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Autore: Luigi Mariani
Data di pubblicazione: 22 Febbraio 2020
Fonte originale:  http://www.climatemonitor.it/?p=52433

Sintesi dell’intervento tenuto l’8 febbraio scorso dal prof. Luigi Mariani* alla fiera di Vicenza, nell’ambito di “Hit Show 2020, HIT Show, Fiera della caccia, del tiro sportivo e dell’outdoor”, su invito dell’Anpam (L’ANPAM è l’Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni Sportive e Civili). Il testo è stato pubblicato in origine sul sito della Società Agraria di Lombardia – http://www.agrarialombardia.it/news/

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L’intervento è fondato sul principio secondo cui per comprendere attualità e tendenze della selvaggina stanziale e migratoria e di conseguenza della caccia occorre una visione ecosistemica, nel senso che Il cambiamento climatico non può essere disgiunto dal cambiamento ambientale (il tutto da leggere in modo contestuale). Ciò in quanto su presenza e numerosità di una specie animale il clima agisce sia in modo diretto (es. cardinali termici) sia indiretto (espansione, contrazione, frammentazione degli habitat, effetti sul pabulum e sui predatori, ecc.). Alla luce di ciò potremmo ad esempio domandarci cosa accade alla fauna delle dune costiere se si edifica un villaggio turistico, al cui seguito giungono non solo esseri umani ma anche cani, gatti, topi, impianti di balneazione, ecc. O ancora potremmo domandarci cosa accade alla fauna delle praterie di media montagna se l’agricoltura abbandona tali aree e prati e pascoli sono sostituiti da boscaglie. Tutto ciò è complesso da trattare ed è più semplice adottare approcci riduzionistici del tipo “è tutta colpa del cambiamento climatico”.

Fatta queste premessa il relatore ha descritto i tre pilastri del sistema climatico e cioè l’equilibrio energetico (energia che la Terra emette verso lo spazio pari a quella ricevuta dal Sole), l’effetto serra (essenziale per avere temperature utili con la vita – è come se la superficie fosse scaldata da 2 soli) e la circolazione atmosferica e oceanica da cui dipende il riequilibrio dello scompenso energetico fra equatore e poli continuamente reimposto dal sole. A ciò si aggiunga che l’acqua è al cuore della macchina del clima (principale gas serra, vettore di energia nella circolazione). Inoltre le emissioni antropiche di gas serra sono in prevalenza emissioni di CO2 che come gas serra è secondo per importanza solo all’acqua ma è pure il gas della vita per il suo ruolo nella fotosintesi (e di tale dualismo si deve tenere sempre conto).

A ciò si aggiunga che le temperature globali sono aumentate dopo la fine della Piccola era glaciale (PEG – 1350-1850) e che le emissioni antropiche di CO2 giocano un ruolo significativo in tale fenomeno a partire dagli anni 50 del XX secolo.

Importanza dell’approccio storico in fatto di clima e caccia

La storia è essenziale per dare un senso al passato e per aiutarci a comprendere il presente e progettare il futuro. Il clima della terra ha 4,5 miliardi di anni e nel passato ne ha viste di cotte e di crude, per cui la nostra specie e i nostri antenati convivono da sempre con il cambiamento climatico che ha lasciato impronte indelebili nel nostro patrimonio genetico e nella nostra stessa cultura (figura 1), da quando i primi primati calcarono la superficie del pianeta, circa 60 milioni di anni fa, durante il torrido Eocene. Per approfondire tali tematiche occorre premettere che una legge non scritta della paleoclimatologia recita che la storia del clima è come un tunnel oscuro illuminato da luci fioche e poste a distanza crescente man mano che saliamo il fiume del tempo. Osservando il clima degli ultimi milioni di anni un esempio molto importante per capire il nostro rapporto con la caccia ci viene dalle gradi aridificazioni del Miocene (da 23 a 5 milioni di anni fa).

In Africa, culla degli ominidi da cui discendiamo, si registrano alcune fasi climatiche di intesa aridificazione (Middle Miocene Climatic Transition – MMCT, 16 Mio di anni fa e Messiniano, 7 Mio di anni fa) con scomparsa delle foreste sostituite da grandi savane di erbe alte. Proconsul (Miocene precoce) e Nakalipithecus (Miocene medio) sono ominoidi arboricoli di ambiente forestale. Con la scomparsa delle foreste furono catapultati in ambienti di savana in cui la selvaggina era abbondante ma bastava un attimo per trasformarsi da predatori in prede dei grandi carnivori. Nelle savane (si pensi al capitolo iniziale del film “2001 Odissea nello spazio”) si selezionano alcuni tratti distintivi della nostra specie e cioè la visione frontale, il pollice e l’indice opposti che consentono l’uso di attrezzi (Homo habilis) e la stazione eretta per scrutare lontano fra le erbe alte (Homo erectus). A ciò si possono secondo alcuni aggiungere l’archetipo di paradiso terrestre forestale, proposto ad esempio nella Genesi, e il radicato pessimismo legato all’istinto di conservazione, che peraltro ci aiuta a capire e in qualche modo a giustificare le profezie di fine del mondo che ci accompagnano da millenni.

