppo l’opportunismo supera ogni altra attitudine umana, anche di quelli che si fregiano del titolo di uomini di scienza. Ecco Michael Mann, scienziato di punta del mainstream ed autore del celeberrimo bastone da Hockey, in un articolo che il Guardian teneva evidentemente pronto nel cassetto:

It’s a fact: climate change made Hurricane Harvey more deadly

Michael E Mann
Tuesday 29 August 2017 00.07 AEST

What can we say about the role of climate change in the unprecedented disaster that is unfolding in Houston with Hurricane Harvey? There are certain climate change-related factors that we can, with great confidence, say worsened the flooding.

What we know so far about tropical storm Harvey

Sea level rise attributable to climate change – some of which is due to coastal subsidence caused by human disturbance such as oil drilling – is more than half a foot (15cm) over the past few decades (see here for a decent discussion). That means the storm surge was half a foot higher than it would have been just decades ago, meaning far more flooding and destruction.

Finally, the more tenuous but potentially relevant climate factors: part of what has made Harvey such a devastating storm is the way it has stalled near the coast. It continues to pummel Houston and surrounding regions with a seemingly endless deluge, which will likely top out at nearly 4ft (1.22m) of rainfall over a days-long period before it is done.

The stalling is due to very weak prevailing winds, which are failing to steer the storm off to sea, allowing it to spin around and wobble back and forth. This pattern, in turn, is associated with a greatly expanded subtropical high pressure system over much of the US at the moment, with the jet stream pushed well to the north. This pattern of subtropical expansion is predicted in model simulations of human-caused climate change.

More tenuous, but possibly relevant still, is the fact that very persistent, nearly “stationary” summer weather patterns of this sort, where weather anomalies (both high-pressure dry hot regions and low-pressure stormy/rainy regions) stay locked in place for many days at a time, appears to be favoured by human-caused climate change. We recently published a paper in the academic journal Scientific Reports on this phenomenon.

Dunque, a quanto pare l’abbassamento del suolo e la lentezza con cui si è mosso il Ciclone Tropicale Harvey sarebbero all’origine della gravità dell’alluvione che ha sommerso l’area della città di Houston. Mentre il suolo si abbasserebbe per effetto dell’estrazione del mefitico greggio, la stazionarietà del Ciclone sarebbe attribuibile al clima che cambia perché pattern della circolazione simili sarebbero in qualche modo quello che prospettano i modelli climatici. Ergo, nonostante un passato di storiche alluvioni e ben 8 uragani di categoria 4 atterrati su quelle coste, quanto accaduto in questi giorni è, ovviamente, colpa del clima che cambia.

Due clamorose bugie in una:

La prima. Come spiega efficacemente una geologa su quest’altro articolo, il suolo nell’area di Huston in effetti si è abbassato, e anche molto, ma non per l’estrazione del greggio, quanto piuttosto perché viene pompata sempre più acqua dal sottosuolo per far fronte al fabbisogno di un’areale divenuto una delle più grandi città degli Stati Uniti in pochi decenni. Quindi acqua, non petrolio, con buona pace di chi ha gestito sin qui quel territorio, qualunque sia il suo orientamento sul climate change. Ora viene spontanea una domanda: perché la geologa che conosce l’argomento non sconfina nel campo del clima e il buon Mann invece si avventura mentendo in quello geologico?

La seconda. Non esistono modelli climatici in grado di scendere alla scala spaziale e temporale necessaria ad analizzare il comportamento degli uragani, né degli elementi della dinamica atmosferica che ne regolano la formazione. Attenzione, questo non lo dice l’ultimo dei meteorologi, lo dice Tim Palmer, un’autentica autorità in materia di simulazione del sistema atmosferico:

 

 

Tra i due diversi approcci al problema c’è tutta la differenza che passa tra la scienza fatta con il desiderio di capire e di conoscere e quella spacciata per acquisita di chi fa attivismo per non chiare né meglio specificate ragioni. Lascio ad ognuno di voi la possibilità di farsi una propria idea.

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