3 febbraio 2018 - 7:00 am Pubblicato da
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Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 31 Gennaio 2018
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=47303

Giro più o meno quotidiano nella blogosfera climatica, atterraggio sul blog di Judith Curry, fonte alquanto inesauribile di notizie interessanti, tra cui una rubrica in cui fa settimanalmente una review di paper e articoli di recente pubblicazione. E, in effetti, quello che definisce il “paper della settimana” merita una sosta.

Decreasing cloud cover drives the recent mass loss on the Greenland Ice Sheet

Ambientazione, chiaramente la Groenlandia, teatro negli ultimi anni di un consistente trend negativo del bilancio superficiale della massa glaciale. Il riferimento alle nubi, più che quello allo scioglimento dei ghiacci, attira l’attenzione.

In sostanza, utilizzando dei dataset di copertura derivati da dati satellitari nuvolosa e un modello climatico regionale per valutarne l’impatto sulla superficie ghiacciata, gli autori individuano una forte correlazione positiva tra la diminuzione della nuvolosità e la perdita di massa glaciale durante i mesi estivi, con alterazione dell’equilibrio – sembra preesistente – tra l’apporto delle precipitazioni e lo scioglimento stagionale.

La diminuzione della copertura nuvolosa pare sia da imputare ad una maggiore frequenza di situazioni anticicloniche. A quelle latitudini, anche durante l’estate, il carattere della circolazione atmosferica può essere misurato attraverso l’indice NAO (North Atlantic Oscillation), diversamente più utilizzato nei mesi invernali per individuare la latitudine alla quale viaggiano i sistemi frontali diretti verso l’Europa. L’indice NAO scaturisce dalla differenza tra la pressione atmosferica delle isole Azzorre e quella dell’Islanda, quindi ad est della Groenlandia. Anomalie negative dell’indice NAO, quindi, corrispondono ad anomalie positive di un altro indice, che gli autori definiscono GBI (Greenland Blocking Index) e che esprime la frequenza di occorrenza di situazioni di alta pressione in area groenlandese. L’alta pressione, con il suo trasferimento di energia dall’alto verso il basso, inibisce la formazione delle nubi, da cui discende una maggior quantità di radiazione solare entrante, sia ad alta che a bassa frequenza. Quindi, scrivono, più che l’aumento della temperatura, la perdita di massa glaciale è da imputarsi ad una modifica della circolazione atmosferica.

Ora, in genere i modelli climatici globali applicati alla scala regionale, mostrano però trend opposti rispetto ai dati di rianalisi sulla radiazione a onda corta, e non presentano significative variazioni della circolazione atmosferica alle latitudini settentrionali. Soltanto uno dei modelli del progetto CMIP5 (quelli usati per il report IPCC) restituisce negli output una modifica della NAO e della circolazione atmosferica paragonabile con quella delle rianalisi.

Variazione che pure c’è stata. Resta da capire perché il periodo recente ne sia stato caratterizzato. Certo, il segnale potrebbe essere attribuibile all’aumento delle temperature, quindi al global warming, quindi alle attività antropiche, ma gli studi di attribuzione sono essenzialmente modellistici e i risultati non supportano queste modifiche alla distribuzione della massa atmosferica. Quindi la temperatura, unico parametro che in modo alquanto stiracchiato trova riscontro nelle simulazioni, non basta.

Ci vogliono le nubi, e qui sta il punto: se il bilancio di massa glaciale superficiale è strettamente dipendente dalla dinamica delle nubi, e il punto più debole delle simulazioni è proprio la nuvolosità, come proiettare questi ragionamenti nel futuro?

E se la modifica delle nubi dipendesse da altro? E se la modifica alla circolazione fosse un effetto e non una causa? A questo riguardo, viene in mente sia quanto discusso già molto tempo fa da Roy Spencer in ordine al peso delle variazioni della copertura nuvolosa nel bilancio radiativo, sia in tempi molto più recenti dagli studi che si sono concentrati sul forcing esercitato dai raggi cosmici, quindi dall’attività solare, nei processi di nucleazione. Ma questa, lo sapete, è t utta un’altra storia rispetto al mantra dell’AGW.

Ah, dimenticavo, numeri e spiegazioni degli autori sono nel paper, fortunatamente liberamente accessibile.

 

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