18 maggio 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 16 Maggio 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=48408

Una cosa è certa, quella parte delle Groenlandia verdeggiante che ispirò a Erik il Rosso ed i suoi compagni il nome della Terra che si illudevano di aver colonizzato, verde era allora e verde è oggi. Ciò testimonia il fatto che non sia quello delle caratteristiche di quella costa l’elemento dirimente sulle oscillazioni climatiche che quella terra ha subito. Tuttavia, è proprio dalla Groenlandia, come del resto anche dai ghiacci del Polo opposto, che si possono ricavare le informazioni più datate ed attendibili sull’evoluzione del clima, perché il ghiaccio accumulatosi e ritiratosi nel corso di secoli e millenni conserva dati molto precisi ed attendibili.

E riserva delle sorprese.

Appena due giorni fa è uscito su Nature Communication un articolo molto interessante di analisi delle morene dei ghiacciai di una porzione della costa nordorientale della Groenlandia:

Instability of the Northeast Greenland Ice Stream over the last 45,000 years

L’articolo, è stato rilanciato e commentato su Science Daily proprio ieri:

Ice stream draining Greenland Ice Sheet sensitive to changes over past 45,000 years

In sostanza, analizzando l’estensione delle lingue di ghiaccio attraverso cui si scarica verso il mare la massa glaciale che si accumula nell’entroterra e la velocità con cui avviene questo drenaggio, i ricercatori sono giunti alla conclusione che sì, la velocità con cui si sta perdendo massa glaciale è molto aumentata nelle decadi più recenti, ma l’estensione dell’area di drenaggio è stata per la maggior parte degli ultimi 45.000 anni inferiore all’attuale. Non solo, la perdita di massa glaciale sembra abbia avuto luogo anche in epoche ritenute molto fredde, nel pieno dell’ultima era glaciale.

Ciò significa, o potrebbe significare, che le dinamiche del bilancio di massa sono ben più complesse di quanto si possa immaginare e proiettare nel futuro, e quindi che forse il collegamento tra l’evoluzione nel breve periodo climatico attuale e quella che si ritiene possa essere la forzante prevalente, l’attività antropica, non è affatto scontato.

Anche in questo articolo, come curiosamente ci succede spesso nell’ultimo periodo, hanno un ruolo significativo i fattori astronomici, in particolare quello orbitale, che sono del resto gli unici forcing del clima del pianeta il cui ruolo sia accertato.

Molto interessante infine il metodo di analisi utilizzato, ovvero la ricerca del Berillio-10 nelle rocce, formatosi nei periodi di esposizione della superficie al bombardamento della radiazione cosmica, reso possibile ovviamente dall’assenza di copertura glaciale.

Un po’ meno interessante, ma il tributo al disastro climatico è scontato praticamente in ogni ricerca che parli di queste cose, è la deduzione di instabilità dell’area di drenaggio, una debolezza che naturalmente in chiave climate change la espone a sconvolgimenti di vario genere. Questo appare vero soprattutto per lo scenario climatico più gettonato l’RCP8.5, quello che presagisce una Terra tipo palla di fuoco nel breve volgere di qualche decennio, che è anche notoriamente il più inutile, anacronistico e irrealizzabile degli scenari, tutte qualità che risultano evidentemente molto appetibili se si vuol dare sensazione alle proprie congetture.

Enjoy 😉

 

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