21 luglio 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 19 Luglio 2018
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=48884

Dubito che se il blockbuster catastrofico The day after tomorrow non avesse portato alla ribalta la Corrente del Golfo e non ne avesse “previsto” il collasso con conseguente immediata glaciazione dell’emisfero nord, ci saremmo trovati qui a parlarne così spesso. E c’è da dubitare anche che se ne sarebbe occupata la ricerca con impegno diverso da quello riservato ad altri pur importanti pattern del clima globale. Ma, tant’è, ecco un altro studio sulla famigerata CdG, sul suo stato di salute, sulla ciclicità o meno delle sue oscillazioni, sul collasso più o meno imminente causa climate change etc etc…

Atlantic circulation is not collapsing — but as it shifts gears, warming will reaccelerate – Da Eurekalert

Anche in questo caso, la faccenda è grave ma non seria e, sorprendentemente, le notizie sono (quasi) buone. Dall’analisi dei dati di prossimità e delle recenti osservazioni dirette disponibili, il team di ricercatori che ha pubblicato il paper ripreso da Eurekalert e uscito su Nature, ha dedotto che il recente rallentamento della componente sottomarina dell’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) di cui la CdG è la componente ascendente di superficie, non debba essere attribuito al clima che cambia, quanto piuttosto ad una ciclicità di lungo medio periodo. Quindi, per ora niente emergenza.

Tuttavia – non si può mai star tranquilli – dal momento che il rallentamento sarebbe anche la fase del ciclo in cui la circolazione oceanica è più efficiente nel trasferire il calore dall’atmosfera alle profondità oceaniche, ecco che un eventuale cambiamento di ciclo verso una fase di maggiore velocità si tradurrebbe in una minore efficienza del processo suddetto, con conseguente ripresa del rateo di aumento delle temperature superficiali globali, che in effetti ha rallentato e non poco da inizio secolo, al netto degli eventi di El Niño più recenti, primo tra tutto quello del 2015-2016.

Ora, come giustamente sottolineano gli autori pur alla luce delle loro deduzioni, le serie oggettive dell’efficienza della circolazione oceanica sono davvero molto brevi, per cui sarà comunque necessario disporre di serie ben più lunghe per validare questi risultati e per, eventualmente, registrare il collegamento con le temperature globali, ma viene comunque spontanea una domanda: se si tratta di cicli e se questo collegamento funziona come lo descrivono, quanta parte del global warming delle ultime decadi del secolo scorso è da ascrivere a queste dinamiche e quanto a forcing di altra natura, per esempio quello antropico?

Restiamo col dubbio e aspettiamo.

Buona giornata.

Addendum: ora il paper è disponibile on line e liberamente accessibile.

Global surface warming enhanced by weak Atlantic overturning circulation

Davvero interessante la figura 1 (qui sotto con didascalia originale) in cui è mostrata la variazione di assorbimento di calore da parte dell’oceano sotto i 200 mt di profondità. La quantità di energia stimata essere parte della “sola” variazione è pari a sei mesi di consumo energetico globale. Questo da un lato fa capire quale sia l’immensità delle forze in gioco dall’altro quale sia il divario tra l’agitarsi della mosca cocchiera umana e le dinamiche del gigante clima.

The SST from ERSST.v4 is shown as a black curve and the 0−200-m OHC from the ISHII and Scripps datasets (see Methods) is shown as an orange curve, showing that they co-vary and that both are in a warming slowdown, while the total OHC, as approximated by the 0−1,500-m OHC (red curve), is increasing at the regressed linear rate of 0.42 W m−2 (red dashed straight line). This excess heat from forcing is sequestered below 200 m. The orange-shaded region represents the additional amount of heat stored in the 200−1,500 m layer since 2000, about 89 ZJ. One zettajoule is equivalent to twice the world’s annual energy consumption. If this additional storage were absent, the upper 200 m would have increased at the rapid rate of the red curve. We adjusted the data for the Southern Ocean to remove a possible artefact due to the rapid transition from no-Argo to the Argo observing platform around 2002−200328. The inset shows the division of the 89 ZJ of global ocean increase in heat storage in the 200−1,500 m layer into the four ocean basins and two periods. 35° S marks the northern boundary of the Southern Ocean and the southern boundary of the Atlantic, Pacific and Indian oceans. The error bars are one-standard-deviation errors of the linear regression.

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