Eppur (non) si scioglie…

Autore: Massimo Lupicino
Data di pubblicazione: 1 Luglio 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=41693

 

Dopo un conflitto di attribuzione con Flavio risolto in mio favore, eccovi servito un articolo scritto a quattro mani: il primo aggiornamento sullo stato dei ghiacci artici.

Sono mesi ormai che siamo letteralmente subissati di annunci catastrofici sull’imminente scomparsa dei ghiacci artici a seguito dell’inverno più mite, dell’anno più caldo, del Nino più intenso, del decennio più rovente e… tutta la ricchissima collezione di strumenti di tortura mediatica che i giornali del mainstream tirano fuori in questi casi.

Limitandoci alle ultime settimane, ricordiamo le esternazioni farneticanti di Wadhams, ampiamente trattate su questo sito e rimbalzate dai media di mezzo mondo, unitamente al grido di dolore per il collasso dei ghiacci della Groenlandia: “È troppo presto!” gridava addolorata Repubblica appena due mesi fa, con riferimento ad un presunto scioglimento record dei ghiacci groenlandesi. Del resto la ferale notizia era stata anticipata un mese prima in un articolo in cui lo stesso giornale si stracciava le vesti alla scoperta che nel sud della Groenlandia si stesse coltivando, pensate, la patata!

Tralasciando le facili ironie sui paladini del bene globale che vorrebbero lasciare i groenlandesi al freddo, sommersi dai ghiacci e soprattutto senza patata, cerchiamo di capire come stanno veramente le cose. Cominciamo proprio dalla Groenlandia. In Fig. 1 è riportato un grafico che mostra la percentuale di superficie dell’isola soggetta a scioglimento, con cadenza giornaliera. È un servizio offerto dal prestigioso istituto danese DMI. Si nota il picco prematuro di Aprile, seguito tuttavia da un andamento che, con l’eccezione di qualche giorno nel mese di Maggio, è rimasto sostanzialmente sotto la media (1990-2013).

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Fig. 1: Groenlandia, percentuale di superficie soggetta a fusione. Fonte: www.dmi.dk

 

Qualcosa non torna, quindi, anche perché la neo-filiale torinese di Stampubblica a Gennaio ci aveva informati che “a causa delle nuvole” la Groenlandia si sta sciogliendo. Insomma, se il cielo è sereno si scioglie per via dell’irraggiamento, se è nuvoloso, per via delle nuvole. Mai una gioia.

Diamo quindi una occhiata al bilancio di massa. Non sia mai che per una volta abbiano ragione loro. Sorpresa delle sorprese: hanno torto.

Ce lo dimostra il grafico in Fig.2, sempre sfornato dall’ottimo DMI. È rappresentata l’evoluzione dell’accumulo di neve/ghiaccio nel corso dell’anno. Prendendo a riferimento il 2012, anno record nella pur giovanissima serie di dati raccolta dal 1990, si nota come da settembre a giugno il bilancio di massa cresca a causa degli apporti nevosi, per poi diminuire nel trimestre più caldo dell’anno per la prevalenza della fusione sui nuovi apporti precipitativi.

Bene, nell’ultimo anno il bilancio di materia si è mantenuto sempre superiore alla media.  Ovvero si è accumulata più neve (e piú ghiaccio) di quanto accada normalmente.

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Fig. 2: Groenlandia, accumulo di massa in Giga-tonnellate. Fonte: www.dmi.dk

 

Passiamo adesso all’estensione dei ghiacci. Ci facciamo guidare ancora una volta da Stampubblica, il nostro Virgilio nel viaggio doloroso attraverso le malebolge dell’informazione mainstream. Ancora una volta un articolo drammatico: “L’Artico si scioglie, in agosto la prima crociera nel passaggio a nordovest”. E la parola “drammatica” è infatti usata 4 volte in 11 righe, non sia mai che il sostantivo “crociera” richiami sensazioni positive.

L’articolo è una bella introduzione all’argomento dell’estensione dei ghiacci artici perchè, giustamente, menziona che nel mese di Marzo del 2016 il massimo di estensione stagionale è stato di 14.5 milioni di kmq, un record negativo secondo l’NSIDC.

Vale la pena notare che il valore riportato dall’NSIDC, altro centro autorevole in materia per quanto in odore di politica (è supportato dalla NASA), è stato di 14,521 Mkmq, contro i 14,536 Mkmq del 2015. Una differenza dello 0,1%, che tra l’altro ha suscitato polemiche alla luce del fatto che altri istituti come l’almeno altrettanto autorevole JAXA hanno visto il 2016 posizionarsi ad un deludente secondo posto, proprio dietro il 2015. Polemiche rinfocolate dal fatto che lo stesso NSIDC ha avuto problemi talmente grossi negli ultimi mesi da dover migrare da un satellite ad un altro, lasciando molte perplessità sulla validità dei rilevamenti effettuati nell’anno in corso.
Sono questioni di lana caprina, anche perchè il trend multidecennale dell’estensione dei ghiacci artici mostra una chiara diminuzione a fronte, però, di una sostanziale stabilità nell’ultimo decennio. I minimi del 2007 e del 2012, infatti, non sono stati più aggiornati negli anni successivi (Fig.3).

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Fig. 3: Minimi di estensione dei ghiacci artici negl ultimi 10 anni. Fonte: www.nsidc.org

 

Ma la vera domanda da porsi è se il massimo di estensione invernale sia importante ai fini della determinazione del minimo estivo, come suggerisce l’articolo di Stampubblica. La risposta, tanto per cambiare, è negativa.