Due milioni e mezzo di anni orsono, per la prima volta dopo parecchi milioni di anni, le temperature
scendono al di sotto di quelle odierne e si assiste a una quindicina di ere glaciali della durata di circa 80.000 anni alternate a fasi interglaciali calde della durata di 10-20.000 anni. In particolare nel corso della
glaciazione di Wurm, circa 36000 anni orsono, i nostri antenati Homo sapiens (il cosiddetto uomo di CroMagnon) giungono in Europa e dobbiamo immaginarceli come esseri evoluti e per i quali il vestiario e le attrezzature (armi, tende, ecc.) sono garanzia di sopravvivenza in un ambiente ostile (un poco come i
moderni Inuit).

In tale contesto ecologico la caccia garantisce apporto concentrato di proteine e vitamine essenziale per
garantire lo sviluppo armonico del cervello e della socialità. Inoltre dalla caccia viene la domesticazione
degli animali in virtù dell’abitudine dei cacciatori di portare in dono ai bambini i cuccioli degli animali
uccisi. Nel caso di specie gregarie il cucciolo identifica nell’uomo il capobranco e diviene domestico. E’ così che sono stati probabilmente domesticati il cane (Siberia, 35.000 anni fa), gli ovini, i caprini, i bovini, gli equini, ecc.

Figura 1 – Due libri per riflettere sul rapporto fra clima, cultura e società nell’Olocene. La copertina di quello di Wolfgang Behringer riporta una scena di caccia invernale durante la Piccola era glaciale.

L’Olocene

11.000 anni orsono inizia l‘olocene e in gran parte del mondo finisce la fase di caccia-raccolta e nasce
l’agricoltura (rivoluzione neolitica). Fra le due fasi si colloca Il mesolitico (fase di transizione fra cacciaraccolta e agricoltura) durante il quale i reperti archeologici mostrano che i cacciatori allestivano campi estivi sulle Alpi per cacciare il cervo. L’Olocene si caratterizza per l’alternanza di fasi calde (optimum) e fasi fredde (deterioramenti). La fase più calda in assoluto (grande optimum postglaciale) si colloca fra 8500 e 5500 anni fa ed in tale fase scompaiono quasi totalmente i ghiacciai dalle Alpi. La fase più fredda e di più intensa avanzata glaciale dopo la fine dell’ultima glaciazione è la PEG (1350- 1850) simboleggiata ad esempio dal famoso dipinto dei cacciatori di Pieter Bruegel il Vecchio (Kunsthistorisches museum di Vienna).

L’attualità

Nel 1850 finisce la PEG ed entriamo in una fase via via più calda con un aumento delle temperature globali di di poco meno di 1°C dal 1850 ad oggi mentre la quantità e l’intensità delle precipitazioni ha subito modifiche assai più modeste. Infatti se in media a livello globale piovono 1050 mm (Pidwirny M. & Jones S., 2018), rispetto a tale valore le anomalie sono modeste e l’analisi visuale dello scostamento dalla media 1961-90 indica che la serie storica delle precipitazioni globali per il XX secolo è stazionaria.

Alcune conseguenze di tali tendenze sono:

  • maggiore durata del periodo vegetativo per piante spontanee e coltivate
  • riduzione del periodo di letargo degli animali selvatici
  • cambiamento nelle epoche di migrazione
  • arretramento glaciale generalizzato salvo eccezioni a carattere locale (ad es. ghiacciai scandinavi)
  • mutato innevamento, anche con alcuni effetti controintuitivi (ad es. nel centro-nord Europa si registra un aumento dell’innevamento autunnale e una diminuzione in primavera)
  • scarse modifiche nel regime delle precipitazioni
  • aumento della biomassa vegetale globale (global greening) per effetto degli aumentati livelli di CO2. Ciò significa più biomassa forestale e di prateria e dunque più pabulum per la selvaggina.
  • espansione della vegetazione arborea in latitudine e altitudine.

