Le esternalità nascoste – Parte Prima

Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 28 Luglio 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=41890

 

Il mio contributo a Climatemonitor prevede attività sotto copertura. Per esempio, partecipo ad un forum sui ghiacci artici gestito e popolato da serristi accanitissimi. Per sopravvivere in questo ambiente ostile, oltre all’ovvio utilizzo di uno pseudonimo mi fingo anche un serrista rassegnato ma speranzoso che le cose possano andare un po’ meglio del previsto, il che mi colloca automaticamente in una lista di sospetti sotto continua osservazione.
La cosa mi permette, tuttavia, di leggere discussioni interessanti, come quella scaturita di recente dal post di una signora che si augura un “evento epocale” (ovvero una grande sciagura climatica) per convincere la gente a votare democratico alle elezioni americane: che “solo i Dem hanno a cuore la salvezza del mondo”. La signora in questione aveva puntato su Wadhams (poveretta), ovvero sulla scomparsa dei ghiacci artici a Settembre (climatemonitor.it 2016a). Vista la mala parata, tuttavia (climatemonitor.it 2016b), confessa ora di accontentarsi di un ciclone devastante simil-Katrina. Il suo intervento ha riscosso grande successo, e per proteggere la mia già fragile copertura mi sono guardato dal commentarlo. Qualcuno ci salvi dai salvatori del mondo, non mi stancherò di ripeterlo.

Di lì a poco, leggendo l’ottimo articolo di Donato Barone (climatemonitor.it 2016c), mi sono imbattuto nel riferimento alle direttive draconiane della UE in materia di riduzione delle emissioni, che all’Italia costerebbero lacrime e sangue. Anche se, per centrarle, basterebbe semplicemente continuare con l’attuale straordinario trend (ilsole24ore.com 2016) che ci ha fatto perdere in pochi anni il 30% della produzione industriale, contribuendo però a posizionare l’Italia in cima alla lista dei paesi più virtuosi in fatto di riduzione di emissioni.

Certo fa specie che una maggiore propensione di un Paese a suicidarsi economicamente assuma i contorni del comportamento virtuoso. Ma fa bene il paio con la salvatrice del mondo che si augura migliaia di morti per “svegliare le coscienze e votare Hillary”. Ma queste due letture nello stesso giorno sono accomunate dallo stesso retropensiero, ovvero che il male è benvenuto, se funzionale ad un bene superiore. Il punto è: chi decide cosa è bene e cosa è male? E soprattutto, a vantaggio di chi?

Le esternalità ambientali

Qui ci vengono in soccorso alcune nozioni di economia, ed in particolare la definizione di esternalità ambientale. Giancarlo Pireddu (2002, p.56) ne dà una che trovo particolarmente appropriata al contesto:

Si ha una esternalità, positiva o negativa, quando si manifestano congiuntamente le seguenti due condizioni: 1) Le decisioni di consumo o produzione prese da un singolo agente influenzano, in modo positivo o negativo, il benessere di altri agenti. 2) L’assenza di compensazioni monetarie tra agenti avvantaggiati e svantaggiati”.

Tipicamente, nel nostro mondo afflitto dal problema esiziale del global warming, prevale la seguente interpretazione del concetto ben esposto dal Pireddu:

  • L’industria X produce CO2 come sottoprodotto. Secondo le teorie oggi in voga, tale produzione di CO2 arreca danno al benessere di altri, dove altri sta per l’umanità intera, ma anche animali, statue e presunti patrimoni dell’umanità vari ed eventuali (climatemonitor.it 2016d). Per rimediare all’esternalità negativa si può, ad esempio, tassare il bene prodotto dall’industria in questione (a beneficio dei presunti danneggiati, ovvero l’intero orbe terracqueo in questo caso), oppure penalizzarla attraverso un raffinatissimo mercato delle quote di CO2 che a sua volta benefici i produttori “virtuosi”.

Se poi ti trovi in un Paese particolarmente disgraziato perchè male amministrato, l’industria X chiude per effetto di una valuta troppo forte, di una fiscalità vampiresca, di una politica energetica dissennata o di una domanda asfittica, e quindi l’esternalità si elimina magicamente da sola.

