20 aprile 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 17 Aprile 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=48095

 

Misteri che a volte ritornano, più oscuri di prima. Nella enorme complessità del sistema climatico, è cosa nota che gli oceani abbiano un ruolo fondamentale. Accade nel breve periodo climatico, più tipicamente associato alle stagioni o alla variabilità interannuale, con le oscillazioni dell’ENSO, il sistema accoppiato oceano-atmosfera che domina il Pacifico equatoriale. Accade nei decenni, con l’alternarsi di periodi caldi e freddi con ciclo multidecadale sia per l’Atlantico che per il Pacifico nella loro interezza, variazioni conosciute come AMO e PDO (Atlantic Multidecadal Oscillation e Pacific Decadal Oscillation). E accade nei secoli, con le variazioni di intensità della conveyor belt oceanica, il sistema di correnti di superficie e di profondità che trasporta il calore dalla “pancia” del pianeta verso le alte latitudini.

Di questo sistema, l’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation) è non solo la parte più imponente, ma anche quella a noi più vicina, dal momento che la sua componente superficiale, la Corrente del Golfo, è quella che contribuisce a mitigare il clima dell’Europa occidentale ed a renderlo fondamentalmente diverso dalle omonime latitudini del Nord America.

Nell’immaginario collettivo – leggi la clima-fiction The Day After Tomorrow – e, in modo tutt’altro che sorprendente, le variazioni di intensità della CdG sono quindi associate alle oscillazioni del clima sull’Europa: una corrente meno intensa significa meno calore in arrivo e clima più rigido; viceversa una sua accelerazione si associa a clima più mite.

Ma sembra che non funzioni così. Lo apprendiamo da un articolo pubblicato recentemente su Nature e ripreso da Science Daily:

Dunque, molto brevemente, la corrente calda e molto salata che dal Golfo del Messico si spinge fin sul Labrador depositandovi molta parte del suo calore, si inabissa nella parte settentrionale dell’Atlantico e scende nuovamente di latitudine, un meccanismo parte di un sistema molto più ampio che coinvolge tutti gli oceani e che si stima che per compiere un intero ciclo di ricambio impieghi centinaia di anni. Analizzando delle ricostruzioni paleoclimatiche provenienti da sedimenti marini, i ricercatori hanno valutato che, diversamente da quanto si riteneva, l’AMOC sarebbe stata piuttosto intensa durante il periodo climaticamente più freddo dei tempi recenti, ovvero durante la Piccola Età Glaciale, terminata più o meno alla metà del 1800. Successivamente, non è chiaro se in modo repentino oppure graduale, l’AMOC avrebbe subito un rallentamento, presumibilmente indotto dall’aumento di contributo d’acqua dolce proveniente dai ghiacci sulla terraferma che durante la PEG erano consistentemente aumentati di volume ed estensione. L’indebolimento dell’AMOC, poi, sarebbe proseguito fino ai giorni nostri, tanto che oggi, come recita il titolo dato al pezzo di Science Daily, sarebbe ai minimi da 1600 anni a questa parte.

Ora si pone la domanda delle domande: è la circolazione oceanica a battere il ritmo delle oscillazioni climatiche o sono altri meccanismi a condizionarne le dinamiche? E in questo caso, quali?

Sempre su Science Daily, prendendo spunto da un altro paper che ha analizzato il comportamento dell’AMOC a partire dalla metà del secolo scorso, quindi per un periodo più breve, si attribuisce il rallentamento più recente al contributo antropico, ossia all’aumento che la temperatura media del pianeta ha subito nelle ultime decadi del secolo scorso. Tuttavia, ed ecco la domanda da non fare: se questi processi si sono innescati ben prima che il contributo antropico esistesse, a patto che possa effettivamente avere un ruolo significativo, in che modo le dinamiche attuali dovrebbero avere origini diversi dalle precedenti?

Domande difficili a cui rispondere, forse è per questo che gli autori dei paper non se le pongono.

Già che ci siamo vale la pena aggiungere un ulteriore elemento di incertezza. La PEG è coincisa notoriamente con un prolungato periodo di attività solare molto bassa, mentre il secolo scorso, in cui la temperatura media del pianeta è aumentata e i ghiacci si sono ritirati, ha visto quello che chi studia queste cose definisce Solar Grand Maximum. Difficile che si tratti di coincidenze. Ora sembra che l’attività solare sia tornata a calare, come testimonia la debolezza del ciclo solare che sta concludendosi, quali saranno gli effetti sul sistema – circolazione oceanica compresa – di queste variazioni?

La risposta ci sarà, ma probabilmente ci vorranno decine di anni per averla. Ci vuole pazienza ;-).

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