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Autore: Donato Barone
Data di pubblicazione: 16 Settembre 2021
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=55673

Da qualche decennio a questa parte si parla con superficialità disarmante di transizione energetica, ovvero della sostanziale sostituzione delle fonti energetiche di origine fossile con fonti energetiche rinnovabili, ecosostenibili, verdi.

Le transizioni energetiche sono processi estremamente lunghi che si sviluppano in tempi misurabili in termini di secoli, per cui appare irrealistico ipotizzare che quella vagheggiata dai circoli culturali, sociali ed economici di punta nel dibattito globale sui cambiamenti climatici di origine antropica, possa avvenire in qualche decennio.

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Di questi aspetti delle transizioni energetiche ebbi modo di discutere in modo piuttosto esteso, oltre sette anni fa, in questo articolo che commentava un lavoro a firma del professore emerito presso l’Università di Manitoba, nonché uno dei maggiori esperti mondiali di problemi energetici, Vaclav Smil.

Il contenuto dell’articolo può essere riassunto nella considerazione seguente:

l’attuale modello di produzione energetica è fonte di grossi problemi (ambientali, sociali, strategici e via cantando), ma tali problemi è molto difficile che possano essere risolti con interventi costosissimi ed anti-economici che determinino una rapida transizione dalle fonti energetiche di origine fossile a quelle rinnovabili e, soprattutto, a quelle rinnovabili giudicate ideologicamente migliori di altre (fotovoltaico, eolico e biocarburanti). E ciò per il semplice fatto che le tecnologie su cui dovrebbe basarsi l’agognata transizione energetica, non sono ancora mature.

Secondo V. Smil, una tecnologia di produzione energetica si può considerare matura, quando essa è in grado di soddisfare almeno il 5% del consumo globale di energia. Premesso che la stima del consumo globale di energia è un esercizio piuttosto complesso, cerchiamo di capire come sia strutturato, oggi, il consumo energetico mondiale.

Per aiutare la comprensione del problema, mi servirò di un grafico elaborato dal prof. Smil per conto di BP che è liberamente accessibile in rete e che riproduco nella figura seguente.

Come si può facilmente vedere dal grafico, ipotizzando che il consumo globale di energia sia di 160000 TWh, le fonti rinnovabili diverse dall’idroelettrico rappresentano una piccola frazione del totale. Sulla base di una mia personale stima, la quota delle energie rinnovabili diverse da quelle idroelettriche del mix energetico globale dovrebbe oscillare intorno ai 3000 TWh: meno del 2% del totale dell’energia consumata nel mondo.  La quota relativa alle fonti energetiche di origine solare ed eoliche, è ancora più bassa, per cui le fonti energetiche rinnovabili diverse dall’idroelettrico, ed a maggior ragione quelle di origine solare ed eolica, contribuiscono al consumo globale di energia, per una quota molto al di sotto della soglia fissata da Smil, per classificare matura la tecnologia.

Appurato che la fonte energetica verso cui si tende, non è matura, si capisce subito che, per avere una transizione energetica veloce come quella ipotizzata dalle avanguardie illuminate globali, prime fra tutte le classi dirigenti dell’Unione Europea, è necessario modificare artificiosamente il mercato, rendendo conveniente, dal punto di vista economico, quello che non lo è. Ciò spiega il concetto espresso da V. Smil, quando parla di interventi costosi ed antieconomici.

Come si vede, il discorso è estremamente lineare e logico, ma molti sembrano non capirlo, per cui nel libro dei sogni, meglio conosciuto come “Agenda 2020-2030”, elaborato dall’ONU, si prevede che uno degli obiettivi, da raggiungere nel 2030, sia quello di “assicurare l’accesso all’energia pulita, a buon mercato e sostenibile per tutti”.

Come si sia potuto giungere a simili farneticazioni, per me resta un mistero, ma non tutti la pensano così e la dimostrazione sta nel fatto che in tutte le scuole italiche e non solo, l’agenda 2020-2030 è diventata uno dei cavalli di battaglia della “didattica innovativa”.

A valle di questa premessa per così dire generale, voglio esaminare un caso particolare in cui l’utilizzo di fonti energetiche non mature e situazioni contingenti di mercato, sembrano confermare quanto scriveva V. Smil nel lontano 2014.

Nel momento in cui scrivo (13/09/2021) tutti i mezzi di comunicazione nostrani riportano, con grande evidenza, la notizia che la bolletta elettrica nazionale, ha subito un aumento del 20% nel secondo trimestre dell’anno e si paventa che essa possa aumentare di un ulteriore 40% nel terzo trimestre dell’anno.

