Mai dire Goal!

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 14 Ottobre 2020
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=53571

Astinenza da calcio? Non c’è problema, c’è chi ci pensa.

Vi sarà capitato in questi giorni di vedere lanci d’agenzia relativi ad un Report delle Nazioni Unite fresco di stampa in cui si parla – parole del comunicato stampa associato – di uno “sconcertante aumento delle emergenze climatiche negli ultimi venti anni“. Il titolo è toccante: “Il prezzo (umano) dei disastri” (qui il pdf).  In sostanza, ci sarebbe evidenza numerica dell’aumento degli eventi estremi, cui si associa inevitabilmente un aumento dei danni ad essi associati e dell’esposizione al rischio, tutto per colpa del climate change. A farla da padrone, dopo tsunami e terremoti, le alluvioni, ma l’assortimento dei disastri da tempo (erroneamente detto clima) è ampio e vario.

L’evidenza numerica, nel Report, la fornisce l’EM-DAT (CRED), meglio noto come International Disaster Database che, leggiamo tra i credits, ha fornito ai ricercatori il materiale, perché osserva, cataloga e conta tutto ciò che di disastroso accade nel mondo.

La figura chiave per il sostegno allo sconcerto di cui sopra e per la gioia dei media che si sono tuffati a pesce sulla notizia è la numero 5 di Pag 10, che trovate qui di seguito.

A prima vista, non si direbbe che ci sia alcun aumento, tanto meno sconcertante. E, in effetti, gli stessi dati dell’EM-DAT (CRED), quindi del Report; mostrano quello che segue.

Una diminuzione stimabile nel15%, il contrario di quanto affermato. La vicenda, in effetti è… sconcertante.

Ma forse si capisce anche il perché di questo autogol.

Già nel 2007 il CRED aveva messo in guardia quanti si avvicinavano al loro Database circa l’impossibilità di estrarre alcun segnale relativo al climate change dai loro dati, in particolare per le decadi (allora) più recenti, per un evidente cambiamento nell’osservazione degli eventi disastrosi. In poche parole, oggi nulla (o quasi) sfugge all’informazione globale. Ma, se i dati antecedenti al 2000 sono difficili da interpretare, come si può ricavare con tanta certezza un cambiamento nel ventennio successivo? Risposta semplice, non si può. E, infatti, il cambiamento non c’è, almeno non nella forma espressa da questo report.

Non basta. Nel 2013 l’IPCC, spina dorsale “climatica” delle Nazioni Unite, ha pubblicato uno Special Report sugli eventi estremi che, tra molte altre cose, recita così, in particolare per gli eventi alluvionali (evidenziato da me):

There is limited to medium evidence available to assess climate-driven observed changes in the magnitude and frequency of floods at regional scales because the available instrumental records of floods at gauge stations are limited in space and time, and because of confounding effects of changes in land use and engineering. Furthermore, there is low agreement in this evidence, and thus overall low confidence at the global scale regarding even the sign of these changes. [3.5.2]

Tradotto, evidenza scientifica limitata per individuare cambiamenti che possano essere indotti dal clima nella frequenza e ampiezza degli eventi alluvionali, soprattutto per ragioni inerenti la qualità dei dati. Su questa evidenza già scarsa inoltre non c’è accordo, per cui a livello globale non si capisce neanche se il trend del cambiamento abbia segno negativo o positivo.

Già, ma il report parla di costi, quelli sì che sono aumentati, ed è da lì che si pesca lo sconcerto per condire le dichiarazioni. Giusto, allora però non si capisce perché si debba estrarre da questo un segnale di tendenza climatica, quando i dati stessi danno informazioni diverse e quando la letteratura disponibile sull’argomento costi degli eventi estremi e loro attribuzione ai trend climatici è soverchiante (54 a 1) circa l’impossibilità di compiere questa attribuzione e circa il fatto, non banale, che i dati se normalizzati e attualizzati non mostrano alcun trend, a riprova del fatto che il problema è l’aumento dell’esposizione al rischio, non il clima.

Qui sotto, per esempio, un estratto dal paper di Roger Pielke Jr, in cui è stata analizzata tutta la letteratura di cui sopra (Economic ‘normalisation’ of disaster losses 1998–2020: a literature review and assessment):

This paper reviews 54 normalisation studies published 1998–2020 and finds little evidence to support claims that any part of the overall increase in global economic losses documented on climate time scales is attributable to human-caused changes in climate, reinforcing conclusions of recent assessments of the Intergovernmental Panel on Climate Change.

Autogol.

La Global Warming Policy Foundation ha chiesto che il report sia ritirato. Scommetto 54 a 1 che non succederà e che nelle prossime settimane non si parlerà d’altro che dell’aumento degli eventi estremi, fino a quando, invecchiando, il report sarà citato un numero sufficiente di volte per entrare in quella fase estatica per cui una balla, se detta un numero sufficiente di volte, finisce per diventare una verità.

PS: comunque quella di pubblicare dati che dicono il contrario di quello che si afferma è troppo grossa davvero…

Enjoy.