28 marzo 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 27 Marzo 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=47927

Lo so lo so, il titolo, come spesso mi capita è a metà tra l’essere criptico e non significare un accidente, ma forse con le righe che seguono riuscirò anche a dargli un significato.

Dunque, l’emisfero nord sta uscendo con non poca fatica da un inverno piuttosto serio. Non che ce ne siano stati di comici per la verità, ma è un fatto che sull’America del Nord prima e sull’Eurasia poi, a partire dai primi di gennaio ci siano state notevoli incursioni di aria molto fredda, con tutte le conseguenze del caso.

Ora, su queste pagine abbiamo spesso scherzato sul “freddo che viene dal caldo”, ossia sulle spiegazione piuttosto sbrigativa in chiave climate change che vorrebbe associare queste irruzioni di aria fredda ad una più accentuata ondulazione della corrente a getto polare, a sua volta generata da un rallentamento della corrente stessa, a sua volta attribuibile al riscaldamento globale. Questa spiegazione non sembra essere molto ben supportata dai dati, non certo con riferimento al trend della temperatura globale, quanto piuttosto con riferimento alla posizione e alla velocità del getto. Né d’altronde sono oggi disponibili serie robuste su quelle che vengono definite configurazioni di blocco, ossia appunto ondulazioni del getto talmente accentuate da assumere la caratteristica di onde atmosferiche quasi stazionarie.

Sempre su questo tema, ci sono studi recenti che in effetti individuano un nesso di causalità tra il riscaldamento dell’area artica e la frequenza delle discese di aria fredda verso le medie latitudini dell’emisfero nord. Anche in questo caso tuttavia, la spiegazione fornite regge in alcune situazioni e in altre no, quindi come spesso accade la materia necessita ancora di approfondimento.

Il paper di cui vi propongo la lettura oggi, però, potrebbe fornire al contempo una chiave di lettura un po’ diversa e un anello di congiunzione tra le ipotesi appena descritte.

Si tratta di uno studio davvero interessante (tra l’altro liberamente accessibile), che mette in relazione le oscillazioni dell’attività solare, in termini di numero di macchie solari e quindi di ciclo quasi undecennale della nostra stella, con il clima dell’area artica.  Quest’ultimo, piaccia o no, è un osservato speciale del dibattito sul clima, perché si riflette sull’estensione del ghiaccio marino e quindi anche sul bilancio radiativo attraverso il feedback dell’albedo.

Solar cyclic variability can modulate winter Arctic climate

Abstract

This study investigates the role of the eleven-year solar cycle on the Arctic climate during 1979–2016. It reveals that during those years, when the winter solar sunspot number (SSN) falls below 1.35 standard deviations (or mean value), the Arctic warming extends from the lower troposphere to high up in the upper stratosphere and vice versa when SSN is above. The warming in the atmospheric column reflects an easterly zonal wind anomaly consistent with warm air and positive geopotential height anomalies for years with minimum SSN and vice versa for the maximum. Despite the inherent limitations of statistical techniques, three different methods – Compositing, Multiple Linear Regression and Correlation – all point to a similar modulating influence of the sun on winter Arctic climate via the pathway of Arctic Oscillation. Presenting schematics, it discusses the mechanisms of how solar cycle variability influences the Arctic climate involving the stratospheric route. Compositing also detects an opposite solar signature on Eurasian snow-cover, which is a cooling during Minimum years, while warming in maximum. It is hypothesized that the reduction of ice in the Arctic and a growth in Eurasia, in recent winters, may in part, be a result of the current weaker solar cycle.

Oltre a quelli che si intuiscono già dall’abstract, l’articolo offre spunti interessanti anche in materia di propagazione verticale delle anomalie sia termiche che del campo di massa lungo tutta la colonna atmosferica dell’area artica, quindi coinvolgendo ovviamente il vortice polare, altro osservato speciale in materia atmosferica perché direttamente responsabile delle oscillazioni interannuali del carattere della stagione invernale.

Per esempio (neretto aggiunto):

In summary, for solar Min years, the warm air column is associated with positive geopotential height anomalies and an easterly wind, which reverses during Max years. Such NAM feature is clearly evident supporting the hypothesis of communicating a solar signal to Arctic via winter NAM.

Il NAM (Northern Annular Mode), è un’indice riferito a tutta la colonna d’aria  e atutta la circonferenza della zona polare e fornisce informazioni sulla velocità delle correnti zonali, quindi anche sulle ondulazioni del getto, quindi infine sulla distribuzione della massa atmosferica.

Insomma, alla fine probabilmente un senso al titolo l’abbiamo dato. Ora, se volete dare un senso alla giornata (e avete tempo) è ora di leggere il paper.

Enjoy.

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