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Autore: Admin
Data di pubblicazione: 12 Maggio 2021
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=54968

Questo post è a firma di Andrea Beretta
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Maggio per tradizione è il mese dedicato alla Madonna. Da qualche anno, “si parva licet”, è anche il mese dedicato a una delle manifestazioni più amate nel nostro paese per gli appassionati sportivi: il Giro d’Italia.

Il primo Giro, organizzato dalla Gazzetta dello Sport sull’onda del successo del Giro di Francia, partì infatti da Milano l’8 maggio del 1909. Col tempo, la corsa si spostò in avanti e occupò quasi tutto il mese di giugno, per esigenze di calendario, ma anche perché già dagli Anni Trenta si iniziarono a scalare le Dolomiti, i cui valichi più alti superano, e di molto, i 2000 m: ciò potrebbe aver incentivato Armando Cougnet, storico “patron” del Giro, a posticipare la manifestazione, visto che a maggio le Dolomiti sono ancora quasi completamente innevate. Anche perché all’epoca non c’erano gli infallibili modelli dell’IPCC che davano per imminente la scomparsa dei nevai sotto i 4000 m entro pochi mesi…

In realtà, il primo esperimento oltre i 2000 m fu condotto già nel 1914, quando la carovana scalò il Sestriere: le cronache narrano che in quella tappa i corridori percorsero una strada resa impraticabile dal fango e dalla neve, e Lucien “Petit-Breton”, leggendario corridore francese vincitore di due Giri di Francia e una Milano-Sanremo, si rivolse alla giuria scandendo due volte: “Vous etes fous! Vous etes fous!”. Cougnet, poco politically correct, replicò: “siete uomini o femminucce?” Immaginiamo oggi che fine avrebbe fatto il povero Cougnet: le sue povere spoglie sarebbero state contese da Fedez e legioni di attivisti “per i diritti civili”, e la questione sarebbe approdata come minimo ad una commissione bicamerale.

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Da lì in poi il Giro alzò sempre più l’asticella della quota delle montagne scalate: i “Girini” salirono sullo Stelvio, il secondo valico più alto in Europa, per la prima volta il 1° giugno 1953, dove transitò primo un Coppi già trentaquattrenne, tra i muri di neve su cui i tifosi avevano scolpito il suo nome. Il problema è che se Giugno offre alcune garanzie di evitare le bufere, Maggio resta un’incognita, con tanta pace per chi vorrebbe le nostre Alpi sgombre di neve perfino in inverno. Per questo desta perplessità la scelta fatta nel 1995 di anticipare l’inizio della corsa nuovamente alla prima settimana di maggio.

Si immagina che gli organizzatori, ogni volta che inseriscono nel percorso un passo oltre i 2500 m facciano gli scongiuri contro il maltempo, e si augurino che Bill Gates sia ora troppo preso dal suo divorzio per pensare alle sue nuvole di carbonati che dovrebbero salvarci dal Global Warming. Fatto sta, solo negli ultimi 10 anni è stato impossibile transitare causa neve sul Galibier, sul Sella, due volte sul Gavia, una sullo Stelvio.

Quando nel 2020 il Giro si è corso eccezionalmente a Ottobre, a causa della pandemia, qualcuno arrivò addirittura a pensare che quello potesse essere un test per valutare se rendere permanente il cambio di calendario, visto che gli ultimi mesi di ottobre, a detta delle rilevazioni (o rivelazioni?) erano stati sempre più “infuocati”…i più infuocati di sempre, ça va sans dire. Invece, i corridori infreddoliti si sono dovuti destreggiare tra intemperie e contagi: una delle immagini più icastiche di questa edizione è stata infatti la vittoria di Filippo Ganna, emerso vincitore dalla nebbia in una immagine decisamente fantozziana ai 9° della Sila, lo scorso 7 Ottobre.

Ma anche sette mesi fa lo spauracchio è stato come sempre lo Stelvio, inserito nella 18a tappa: i corridori, dopo giorni di incertezze riguardo alla sua transitabilità, hanno potuto affrontarlo, dato che il Cielo regalò in pratica l’unica bella (ma fredda: 3° C in cima!) giornata di quel mese. Tuttavia il giorno successivo, una perturbazione da classico “riscaldamento globale” si è abbattuta sui ciclisti, che hanno inscenato uno sciopero del clima stile Greta (ma per motivi opposti) nella tappa Morbegno-Asti, flagellata da pioggia, vento e freddo: tutti sui pullman, e tappa menomata. Chissà come avrebbe commentato il mitico Cougnet!

L’ultima frazione decisiva prevedeva, il 23 ottobre, un percorso condito tra l’altro dai colli dell’Agnello (2748 m) e d’Izoard (2361 m), in territorio francese. Anche quella giornata è rimasta in bilico a causa della prevista neve. Neve che non si è presentata se non con qualche fiocco; ma dove non ha potuto il maltempo, ha potuto il covid: la Francia, nel pieno della seconda ondata, ha vietato il passaggio della “Carovana Rosa”, e il Giro è stato così costretto a restare su suolo italico, rivoluzionando il tracciato.

Archiviato, e fallito, l’esperimento di ottobre, il Giro torna adesso nella sua collocazione consueta: si corre da sabato scorso e per le prossime due settimane. Ma per evitare altre sgradite sorprese climatiche, gli organizzatori hanno optato per salite a quote decisamente inferiori (la Cima Coppi, la vetta più alta, è posta ai 2239 m del Passo Pordoi).

Niente più Stelvio quindi. Provvidenzialmente, viste le copiose nevicate previste proprio in questi giorni. Così, i gretini di tutto il mondo non vedendo tappe annullate per neve, potranno dire che non ci sono più i Giri di una volta, funestati dal freddo e dal maltempo, e che i mesi di maggio sono sempre più roventi.

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