Con il termine di global greening si indica l’effetto combinato di concimazione carbonica e condizioni
termo-pluviometriche favorevoli alla vegetazione e che si traduce in una aumento sensibile della biomassa vegetale globale. Ciò dovrebbe in teoria portare a un incremento degli incendi boschivi mentre in realtà stiamo assistendo a un significativo trend in calo sia nelle superfici totali percorse dal fuoco che nel numero totale di incendi e ciò tanto a livello globale che a livello euro-mediterraneo. Ciò significa a mio avviso che le politiche di prevenzione stano funzionando e rappresentano un significativo esempio di adattamento al clima che cambia.

A livello italiano assistiamo al sensibile aumento delle ondate di caldo (numero di giorni annui con
temperature superiori a 33 e 35 °C) e al calo dei giorni con gelo, all’aumento della stagione vegetativa
(periodo fra ultima gelata primaverile e prima gelata autunnale).

Cambiamento climatico e cambiamento ambientale

L’effetto del cambiamento climatico va a sovrapporsi a rilevanti cambiamenti ambientali che a livello
nazionale si sostanziano in modifiche degli ordinamenti colturali con l’aumento delle superfici a colture
estive intensive come il mais e l’abbandono dell’agricoltura in alta collina e media montagna, con prati e
pascoli sostituiti dal bosco o più spesso dalla boscaglia. Si noti che il bosco si espande in modo rilevantissimo (+ 140% dal 1910 ad oggi) perché l’agricoltura si concentra nelle aree più produttive (pianura e bassa collina).

Cambiamento climatico e ambientale a livello italiano hanno conseguenze per a selvaggina fra le quali
ricordiamo a titolo di esempio la stanzializzazione di alcune specie un tempo migratorie (es: baccaccia che vive nel bosco e può accedere ai lombrichi anche in inverno per via del suolo non più gelato, per cui non migra più verso Sud Italia e Nord Africa; colombaccio che trova più facilmente cibo in autunno – residui colturali di cereali estivi – o si insedia nelle città). Altri effetti notevoli sono la sparizione della fauna che si giova della vicinanza dell’uomo (starne, fagiani, lepri..), l’arrivo dei tordi sempre più irregolare e posticipato, l’estinzione della starna italica (specie steppica legata ai cereali autunnali) e la scomparsa delle brigate di coturnici dovuta al fato che gli habitat rocciosi a loro favorevoli divengono più boscosi consentendo l’insediamento di ungulati (cervi, caprioli e cinghiali) come nel caso del Campo dei Fiori in Lombardia. A ciò si aggiunga per l’avifauna la forte mortalità dei piccoli che si osserva in primavere piovose.

Le conseguenze per la caccia si riassumono nel fatto che fino agli anni ’80 la caccia era rivolta soprattutto alla piccola selvaggina stanziale (pernici, fagiani, lepri) e migratoria (starne, ecc.) mentre in seguito domina sempre più la caccia agli ungulati (cervi, daini, mufloni, cinghiali). Ciò si traduce nel passaggio dalle armi a canna liscia per la caccia alla piccola selvaggina alle carabine per la caccia agli ungulati, con sensibili ricadute sull’industria delle armi.

Prospettive ambientali globali e ruolo della caccia

Per i prossimi 50 anni sono a mio avviso da attendersi:

  • aumento delle temperature con incertezza sul “quanto” (secondo IPCC sono equiprobabili valori al 2100 di +1.5/+4.5°C rispetto alla fine della PEG e di +0.6/+3.6 rispetto a oggi)
  • evoluzione oltremodo incerta per le piogge (Ipcc AR5, cap 9, pag. 749)
  • urbanizzazione sempre più spinta e improbabile espansione delle aree agricole, per cui sarà inevitabile l’ulteriore intensificazione dell’agricoltura
  • necessità di gestire popolazioni di ungulati e di altre specie invasive non in equilibrio che provocano danni all’uomo (incidenti stradali) e alle colture oltre a favorire la diffusione di grandi carnivori (lupo)
  • necessità di tutelare gli habitat delle specie selvatiche alla luce delle forzanti (naturali e antropiche) che su di essi agiscono modificandone estensione e livelli di frammentazione (es: occorrerà tutelare i pascoli montani dal degrado, altrimenti le specie vegetali e animali che sono di essi tipiche si estinguono o, nel caso degli animali, cercano foraggio più in basso invadendo territori abitati dall’uomo.

Conclusioni

Dai dati mostrati emerge che non ci è dato di cogliere “olocausti climatici” dietro l’angolo ma rilevantissime opportunità di adattamento al cambiamento climatico tramite la corretta gestione delle risorse naturali. Emerge il ruolo essenziale della caccia per ripristinare e mantenere l’equilibrio fra le specie e per presidiare il territorio. In questo un’attività di caccia condotta in modo razionale può integrarsi in modo ottimale con l’attività agricola.

*Università degli studi di Milano – Disaa;
 Società Agraria di Lombardia;
 Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura

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