Lo ha detto in un convegno a Genova il Ministro Cingolani. Ad onor del vero qualche voce di dissenso si è levata, ma ha riguardato non l’aumento, quanto la sua entità. I più critici ed anche meglio informati, sostengono che l’aumento c’è stato e ci sarà, ma sarà meno “corposo”. Comunque, sembra pacifico che la nostra bolletta elettrica nel corso del 2021 dovrebbe aumentare. Nel caso peggiore l’aumento potrebbe essere di circa il 60%!

In altri tempi sarebbero scoppiate sommosse di piazza di fronte ad una notizia del genere, ma oggi sembra che la cosa non interessi a nessuno. Solo a qualche osservatore reazionario, le cui capacità di giudizio sono state ridotte dall’età e dalle scarse capacità “visionarie”, come colui che sta scrivendo queste note, in altri termini.

Cerchiamo di capire, ora, le ragioni di un tale aumento dei costi delle forniture di energia. Il Ministro Cingolani è stato chiaro: colpa dell’aumento dei costi del gas e di quelli della CO2.

Mi propongo, in questa sede, di analizzare le due aliquote che concorrono maggiormente all’impennata dei costi dell’energia elettrica in Italia.

Per quel che riguarda il gas, uno lo capisce subito: la ripresa post-pandemica in corso ha fatto aumentare le richieste di gas e, quindi, per la nota legge della domanda e dell’offerta, il prezzo del gas è salito. La situazione è aggravata da due eventi contingenti: la riduzione della produzione di energia elettrica da fonte eolica nel Mar del Nord che ha costretto l’Europa ad incrementare il ricorso al gas naturale e  l’accaparramento della produzione di gas naturale liquido da parte delle economie asiatiche, Cina in testa.  Per tali motivi dall’inizio dell’anno il prezzo del gas naturale è quasi triplicato e quello del gas naturale liquefatto ha raggiunto prezzi astronomici, caratterizzati da fortissime oscillazioni e, quindi, da grande volatilità. Questi due fatti contingenti dimostrano l’estrema fragilità di un sistema di approvvigionamento energetico basato su fonti energetiche inaffidabili, perché discontinue, come quelle eolica o solare; altre suscettibili di forti oscillazioni di prezzo, perché rappresentano la principale se non unica fonte energetica e che trascura del tutto altre fonti energetiche, demonizzate dalla linea di pensiero principale in campo sociale, politico ed economico, perché caratterizzate da maggiori emissioni di anidride carbonica (carbone o petrolio), o perché invise ai gruppi di pressione ambientalisti (nucleare).

E veniamo, ora, al secondo corno della questione, ovvero il contributo all’aumento delle tariffe elettriche imputabile alla CO2. Si tratta di un problema squisitamente europeo ed è legato alle speculazioni finanziarie in corso nel mercato delle emissioni (ETS). Le stringenti politiche europee di contenimento delle emissioni di anidride carbonica, hanno fatto schizzare alle stelle il prezzo della tonnellata di diossido di carbonio emessa durante i processi produttivi: dai quaranta euro scarsi per tonnellata di CO2 emessa degli inizi del 2021, si è passati agli attuali sessanta euro per tonnellata e si teme che, entro la fine dell’anno, possano essere raggiunti gli ottantacinque euro a tonnellata di CO2 emessa. Come si vede un aumento del 50% già acquisito ed uno del 100% in vista (qui e qui le fonti).

Ed il quadro diventa ancora più fosco se si considera che sulla bolletta elettrica gravano costi come gli incentivi alle rinnovabili, lo smantellamento delle centrali nucleari e via cantando.

Il risultato di questo combinato disposto è la drammatica ascesa dei costi dell’energia elettrica.

Chi pagherà per tutto ciò? Cittadini ed imprese, ovviamente.

Le imprese avranno maggiore difficoltà a competere sul mercato globale, in quanto i diretti competitori dispongono tutti di energia a costi inferiori, con la conseguenza che perderanno quote di mercato e licenzieranno i loro dipendenti. Soprattutto se le aziende sono multinazionali che speculano su tutto e che non ci pensano due volte a trasferire la produzione, ove i costi sono minori. I cittadini saranno, quindi, presi tra l’incudine ed il martello: minori entrate, da un lato, e maggiori costi dall’altro. Ci troviamo di fronte alle condizioni ideali di una tempesta perfetta che potrebbe precipitare il nostro Paese in una spirale, da cui potrebbe non sollevarsi più.

Leggendo un po’ in giro ci si rende conto che per “risolvere” il problema si pensa di trasferire una parte di questi costi dalla bolletta alla fiscalità generale: come se a pagare non fossimo sempre noi.

E tutto questo per contrastare un cambiamento climatico che, secondo la linea di pensiero principale, deve essere imputato solo ed esclusivamente alle emissioni di diossido di carbonio. Tesi che fino ad oggi nessuno è riuscito a dimostrare. Spiace dirlo, ma i foschi scenari che nel corso degli anni sono stati delineati nel villaggio di Asterix, sembra che stiano prendendo corpo nella nostra società.

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