Fin qui tutto chiaro. Il problema subentra quando cominciamo a porci delle domande come, per esempio: chi decide cosa fa bene o male? Nello specifico, chi decide che la CO2 arreca danno al benessere del Pianeta tutto?

Per amore di semplicità supporremo che nel caso del global warming il singolo agente di Pireddu sia identificabile con uno Stato, assunzione legittima visto che gli stati si caratterizzano su larga scala come produttori o consumatori di beni. Ad esempio, per rimanere in tema, la Cina è un grande consumatore di idrocarburi, mentre Russia e Iran sono grandi produttori.

Il Giudice Supremo

Ma chi decide che la CO2 è un veleno a causa del suo effetto sul clima? E chi decide che questo effetto (posto che esista in assoluto) è prevalente sullo stesso ciclo del carbonio che determina la vita sulla Terra e che si manifesta oggi, beffardamente, sotto forma di global greening? (climatemonitor.it 2016e)

Lo decidono delle associazioni politiche come l’IPCC, ovvero il Panel Intergovernativo sul Climate Change, co-fondato dall’Environmental Program delle Nazioni Unite (UNEP) e, a sua volta, sfociato nella creazione dell’altisonante United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), il trattato internazionale per “ridurre il global warming e gestire le conseguenze del climate change” (ipcc.ch 2007). Più politico di così…

Quindi, a monte degli stati-produttori abbiamo dei giudici-politici, perchè a loro volta espressione di un consesso di stati. Ma per andare a sentenza il giudice dovrà basarsi su quelle che in un regolare processo verrebbero definite “perizie”. E, naturalmente, servono le prove.

I Periti (e le Prove)

I periti dovranno avere delle caratteristiche che ne garantiscano la competenza e l’imparzialità. Che se manca la seconda si parla di periti “di parte” e questo non è funzionale all’obbiettivo finale, ovvero identificare delle esternalità per poi risolverle e salvaguardare il bene superiore, che per definizione non può essere di parte. I periti si baseranno (o diranno di farlo) su delle prove. Tipicamente, dei dati scientifici o dei modelli di simulazione forniti da istituti di ricerca.

La cosa potrebbe anche funzionare, se non emergesse il solito problema: chi controlla il perito? E come vengono custodite le prove? E chi finanzia l’istituto di ricerca? In ultima istanza, sempre la politica, sotto la forma del solito consesso di stati più o meno allineati sulla difesa degli interessi del più forte. Cercheremo di dimostrare questo concetto più avanti proponendo alcuni esempi.

Proviamo ora a riassumere: la definizione dell’esternalità ambientale spetta ad un giudice, di nomina politica, che si avvale di perizie fornite da periti e di prove, (ovvero dati e modelli di simulazione) fabbricate da istituti di ricerca più o meno indipendenti. È la definizione stessa di esternalità, quindi, a diventare questione puramente politica, e l’eliminazione di tale esternalità può fornire, in ultima istanza, il pretesto per perseguire un obbiettivo politico o economico: in un mondo non-multipolare, l’obbiettivo dello stato più influente, ovvero dominante.

In altre parole, attraverso la definizione di una esternalità, una presunta emergenza ambientale può diventare lo strumento politico utile al fine di perseguire un vantaggio per lo stato dominante.

Nella prossima puntata di questo viaggio in quattro tappe alla ricerca delle esternalità nascoste verranno proposti alcuni esempi per dare forma piú concreta ad una discussione fin qui troppo teorica. Proveremo, cioè, a dare dei nomi e dei cognomi agli attori, e a citare dei casi reali di esternalità legata alla CO2. Del Giudice Supremo (IPCC) si è già parlato sopra e non si intende approfondire in questa sede il ruolo fortemente politico del Panel in questione. Anche perchè tale Panel nasce, si sviluppa ed opera esclusivamente nell’alveo della politica, a dispetto di quanto viene fatto credere da una informazione faziosa semplicemente perchè, anch’essa, politicizzata.

Domani parleremo di periti, anzi, di un perito molto famoso e accreditato: il NOAA.