El Niño e l’inverno europeo

Autore: Guido Guidi
Data di pubblicazione: 29 Ottobre 2016
Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=42591

 

Quando si parla di El Niño o, più precisamente, delle fasi in cui le dinamiche accoppiate oceano-atmosfera del Pafifico tropicale fanno assumere all’indice che le descrive un segno positivo, si parla del più potente evento climatico di breve periodo che si conosca. Enormi quantità di calore scambiate appunto tra l’acqua e l’aria in quella porzione del globo, si muovono da una sponda all’altra dell’oceano, definendone l’andamento climatico. Data la posta in gioco, queste dinamiche hanno impatto sull’intera circolazione atmosferica terrestre cosa che si traduce in effetti più o meno noti e più o meno definiti anche in posti lontanissimi da dove hanno origine. Quegli impatti e quegli effetti si chiamano teleconnessioni, e le troviamo riassunte nell’immagine qui sotto.

 

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Ora, non mi soffermerò a discuterle, ma vorrei far notare una cosa. La porzione di territorio per la quale ancora non si conoscono teleconnessioni apprezzabili con le dinamiche dell’ENSO è proprio l’Europa occidentale, cioè casa nostra. Forse però, ancora non per molto.

E’ uscito sul Journal of Atmospheric Sciences dell’AMS, uno studio dell’università di Bergen nel quale sono state messe in relazione appunto le dinamiche dell’ENSO (El Niño, La Niña, Neutralità) con l’area in cui, mediamente, si formano le depressioni extratropicali in area atlantica, che poi non sono altro che le perturbazioni che poi giungono ad interessare l’Europa.

Influence of Tropical Pacific Sea Surface Temperature on the Genesis of Gulf Stream Cyclones

La circolazione atmosferica dell’emisfero nord, nel suo incessante moto da ovest verso est, subisce delle deviazioni più o meno persistenti indotte dalla posizione delle terre emerse. Una di queste, forse la più significativa, è quella che si deve alla posizione longitudinale delle Montagne Rocciose nell’America settentrionale. A valle della catena montuosa, sussiste un’ondulazione semi-permanente del flusso in quota, che poi scorre lungo le coste orientali americane più o meno sulla traccia della Corrente del Golfo. Quel flusso in quota, che separa l’aria calda e stabile appartenente all’anticiclone delle Azzorre dall’aria fredda polare, è la sede della corrente a getto polare, ossia del motore delle perturbazioni. I complessi meccanismi della fisica dell’atmosfera, regolano le zone in seno al potente flusso della corrente a getto, dove si generano le condizioni per la formazione delle depressioni, ossia dove la separazione tra l’aria calda e quella fredda cessa di essere più o meno rettilinea e subisce un’ondulazione, innescando la nascita delle perturbazioni o, più precisamente la genesi dei cicloni.

Nello studio dell’università di Bergen, i ricercatori hanno messo in relazione le tre diverse fasi dell’ENSO – distinte dalla posizione dei massimi di temperatura superficiale delle acque del Pacifico nelle tre zone dell’oceano, occidentale, centrale e orientale – con la direttrice del flusso in quota dopo la deviazione a valle delle Montagne Rocciose, scoprendo che quando i massimi termici sono sul settore occidentale e su quello orientale, il flusso in quota assume caratteristiche più prossime alla sua climatologia, mentre quando invece i massimi termici sono sul Pacifico centrale, il flusso in sottovento alle Montagne rocciose scorre più a nord. Quindi El Niño ha effetti diversi sul flusso in quota a seconda che i massimi termici interessino la porzione centrale o quella orientale del bacino. Nel primo caso, la prosecuzione del flusso in Atlantico (o storm track atlantica) vira verso nord e le perturbazioni finiscono per interessare con maggiore frequenza l’Atlantico settentrionale e l’Europa settentrionale. Nel secondo caso la storm track atlantica scorre con direttrice più occidentale al traverso dell’Atlantico, e le perturbazioni raggiungono più frequentemente l’Europa occidentale.

 

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Fig. 7 da Schemm et al: Storm-track differences between EP and CP El Niño winter seasons. (a) Relative fraction of cyclones originating from the Gulf Stream region during (left) EP and (right) CP El Niño winters compared with the full EP and CP El Niño cyclone climatologies, respectively. The dashed box, which follows the eastern coastline of North America, indicates the Gulf Stream region. (b) Cyclone frequency anomalies (shading) during (left) EP and (right) CP El Niño winters relative to the full-winter cyclone climatology (1979–2014). Additional contours show total (i.e., for all cyclones, not only those originating from the Gulf Stream region) cyclone detection rates in EP and CP El Niño winters (from 15% in steps of 10%).

 

Tutto questo, naturalmente, inteso come media delle diverse situazioni che si vengono a creare, che possono poi causare una maggiore o minore frequenza di eventi perturbati. Siamo quindi nel campo (alquanto impervio) degli outlook stagionali, non già e non ancora in quello delle previsioni in senso stretto. Tuttavia, l’argomento è estremamente interessante e con ampie possibilità di approfondimento. Peccato però che l’inverno di El Niño sia stato quello passato, nei prossimi mesi ci aspettano La Niña o condizioni di neutralità, quindi presumibili condizioni prossime alla climatologia, che tradotto in soldoni significa che non essendoci elementi di disturbo particolari dai quali poter desumere comportamenti anomali, tutto quello che si può dire è che, a conti fatti, sarà inverno 😉