4 luglio 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 3 Luglio 2018
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=48768

Magari chi frequenta queste o altre pagine dove capita ogni tanto di scrivere di policy climatiche lo saprà già, ma vi siete mai chiesti quale sia davvero l’obbiettivo da raggiungere, ammesso e non concesso che ce ne sia bisogno, per fronteggiare l’impatto delle attività umane sulle dinamiche del clima? Molto semplice, il pianeta deve essere decarbonizzato o, meglio devono esserlo i processi produttivi alla base della vita del genere umano su questo pianeta. Più nello specifico, dal momento che la decarbonizzazione è, per effetto del progresso tecnologico, già in atto, la di deve accelerare fortemente, soprattutto con riferimento alla produzione di energia.

Ci sarebbe da credere, dopo decenni impegno sovranazionale e di implementazione più o meno reale di policy climatiche, che sforzi e decisioni avessero se non proprio raggiunto il risultato, almeno imboccato la strada giusta. Non che la cosa la si possa definire sorprendente, ma è meglio sgombrare il campo da ogni dubbio, le cose non stanno affatto così. Molte cose buone, certamente, ma l’obbiettivo non si è neanche avvicinato. Al riguardo, parlano i numeri.

Numeri di cui si è occupato nel suo ultimo paper Roger Pielke Jr, nome tutt’altro che nuovo nell’ambiente:

Nella pagina del suo blog in cui spiega i contenuti del paper, Pielke pubblica due immagini, che direi si possano definire davvero auto esplicative:

Nella prima immagine, ci sono a confronto i ratei di decarbonizzazione pre-policy climatiche con quelli in essere negli ultimi decenni e poi, colonna rossa, quello che sarebbe necessario fare. Nella seconda il “peso” della CO2 nei processi produttivi e gli stessi in relazione al prodotto interno lordo mondiale: se il primo non ha subito una diminuzione significativa, anzi, siamo praticamente fermi al 1985, il rapporto tra processi produttivi  e GDP è effettivamente sceso, ma solo perché è aumentato molto il secondo fattore, non per modifiche intervenute grazie alle policy implementate.

Vi state chiedendo come mai? La risposta la trovate sempre nel paper, ed è abbastanza semplice: le policy sono sostanzialmente costruite scenari a dir poco improbabili ove non del tutto utopici che le bloccano su obbiettivi irraggiungibili a cui non è consentita alcuna deroga o critica. Critiche ad esempio come quella sottostante, in cui sempre Pileke “spiega” sette semplici fatti in materia di policy climatiche che sarebbe necessario conoscere se se ne vuole discutere:

Il resto, se l’argomento suscita la vostra curiosità, lo trovate naturalmente nel paper.

Buona giornata.

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