Un mare freddo e pigro

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 29 Giugno 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=41679

Circulacion_termohalina

E’ appena di ieri il nostro commento al recente paper uscito su Nature in cui si parla di “memoria” delle foreste siberiane, ovvero del segno lasciato nell’ambiente delle alte latitudini continentali dall’intensità delle ere glaciali, l’ultima in particolare.

Oggi è la volta della “pigrizia” degli oceani, ovvero dell’ipotesi di sensibile rallentamento della circolazione oceanica, la Circolazione Termoalina, durante le ere glaciali, da cui sarebbe derivata in quelle epoche una maggiore capacità degli oceani di stoccare nelle loro profondità abissali grandi quantità di carbonio, con conseguente abbassamento della concentrazione di CO2 in atmosfera.

Si tratta di due paper, usciti entrambi su Nature Communications:

L’analisi, commentata anche su Science Daily, consiste nello studio di dati di prossimità raccolti sulle due sponde dell’Atlantico, tra Brasile e Spagna, dai quali sarebbe possibile trovare traccia di stratificazioni del fondale marino che testimoniano la velocità di accumulo e la provenienza dei sedimenti, riuscendo infine a ricostruire la durata dei cicli di ricambio delle acque di profondità, cicli che ad oggi, con le attuali condizioni di temperatura e salinità degli oceani, possono occupare un millennio.

Ne consegue per i nostri tempi, ma ancor di più per le epoche oggetto di questi studi, che il contributo dell’enorme massa oceanica alle dinamiche del sistema, sia in termini di contenuto di calore che di stoccaggio e rilascio di carbonio, occupa spazi temporali enormi, tanto che quanto sta accadendo ora nell’interazione tra oceano e atmosfera, potrebbe, anzi, quasi certamente è, la conseguenza di qualcosa che è accaduto decine e decine di secoli fa. Analogamente, quello che succede ai nostri giorni, compreso il contributo antropico alle dinamiche del sistema, sarà “trattato” con pari lentezza, continuando ad avere eventuali effetti anche nel lungo e lunghissimo periodo. Quali però, non è dato saperlo.

 


Aggiunto un commento preso direttamente dal sito di Climatemonitor.it:

L’ennesima conferma che le dinamiche che stiamo vivendo rispondono a scale temporali ben maggiori rispetto a quelle ipotizzate dai profeti della morte certa per arrostimento antropogenico. Del resto, se la CO2 aumenta quasi linearmente beffandosi delle variazioni di emissioni umane, ci sara’ un motivo, no? Mi viene da pensare ad uno scenario ipotetico (ma non troppo) in cui fra 20 anni, a fronte di emissioni significativamente ridotte, la concentrazione di CO2 continuera’ ad aumentare imperterrita. Gia’ pronta la risposta degli illuminati, ovvero che sara’ colpa delle emissioni umane di 100 anni prima…