Le esternalità nascoste – Parte Seconda

Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 29 Luglio 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=41899

 

In breve riassunto della puntata precedente: una volta descritto il concetto di esternalità si pone il problema di chi debba deliberare se una decisione di consumo o di produzione influenza negativamente il benessere di un altro agente; nel nostro caso, se la CO2 arreca un danno, chi è danneggiato, e come compensare economicamente tale danno. Per semplificare si è assunto che il titolo di Giudice Supremo spetti all’IPCC, organo politico per eccellenza. Ma nel processo in questione occorrono anche prove, e perizie. E se il perito è a sua volta parte in causa in quanto politicamente coinvolto, come lo stesso giudice?

Un Perito di fama: il NOAA

Il NOAA è un perito di chiara fama nel processo mondiale alla CO2, e le sue perizie offrono una sponda perfetta alle tesi dell’accusa, servendo su un piatto d’argento una sentenza già scritta al Giudice Supremo. Alcuni dei più popolari scienziati che propongono paper in serie sul global warming lavorano per il NOAA, e ispirano (diciamo così) una miriade di colleghi in giro per il mondo. Ché lavorare al NOAA è un po’ come essere iscritti ad un circolo esclusivo: avere in tasca quel tesserino ti regala un’aura di credibilità e di superiorità, agevola il processo di peer review e garantisce pubblicazione sulle più importanti riviste del settore. Anche di ricerche a dir poco controverse, come quella di Karl et al. (2015) cui parleremo piú avanti.

Eppure nessuno pare interessato a sottolineare che la National Oceanic and Atmospheric Administration è un ente politico americano. Come si evince facilmente dall’indirizzo stesso del sito internet (noaa.gov, 2016) e, per i meno vivaci intellettualmente, anche dal sottotitolo che campeggia in prima pagina: “US Department of Commerce”. Avete capito bene, che proprio di commercio si tratta, alla fine della fiera.

Il NOAA svolge molto bene il suo ruolo di perito di parte, sebbene venga proposto, ascoltato, acclamato e utilizzato dal Giudice Supremo come indipendente. Lo stesso sito internet è un bollettino di guerra su cui campeggiano titoli e immagini come quella del 26 luglio 2016, in cui la sagoma di un uomo piegato sulle ginocchia ed evidentemente sofferente si staglia su uno skyline dai colori post-nucleari a contorno di un titolo che parla di estate oppressiva, temperature alte e umidità estrema.

Il NOAA non è un perito qualunque. Le temperature fornite dal NOAA per stazioni meteo terrestri, (GHCN) rilievi oceanici (ERSST) e antartici (SCAR) alimentano infatti il famigerato GISS-Temp (giss.nasa.gov, 2016a), ovvero lo schema di analisi di temperatura definito alla fine degli anni ‘70 da Hansen, il grande vecchio che mi permetto di immaginare come il capo supremo dei guardiani della rivoluzione del global warming. Il GISS-Temp di Hansen è lo strumento alla base di quelle immagini da girarrosto planetario che trovate puntualmente pubblicate con cadenza mensile su tutti i media mainstream del Pianeta. Immagini come questa, relativa alle anomalie di temperatura del mese di Giugno 2016.

 

img_0852

Fig. 1. Il girarrosto del GISS, alimentato dal NOAA (GHCN + ERSST). Manca solo lo SCAR, non a caso.

 

Peccato che il GISS-arrosto in questione sia viziato da assunzioni a dir poco ardite, in particolare quella secondo cui le variazioni di temperatura sono bene estrapolabili per stazioni separate tra loro di 1200 km, o l’esclusione tout-court dei dati antartici dello SCAR dallo schema di analisi. Non una cosa da poco, in considerazione delle pesantissime anomalie termiche negative che da anni caratterizzano l’Antartide.

