17 novembre 2017 - 7:00 am Pubblicato da
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Sull’account twitter della Dott.ssa Curry – donna che i lettori di AS certamente ricorderanno – è comparso qualche giorno fa l’abstract di un paper scientifico che mette in relazione le pratiche agricole e di allevamento con le emissioni di gas serra.

Ecco di cosa si tratta:

Come principale elemento che contribuisce alle emissioni di gas serra agricoli (greenhouse gas, GHG), è stato suggerito che riducendo l’agricoltura animale o il consumo di cibo di derivazione animale, anche i GHG possano ridursi e aumentare la sicurezza alimentare. Sono stati successivamente quantificati gli effetti dell’eliminazione degli animali dall’agricoltura statunitense su scala annuale sia sulla nutrizione che sui GHG. Il cibo di derivazione animale fornisce attualmente energia (per il 24% sul totale), proteine (per il 48% del totale), acidi grassi essenziali (dal 23 al 100%) e amminoacidi essenziali (dal 34 al 67%) disponibili per il consumo umano negli USA. L’industria dell’allevamento americana impiega 1.6 x 106 persone e contabilizza 31.8 bilioni di dollari in export. L’allevamento ricicla più di 43.2 x 109 kg di cibo umano inedibile e bioprodotti derivati dal processamento delle fibre, convertendoli in cibo adatto al consumo umano, cibo animale, prodotti industriali e 4 x 109Kg di fertilizzanti azotati.

Fino a qui, stiamo facendo il punto della situazione attuale e stiamo mettendo a confronto due sistemi di produzione industriale, una basata sull’impiego degli animali e una senza. Effettivamente, da quanto dice questo studio, sembrerebbe che ci siano più possibilità, grazie al riciclo. Nonostante io stessa mi interessi di cibo e di processi industriali legati al cibo da molti anni, non mi ero mai soffermata su quanto ho letto nel proseguio dell’articolo:

Nonostante l’agricoltura basata sui modelli esclusivamente vegetali produca il 23% di cibo in più, soddisfa in misura inferiore il fabbisogno di nutrienti essenziali della popolazione americana. [corsivo mio, ndr]

Gli studiosi dicono infatti:

Nel momento in cui è stata valutata l’adeguatezza nutrizionale, usando diete a basso costo derivate dal cibo disponibile, nel caso delle diete esclusivamente vegetali sono state rilevate più carenze nutrizionali, un maggiore eccesso di energia e la necessità di consumare una maggiore quantità di cibo solido.

Nel sistema simulato senza gli animali, i GHG agricoli stimati sono diminuiti  (28%), ma non ha pienamente controbilanciato il contributo animale dei GHG (49% in questo modello).

L’abstract conclude ponendo la questione in questi termini:

La presente valutazione suggerisce che la rimozione degli animali dall’agricoltura statunitense ridurrebbe le emissioni agricole di GHG, ma creerebbe anche un’incapacità di sostenere con il cibo il fabbisogno nutrzionale della popolazione americana.

[…] I risultati suggeriscono il motivo per cui le decisioni nell’ambito dei sistemi agricoli debbano essere fatte basandosi sulla descrizione degli effetti diretti e indiretti del cabiamento e sul regime alimentare, invece che sulla base di un singolo nutriente.

Quest’ultima frase mi piace particolarmente perchè vuol dire poter considerare la complessità degli attori in campo, le interazioni reciproche, gli effetti derivati da queste etesse interazioni,… provando ad abbandonare la filosofia (forse di comodo…?) dell’industria alimentare che per stabilire se un alimento fa bene o meno, fa studi come se noi mangiassimo solo quello per tutta la nostra la vita, senza introdurre altro. O, in abito climatico, lo stesso modo di ragionare che considera che sul clima agisca solo una variabile e basta. Cavolo, siamo tutti sistemi complessi, Sistema Solare compreso!

Un barlume di speranza 😉

 

Sara Maria Maestroni

Attività Solare.

 

 

 

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