Marrakech Express (COP22)

Di seguito riporto 2 articoli di Climatemonitor.it sulla 22a Conferenza delle Parti (COP22).
L’immagine di copertina è del film Marrakech Express, di Gabriele Salvatores, del 1989, con Diego Abatantuono.

Buona Giornata
Bernardo Mattiucci
Attività Solare


Non c’è tempo da perdere! (a Marrakech)

Autore: Donato Barone
Data di pubblicazione: 08 Novembre 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=42697

Food stalls and shopping at Djemaa el-Fna Square

A meno di un anno dalla conclusione della fantasmagorica Conferenza delle Parti di Parigi (COP21) che partorì lo storico Accordo di Parigi, ierii a Marrakech, in Marocco, ha preso il via la ventiduesima edizione della Conferenza delle Parti (COP22). Il Ministro francese dell’ambiente S. Royal ha passato il testimone al corrispondente Ministro marocchino, S. Mezouar, che presiederà i lavori della Conferenza.

Secondo gli osservatori ed i commentatori, quella di Marrakech sarà una Conferenza poco entusiasmante in quanto si svolgerà su un piano squisitamente tecnico. A Marrakech si devono, anzi si dovrebbero, riempire di contenuti pratici i roboanti proclami ideologici che costellano l’accordo di Parigi che, in mancanza, resterà un contenitore vuoto e privo di effetti pratici.

Giusto per rinfrescarci le idee diamo una ripassata agli aspetti salienti dell’accordo di Parigi. I partecipanti alla COP21 hanno fissato un limite massimo all’aumento della temperatura globale della Terra: 2°C al 2100, ma con l’ambizione di contenerlo entro 1,5°C, rispetto all’epoca pre-industriale. Per raggiungere tale obiettivo ogni Stato partecipante ha assunto, su base volontaria, degli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra (principalmente CO2). Allo scopo di contenere le emissioni dei Paesi in via di sviluppo, consentire il trasferimento di tecnologie verdi e finanziare le misure per la mitigazione degli effetti ormai inevitabili del riscaldamento globale, pardon cambiamento climatico, i Paesi industrializzati si sono impegnati a corrispondere loro un fiume di denaro che, in qualche modo, possa compensare i loro sacrifici. Nell’accordo si posticipa al 2020 l’implementazione delle iniziative necessarie per la progressiva decarbonizzazione della produzione energetica mondiale.

La cosa che sin da subito ha fatto storcere il naso ai più, è stata il fatto che nell’intesa di Parigi non era prevista alcuna sanzione per chi non manteneva gli impegni assunti e non era previsto alcun meccanismo per rimpinguare il fondo dei 100 miliardi di dollari annui da trasferire dai Paesi industrializzati, responsabili morali e materiali del riscaldamento globale, ai Paesi in via di sviluppo. Né sono stati previsti meccanismi per il controllo del reale raggiungimento degli impegni di riduzione delle emissioni.

Sin da subito gli scienziati hanno messo in guardia politici ed osservatori circa l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di contenimento del riscaldamento globale entro 2°C (figuriamoci 1,5°C) con gli impegni di riduzione delle emissioni assunti dai vari Stati: in teoria, se essi fossero mantenuti il riscaldamento globale a fine secolo si attesterebbe su 3°C, il doppio di quanto preventivato. In parole più terra terra, l’accordo di Parigi di ambizioso aveva solo il nome. Chi ha messo in evidenza già a Parigi che il re era nudo è stato J. Hansen, subito etichettato come negazionista dalle vestali del “clima che cambia e cambia male”.

Nel frattempo le emissioni sono aumentate, portando la concentrazione di diossido di carbonio atmosferico, a superare stabilmente le 400 ppmv. La cosa ha suscitato crisi di panico negli ambienti deputati a salvare il pianeta che si sono affrettati a lanciare l’allarme: non c’è più tempo da perdere, bisogna fare in fretta perché il pianeta non ce la può fare e gli impegni assunti sono del tutto insufficienti. Il loro appello è diventato il grido di battaglia dei conferenzieri in vacan…, ehm in trasferta in Marocco. L’accordo di Parigi è stato ratificato, intanto, da un centinaio di Paesi che rappresentano oltre il 55% delle emissioni globali e, quindi, è entrato in vigore in un tempo inferiore alle più rosee previsioni, secondo S. Royal. Mi permetto di far notare che la cosa è stata fin troppo facile in quanto si è trattato di assumere impegni che, qualora disattesi, non avrebbero avuto alcuna conseguenza pratica, eccezion fatta per la riprovazione morale dei politici da parte della società civile e, in particolare, degli attivisti climatici. Per quello che può contare!