Immaginate, poi, cosa possa significare estrapolare per 1200 km il dato di una stazione groenlandese, magari affetta da perturbazione da isola di calore, in termini di anomalia termica. Se a questo si aggiunge che le estrapolazioni del GISS-arrosto si basano su modelli (catastrofisti) piuttosto che su dati reali, si capisce quanto poco possano valere le palle rosse di Hansen come quella in Fig.1. Il Giudice Supremo e i media del mainstream, tuttavia, prendono le palle rosse per palle d’oro colato. Che è quello che interessa al perito, se vuole continuare a sbarcare il lunario, come perito. Io che perito non sono, e nemmeno scrivo su Stampubblica, preferisco prenderle per quello che sono: palle. E basta.

Il problema è che il NOAA non si limita ad alimentare il GISS-arrosto con una selezione di dati/modelli più o meno politicamente conveniente: il NOAA modifica anche i dati del passato. Le definiscono “correzioni per i mesi precedenti” e c’è anche una pagina internet a disposizione che descrive le modifiche principali apportate al GISS-arrosto negli ultimi 5 anni (giss.nasa.gov 2016b).

Certo, un perito che non solo raccoglie le prove, ma le custodisce anche, e per giunta le altera di continuo non è una grande garanzia di giustizia nel processo. Per chi fosse interessato alla manipolazione o, se preferite, alla revisione dei dati da parte del solerte perito in questione mi permetto di citare un paio di articoli di uno dei pochissimi giornali europei non-mainstream in materia di clima: l’inglese Telegraph (non sarà per caso, che si sono votati la Brexit, e che il Telegraph l’abbia sostenuta).

Nel primo articolo, tra l’altro, viene citato Steven Goddard, la criptonite di Hansen e dei suoi tanti figli e figliocci. Il blog di Goddard ha fatto una ragione di vita della denuncia delle manipolazioni, revisioni, tampering o fiddling che li si voglia chiamare, da parte del NOAA. Questa pagina è una delle tante del blog dedicate all’argomento: stevengoddard.wordpress.com, 2012. Goddard ovviamente è oggetto di una campagna denigratoria estremamente agguerrita, ma è interessante notare come il mainstream serrista, lungi dal negare l’esistenza delle manipolazioni in questione, si limiti a sbraitare per giustificarne la fondatezza. Resta il fatto che tali manipolazioni sono (quasi?) sempre a senso unico: si raffredda il passato, si riscalda il presente et… voilà: il gioco è fatto e la pendenza è aumentata: moriremo tutti, salvo che.

Sempre per restare in tema di manipolazioni, ha fatto scalpore quella legata allo studio di Karl et al. (2015) con la quale si è inteso eliminare la pausa (o hiatus) nel riscaldamento globale attraverso, naturalmente, una revisione a babbo morto dei dati del passato. L’articolo in questione, che ha causato reazioni che vanno dallo sdegno all’aperta ilarità tra le voci più libere del mondo scientifico, come quella di Judith Curry (wattsupwiththat.com, 2015) è stato trattato anche a più riprese da Climatemonitor, come in questo esauriente articolo del già citato Donato: climatemonitor.it 2016f. Torneremo comunque a parlare delle manipolazioni del NOAA e, in particolare, di Karl & co. in chiusura di questo lungo viaggio nel mondo delle esternalità climatiche.

Ma come agiscono, sinergicamente, le parti nel processo? In che modo il Giudice Supremo influenza anche le vite di noi miserabili peones?

Risoluzione dell’esternalità

Allora, riassumendo e semplificando abbiamo identificato un Giudice Supremo nonchè politicizzato: l’IPCC, che ha sentenziato l’esistenza di una gravissima esternalità, ovvero la produzione di CO2 a danno dell’umanità tutta. Questo è comprovato da perizie praticamente unanimi emesse da enti altrettanto politicizzati come il NOAA, e sulla base di prove abbondantemente manipolate dagli stessi periti e utilizzate in cascata da altre migliaia di periti che affollano le pagine di riviste “di settore” e, in ultima istanza, dei media mainstream devoti alla santa causa della lotta all’esternalità maligna.