I massimi di estensione invernali sono in gran parte determinati dalle condizioni atmosferiche e in particolare dalla persistenza di correnti meridionali o dalla copertura nuvolosa, tanto per fare qualche esempio. Nel 2016 correnti estremamente miti sul Mare di Barents hanno determinato un notevole arretramento dei ghiacci artici sul settore in questione, mentre altri settori hanno mostrato una estensione non significativamente inferiore alla media (Fig.4).

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Fig. 4. Massimo di estensione dei ghiacci artici nel Marzo 2016. Fonte: www.nsidc.org

 

Inoltre il ghiaccio periferico, quello che determina il massimo di Marzo, tende inevitabilmente a sciogliersi prematuramente rispetto a quello situato più a nord. Se a questo si aggiunge che all’incirca il 50% della superficie viene persa tra giugno e agosto, si comprende quanto l’estensione del massimo invernale abbia poco significato predittivo.

Va da sè che l’andamento nel 2016 è stato davvero insolito, con una estensione dei ghiacci che si è mantenuta a livelli record di anomalia negativa per buona parte dei primi 6 mesi dell’anno. Una eredità del Nino, secondo molti esperti in materia, unitamente agli effetti di un inverno artico che si è mostrato estremamente mite, come si evidenzia dal grafico in Fig.5.

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Fig. 5: Temperature medie nell’area a nord dell’80° parallelo Nord. Fonte: www.ocean.dmi.dk

 

All’occhio attento del lettore scettico non sarà sfuggito che le temperature sono poi rientrate nella norma stagionale, fino a portarsi lievemente al di sotto della media in questi giorni.

Sono giorni particolari, questi: il sole scalda l’Artico senza tramontare mai, e con la massima inclinazione dell’anno. Si creano le “pozze d’acqua”, i melting ponds di cui Flavio ha parlato nelle previsioni del Lunedì, che riducono l’albedo e favoriscono ulteriore scioglimento per feedback positivo. Per questi motivi, le condizioni del tempo sull’Artico tra la metà di maggio e la fine di luglio determinano in buona parte i destini della calotta artica.

Dopo un periodo molto lungo di prevalenza di un anticiclone sul Mare di Beaufort che ha favorito una prematura scomparsa dei ghiacci per accentuazione del Beaufort Gyre, le condizioni sull’Artico sono mutate radicalmente, come raccontato su questo stesso sito. Le depressioni dominano pressochè incontrastate con associate condizioni di maltempo, nevicate e, soprattutto, nuvolosità diffusa che sta determinando un notevole rallentamento nel processo di formazione dei melting ponds.
L’effetto sull’Artico non ha tardato a manifestarsi, sotto la forma di un notevole appiattimento della curva di decrescita dell’estensione, fino al raggiungimento di valori pressochè normali per l’ultimo decennio (Fig.6).

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Fig. 6: Estensione dei ghiacci artici. Fonte: www.iup.uni-bremen.de

 

Gli esperti, però, ci mettono in guardia da facili entusiasmi: “quello che conta è lo spessore dei ghiacci, non l’estensione”. Facciamo quindi un’ultima fatica e vediamo cosa sta succedendo allo spessore e, di conseguenza, al volume dei ghiacci artici. Sorpresona delle sorpresone: le cose vanno benone.

È il DMI a venirci in soccorso, ancora una volta. La carta in Fig. 7 ci mostra, infatti, che il volume dei ghiacci artici è nella media del decennio 2004-2013 grazie ad un ottimo recupero nelle ultime settimane, arrivando persino a “minacciare” il volume del 2013, un anno che è passato alla storia per il recupero eccezionale rispetto al minimo del 2012.

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Fig.7. Volume dei ghiacci artici. Fonte: www.ocean.dmi.dk

 

Chiudiamo con un ultimo cameo, un altro regalo dei danesi. Il confronto tra l’estensione/spessore dei ghiacci negli ultimi 4 anni, per la terza decade di giugno (Fig.8).
Come si puó notare, il 2016 é in ottima posizione, con uno spessore dei ghiacci uniformemente superiore ai 3 metri su un’area molto vasta che comprende anche l’Artico Centrale, molto penalizzato negli scorsi due anni che pure sono stati tra i più generosi dell’ultimo decennio per spessore dei ghiacci a Settembre.

È l’altra faccia della medaglia del già citato Beaufort Gyre, che ha dirottato il ghiaccio dal Mare di Beaufort al Central Arctic Basin secondo la vecchia metafora della coperta: ovvero che se un lato del letto si scopre magari se ne copre un altro. A qualcuno invece piace pensare che la coperta si sia strappata, per sempre. Non pare essere questo il caso, anche grazie ad un insolitamente ridotto deflusso di ghiaccio attraverso lo Stretto di Fram, il “corridoio” attraverso il quale i ghiacci lasciano l’Artico per andare a fondersi al largo del Mare di Groenlandia, nelle acque molto più miti dell’Atlantico.

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Fig. 8. Confronto all’americana. Anzi, alla danese. Fonte: www.dmi.dk

 

Se si considera che anche per i prossimi 7-10 giorni sono previste condizioni di tempo perturbato sull’Artico, sentiamo di poter scommettere su un finale di stagione nella media dell’ultimo decennio. Ben diverso, quindi, da quello prospettato da Wadhams e altri profeti di sventura. Saranno determinanti le condizioni atmosferiche nel mese di Luglio per sciogliere la prognosi. Nel mese di Agosto, poi, la presenza di depressioni particolarmente intense potrà causare scostamenti notevoli nell’estensione dei ghiacci per effetto della dispersione o, al contrario, della concentrazione delle placche della banchisa. L’appuntamento, quindi, è al prossimo aggiornamento.

God save the Arctic. 

Che a salvare gli inglesi da se stessi ci pensano gli opinionisti dei giornali italiani.