1 gennaio 2017 - 7:00 am Pubblicato da

Si parla tanto del raffreddamento climatico in arrivo e di quali saranno le avvisaglie metereologiche che lo annunceranno. Posso innanzitutto dire che negli ultimi anni (5-6) sono in aumento i record di freddo nel mondo, in diminuzione quelli di caldo.

Poi, come più volte detto su attivitasolare.com, il raffreddamento del clima comporta un rallentamento della circolazione zonale, favorendo sempre più frequenti scambi meridiani; e lo stiamo vedendo ampiamente: da settembre ad oggi si sono avuti peggioramenti meteorologici esclusivamente per oscillazioni meridiane della corrente a getto. Di vere perturbazioni atlantiche non c’è traccia. Ma come si svolgerà il tutto?

Una circolazione sempre più lenta comporta, da una parte, la riduzione delle correnti atlantiche, e quindi la possibilità dell’instaurarsi indisturbati di anticicloni alle alte latitudini; dall’altra, la riduzione del calore atmosferico, crea i presupposti affinchè queste zone di alta pressione si auto-alimentino col freddo (un po’ come avviene con l’anticiclone russo-siberiano) e si entra in una reazione a catena del tipo:

meno perturbazioni atlantiche e meno calore in atmosfera = facilitata formazione di anticicloni a latitudini polari = anticicloni che iniziano ad auto-alimentarsi col freddo, assumendo carattere termico, diventando sempre più vasti e persistenti = si sviluppano masse d’aria freddissime, che vanno ad occupare ampie porzioni di continente (Nord America ed Eurasia) = più le alte pressioni si rinforzano e si raffreddano, più le correnti occidentali si indeboliscono e si ricomincia con la reazione a catena.

Non è un caso che negli ultimi mesi abbiamo spesso avuto un AO

negativa, con formazione di anticicloni in sede polare. Anticiclone che se inizialmente favorisce l’arrivo di aria mite, con i ghiacci che faticano a guadagnare terreno, nel momento in cui diviene persistente inizia ad avere una componente termica che lo rende molto robusto. Assisteremo quindi ad una brusca avanzata della calotta. A conferma, durante l’ultima era glaciale, un enorme alta pressione termica copriva gran parte dell’emisfero nord, restringendosi in prossimità degli oceani ed espandendosi in prossimità dei continenti, inglobando zone come l’intero Canada, la Gran Bretagna e la Scandinavia in maniera semi-permanente durante tutto l’anno.

Nel corso della PEG nel ‘700, pur se la cosa non era così persistente e vasta, in Europa quasi tutti gli inverni trascorrevano in compagnia dell’anticiclone siberiano. Pensiamo un momento all’area del Circolo Polare Artico: essa trascorre molti mesi al buio completo; pensiamo ad un alta pressione che insiste nella zona polare per tutti e tre i mesi invernali, dopo un mese o poco più , assume componente termica. Fino ad ora non abbiamo sperimentato la cosa (nella storia recente). Ad esempio, sia nel 1985 che nel 2012 le ondate di freddo non sono andate oltre i 15 giorni; nel 56’ siamo arrivati al mese scarso (anno che, comunque, come spiegherò, ha avuto una particolarità). Dunque non si sono avute le condizione affinché si instaurasse una condizione cronica. Comunque, il fattore determinante del raffreddamento sarà la mancata comunicazione, in inverno, tra stratosfera e troposfera. Se normalmente, fino ad ora, ad un rinforzo e raffreddamento della stratosfera polare è quasi sempre corrisposto un rinforzo dei venti zonali in troposfera, nei periodi di forte deficit di calore atmosferico (mari e continenti molto più freddi del normale, unito ad un netto deficit del calore latente in atmosfera), si assiste all’inverso; ad un vortice polare stratosferico sempre più gelido e compatto si associa un vortice troposferico estremamente disturbato, caratterizzato da lunghe fasi di antizonalità.

Così, si hanno inverni polari senza il bisogno di particolari warming stratosferici (che poi non sempre vanno in porto). Detto questo, il vero problema, è che si arriva ai primi di marzo con un vortice polare ancora molto freddo. Vortice che scaricherà il serbatoio gelido in primavera, e, a seconda della quantità d’aria fredda accumulata, addirittura nei mesi estivi.

Unico caso recente di questo tipo, è stato l’inverno del ’56.

L’irruzione fredda che prese corpo gli ultimissimi giorni di gennaio e perdurò fino intorno al 23 febbraio, avvenne in coincidenza con uno stratcooling, senza stratwarming, senza intaccare il serbatoio gelido del vortice polare, che andò a sfogarsi durante i mesi primaverili.

Di seguito alcune eloquenti immagini delle temperature a 850hPa di quell’anno:

 

La situazione descritta del 56′ si riassorbì solo nel mese di agosto, che comunque risultò piuttosto dinamico. Bisogna dire che al tempo l’attività solare era elevata e la circolazione termoalina ancora ben funzionante. Nel momento in cui saltano questi meccanismi di riequilibrio termico e si sviluppa una situazione del genere, essa si cronicizza e si assiste ad un profondo raffreddamento, che si intensifica di anno in anno.

Quando accadrà questo?

Difficile dirlo con certezza, di sicuro c’è bisogno di un innesco, che può essere una eclisse (o un anno in cui sono frequenti), in quanto durante questi eventi si verificano maree eccezionali, che favoriscono lo sprofondamento dei valori dell’Arctic Oscillation; il tutto andrebbe ad esasperare una condizione già di per sé caratterizzata da frequenti onde di Rossby, che diverrebbero costanti ed intense, innescando il decoupling tra troposfera e stratosfera. Oppure, semplicemente un inverno molto rigido che, arrivando a marzo inoltrato con un vortice polare molto freddo (tipo il ‘56), in assenza dei meccanismi di riequilibrio energetico terrestre, andrebbe a infierire sulla bella stagione, impedendo ai mari l’assorbimento del calore estivo e favorendo l’aumento dell’effetto albedo. Si arriverebbe alle soglie dell’autunno già con un consistente deficit termico (mari+terre emerse molto freddi+innevamento sopra media), con sviluppo di vasti anticicloni termici già ad ottobre.

Il tutto sancirebbe in via definitiva il disaccoppiamento tra vortice troposferico e stratosferico, con un clima che andrebbe a raffreddarsi sempre più anno dopo anno.

Premetto che cose di questo tipo, di solito, non sono graduali; si può benissimo avere l’inverno prima un vortice polare molto compatto associato ad un clima mite e l’anno dopo, di botto, si instaura un pattern di questo tipo. Quando accadrà ciò, non si può dire con precisione, di sicuro i presupposti ci sono, soprattutto per quanto riguarda il raffreddamento del Nord Atlantico e del Nord Pacifico. Persistono infatti temperature decisamente sotto media, con continua tendenza all’intensificazione ed estensione dell’anomalia, sia in superficie che in profondità. Scarti di temperature negative rispetto alla media 1979-2010, media già di per sé contenuta, in quanto negli anni ’70 e ’80 si era in fase di AMO (temperature Atlantico tra l’Equatore ed i 60° nord) negativa. AMO che, seppur in calo dopo il picco del 2006, continua ad essere positiva, in quanto le temperature dell’Atlantico equatoriale sono sopra media, con tendenza ad ulteriore aumento, segnale che sta diminuendo il riequilibrio termico tra poli ed equatore.

Alessio

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