A Marrakech ci si aspetta quindi di vedere come fare praticamente per trovare i soldi da trasferire dal Nord al Sud del mondo e come mettere in atto dei meccanismi di controllo per verificare se gli Stati che hanno ratificato l’accordo di Parigi manterranno fede agli impegni. Ci si aspetta, inoltre, che gli Stati assumano impegni più ambiziosi sin da subito perché la situazione sarebbe ormai prossima al punto di non ritorno.

In realtà a Marrakech non accadrà nulla di tutto ciò in quanto la COP22 è una conferenza interlocutoria che serve a traghettare i circa 15000 partecipanti dalle visionarie conclusioni della COP21 alla COP23 del prossimo anno che dovrebbe essere quella decisiva, quella in cui verranno fissate le procedure operative per monitorare lo stato di avanzamento degli impegni finanziari e di riduzione delle emissioni. Altro che aumento delle ambizioni.

Gli attivisti ambientali sono comunque sul piede di guerra ed intendono porre in atto tutte le iniziative per far si che a Marrakech si verifichi un cambiamento di passo decisivo, che non si assista, per dirla con la presidente del WWF Italia, ai soliti piccoli passi che neanche un lillipuziano riesce ad apprezzare. Mi sa che alla fine la delusione in questo campo sarà grande.

Un discorso a parte merita la posizione dell’Italia. Il Trattato di Parigi è stato ratificato dal nostro Parlamento, ma fuori tempo massimo. Si teme che il nostro Paese possa restare fuori da uno speciale gruppo di lavoro: quello dei Paesi che hanno ratificato in tempo utile l’accordo di Parigi e che cominceranno a discutere delle procedure di verifica del mantenimento degli impegni presi a Parigi. Non credo che sarà una grave perdita anche se, penso, che alla fine troveranno una scappatoia per ammetterci, nonostante tutto.

Ad oscurare una conferenza già di per se abbastanza opaca, ci sono anche le elezioni del presidente degli USA che ha monopolizzato e monopolizzerà l’attenzione per i prossimi giorni. Anzi uno dei principali motivi di tensione nella Conferenza è la possibilità (piuttosto improbabile, stando ai sondaggi preliminari) che D. Trump vinca le elezioni, in quanto ciò ostacolerebbe non poco il raggiungimento degli obiettivi previsti nell’accordo di Parigi. In realtà nessuno pensa che gli USA possano rimangiarsi la ratifica del Trattato di Parigi anche in caso di vittoria del candidato repubblicano, ma verrebbero meno tutte quelle scelte di politica interna che ha fatto l’Amministrazione Obama e che sono essenziali per il raggiungimento delle riduzioni delle emissioni previste dagli Stati Uniti.

Come si vede le prospettive sono piuttosto scoraggianti e nei prossimi giorni, in ogni caso non prima di mercoledì quando si conosceranno gli esiti delle elezioni presidenziali negli USA, la Conferenza entrerà nel vivo (si fa per dire). Lo scorso anno ho redatto un diario giornaliero degli accadimenti in quel di Parigi; quest’anno, viste le premesse, la cadenza dei resoconti sarà meno serrata e, salvo imprevisti o novità particolarmente eclatanti, ci sentiremo ogni due o tre giorni.

 


 

Da Paolo Mieli un articolo da incorniciare

Autore: Luigi Mariani
Data di pubblicazione: 09 Novembre 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=42701

doubt

Abstract

In the opening day of the COP22 summit of Marrakech, the newspaper Corriere della Sera publishes the article by Paolo Mieli “Data and doubts: the excesses of the climate-changing” which is essentially an invitation to a cultural position founded on the doubt on a subject as vast and multifaceted such as climate change. The roots of the Paolo Mieli’s position are to be found in his historical reflection and can be seen as  original and important in the current context.

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Il 7 novembre 2016, mentre in Marocco si apre la COP22, che segnerà un ulteriore passo in avanti verso la deindustrializzazione dell’occidente, il Corriere ha ospitato il coraggioso intervento di Paolo Mieli dal titolo “I dati e i dubbi: gli eccessi del clima che cambia” di cui riporto l’incipit:

Un nuovo uragano di irragionevolezza rischia di abbattersi sul mondo in coincidenza con l’apertura — oggi a Marrakech — della Conferenza sui cambiamenti climatici. Intendiamoci: è del tutto ragionevole che, sia pure a titolo precauzionale, vengano prese misure anche drastiche per combattere il global warming. È invece irrazionale dar retta ai sostenitori della tesi che questo sia un campo delle certezze assolute (tra loro molti attori cinematografici, spiccano per spirito militante Leonardo DiCaprio e Arnold Schwarzenegger). Ed è ignobile accodarsi al linciaggio di chi muove legittime obiezioni all’assunto che riconduce interamente all’uomo il surriscaldamento del pianeta.”