Bene. Anzi, male. Ma poi? Come si risolve l’esternalità in questione?

Si risolve attraverso le misure draconiane già citate in apertura: mercati delle quote, tassazione-extra per i produttori e consumatori di risorse fossili, scure sugli incentivi all’utilizzo di fonti convenzionali, il tutto al fine di raggiungere target di emissioni irrealistici e privi di qualsiasi logica industriale, ma che vengono giustificati alla luce di modelli climatici già abbondantemente sconfessati alla prova dei fatti da diversi lustri a questa parte.

La cornice mediatica in cui tali punizioni vengono inflitte alle industrie o a interi paesi sotto forma di inefficienze imposte dall’alto che ne penalizzano l’industria attraverso l’aumento dei costi energetici o il divieto tout-court di estrarre le proprie risorse minerarie, è costituita dalle famigerate COP: eventi politici assimilabili in tutto e pertutto a kermesse di partito, ma trasversali, perchè vi partecipano i capi di stato espressi da qualsiasi forza politica al governo in quel momento. Si tratta delle Conferenze delle Parti che annualmente celebrano il trionfo del bene sul male, e la soluzione della esternalità climatica da parte di una classe politica che ama rappresentarsi come intraprendente e interessata al bene comune. Specie quando è chiamata a deliberare su cose più o meno campate in aria e che non sono sottoposte a verifica temporale nel breve termine, ovvero il termine del mandato tipico di un governo democratico.

È il pregio della scienza del clima: quando le previsioni di oggi saranno smentite clamorosamente e puntualmente dai dati di domani, allora politici, giudici, periti e giornalisti saranno già sepolti sotto qualche metro di terra o inceneriti in qualche urna. La fama e gli onori derivati dalle loro azioni giudicate al tempo più o meno lungimiranti o dai loro modelli più o meno sbugiardati a posteriori, gli sarà valsa una lapide più bella o un’urna cineraria placcata in oro. Sic transit gloria mundi.

L’ultima passerella tenuta a Parigi (la COP21) si è risolta in una lista di intenti, tutti mirati all’obbiettivo di contenere la temperatura globale entro un aumento di 2°C nel 2100, sulla sensatezza del quale non mi voglio esprimere, avendolo già fatto in tanti, anche su questo stesso sito (climatemonitor.it 2016g). Mi limito a dire che fa sorridere l’idea che si possa “contenere” un aumento di temperatura di origine incerta attraverso delle misure politiche nel momento in cui i modelli climatici attualmente a disposizione sono incapaci persino di spiegare il comportamento delle temperature nel passato, un passato costellato di fallimenti previsionali a dir poco clamorosi.

Comunque, nella lista di buoni propositi della COP21 (che tali rimarranno, in quanto manca una cornice giuridica all’interno della quale attuarli) é inclusa una quota di aumento di produzione energetica rinnovabile che a livello europeo passerebbe da circa il 12% al 27% entro il 2030. Parliamo, praticamente, di domani. Se non si ha la grande fortuna di essere un Paese in via di veloce deindustrializzazione e con una economia in stato comatoso, non ci sarebbe nessuna possibilità di centrare un obbiettivo del genere, a meno di una riconversione energetica di proporzioni bibliche con annesse inefficienze legate all’impossibilità di accumulare in modo economico l’energia prodotta durante il giorno, o nelle giornate di vento. Ci avrebbe aiutato il nucleare, se non si fosse votato per abolirlo al referendum, ma questa è un’altra storia.

Anche la seconda tappa nel nostro viaggio alla ricerca delle esternalità nascoste è completata. La prossima tappa fornirà degli esempi reali di esternalità pelose, ovvero associate a fini apparentemente nobili, ma che nascondono obbiettivi molto più… concreti.