Strano, mi son detto, un articolo dedicato ai dubbi non giova certo ai marciatori di Marrakech, i quali di dubbi non debbono per definizione averne. D’altronde chi ha come me ha il piacere di leggere gli articoli di Mieli nella pagina culturale del Corriere, per lo più dedicati a temi storici, sa che il nostro è più che mai aperto ad analizzare tutte le posizioni, diffidando dei preconcetti ideologici.

Ad esempio in “Combattere con cautela: in Italia i conflitti della guerra fredda si stemperarono per volontà dei partiti” (Corriere, 1 novembre 2016), in cui  recensisce il testo di Guido Formigoni “Storia dell’Italia della Guerra Fredda (1943-1978)” (Il mulino), Mieli racconta tre fatti per me del tutto nuovi e che gettano squarci inquietanti su una lunghissima tradizione tutta italiana di consociativismo:

  1. il manifesto contro la bomba atomica lanciato a Stoccolma nel 1950 dai”Partigiani delle pace” e che tanto interesse suscitò anche da parte di intellettuali e politici moderati  del nostro paese fu redatto direttamente dal noto pacifista Giuseppe Stalin
  2. quando nel 1952 l’ambasciatore americano Bunker in un incontro avvenuto a Sella Valsugana propose al presidente del consiglio Alcide De Gasperi di statalizzare gli scambi commerciali con i Paesi d’Oltrecortina onde evitare le triangolazioni su cui lucrava il PCI, il segretario DC rifiutò dichiarando la proposta non praticabile
  3. secondo la testimonianza diretta di Paolo Emilio Taviani, quando nel 1955 gli americani acquisirono e fornirono all’Italia le prove di un finanziamento al PCI di 2 miliardi di lire (cifra enorme per quei tempi), la scelta di Gaetano Martino (liberale) e di Mario Scelba (DC) fu di non rendere pubblica la notizia per non innalzare i toni dello scontro politico.

O ancora in “Il cinismo di Cicerone, accusatore interessato. La ricostruzione del clamoroso processo all’ex propretore di Roma in Sicilia nel saggio di Luca Fezzi, edito da Laterza” (2 febbraio 2016) Mieli stigmatizza il fatto che Cicerone presentò Verre, il cui destino era ormai segnato in quanto uomo legato alla fazione perdente di Silla, come il simbolo di ogni male per accelerare la propria carriera politica, carriera che si fondava su malefatte simili (arricchimento personale) compiute quando nel 50-51 era stato governatore in Cilicia.

Questa è la storia raccontata da Mieli, una storia da cui penso venga tutto il distacco che caratterizza la sua linea di pensiero rispetto a quella degli inguaribili “marciatori”, quelli per l’appunto senza se e senza ma.

All’analisi non può peraltro sfuggire il fatto che l’articolo di Mieli inverte una linea di pensiero che sul Corriere ha radici antiche negli articoli di fondo del politologo Giovanni Sartori e che vede da anni il cambiamento climatico “antropico e catastrofico” al centro delle attenzione di una gran massa di “giornalisti scientifici”, ad iniziare da Giovanni Caprara.

La pubblicazione dell’articolo di Mieli avviene peraltro in un giorno in cui al TG1 delle ore 13 l’inviata Rai a Marrakech Sonia Filippazzi diceva fra l’altro (cito a memoria) che l’Europa non ha ancora fatto abbastanza per combattere il global warming andando con ciò contro l’autorevole parere degli scienziati che lo chiedono a gran voce mentre il TG delle 20 di Canale 5 prendeva la tromba d’aria di Ladispoli come simbolo dell’AGW, sostenendo che tali eventi sono assai più frequenti oggi che in passato (e qui sarei curioso di sapere su quali dati si fondino affermazioni tanto gravi).

Dall’articolo di Mieli, di cui invito alla lettura, emergono personaggi di cui si è a più riprese discusso su CM e cioè il meteorologo Piers Corbin (che sostiene la causa solare del GW), la presidente della società di Fisica Luisa Cifarelli (aggredita quando rifiutò per motivi scientifici di sottoscrivere un documento di “società scientifiche preoccupate per l’AGW”) e il meteorologico Philippe Verdier (licenziato dalla TV francese per aver espresso dubbi circa la causa antropica del GW, alla faccia della democrazia e della libertà d’espressione di cui quel paese si vanta con gran prosopopea).

Confesso di nutrire seri dubbi circa l’efficacia pratica dell’invito al dubbio espresso da Mieli, e ciò in quanto so per esperienza che quando Dio vuol perdere qualcuno prima lo rende cieco. Apprezzo tuttavia il coraggio e l’indipendenza di giudizio di Paolo Mieli rimarcando che il dubbio è da sempre fra i fondamenti del progresso in campo scientifico, culturale e sociale.

 

 

  • aldeg

    e intanto anomali nevicate novembrine nelle zone interne dell’Algeria…