COSA FAREMO CON I NOSTRI (PROSSIMI) PROFUGHI?

Riporto un lungo e interessante articolo pubblicato dal blog amico COSE DA MONDO (Lettere Dalla Germania).
Sembrerebbe avere poca attinenza con l’attività solare, ma in realtà riteniamo quest’ultima di fondamentale importanza nei cicli “geologici” del nostro pianeta… ivi  compreso quello delle eruzioni vulcaniche.
Non è accettabile, al giorno d’oggi, ignorare i potenziali pericoli che incombono sul nostro paese. E tra i tanti (politici, economici, sociali…) quello legato al Vesusio e ai Campi Flegrei temo sia il principale.
Una lunga lettura, certo, ma molto interessante e particolareggiata. Poi ognuno è libero di pensarla come meglio crede. Ricordiamo però che è sempre e solo il Sole a controllare tutto…. dal clima agli eventi Geologici. Vulcani compresi!
E come stiamo assistendo tristemente in questi giorni, il problema dei profughi può diventare insormontabile. Pensavamo fosse finita, almeno per un po di anni, con il sisma de L’Aquila. Poi però c’è stato quello in Emilia… e ok, in qualche modo ne siamo usciti (non del tutto). Poi Amatrice.
Ci stavamo ancora asciugando le lacrime per i numerosi morti e le devastazioni di quel sisma che, prontamente, ne sono arrivati altri 2 a devastare la Val Nerina. E come se non bastasse… ecco arrivare il colpo di grazia.
Quelle poche strutture che erano rimaste in piedi sono crollate. Decine di migliaia di persone si ritrovano senza nulla. Case, lavoro, strutture pubbliche e religiose… ogni cosa è stata distrutta. Per sempre!
Anche ricostruendo il tutto fedelmente, nulla tornerà come prima.

E se capitasse in una città con milioni di persone? Cosa faremmo? E in quanto tempo?
Riusciremmo a star dietro alle emergenze?

Buona lettura
Bernardo Mattiucci
Attività Solare

 


COSA FAREMO CON I NOSTRI (PROSSIMI) PROFUGHI?
by LDG

Un futuro da affrontare che si scontrerà con attuale politica di “accoglienza” migratoria.

Ogni 2000 anni, guardando alla storia geologica del Vesuvio fino a 25,000 or sono, avviene una eruzione catastrofica anche più grave di quella descritta da Plinio il Giovane. Almeno un milione di profughi necessiteranno del trasferimento nelle altre regioni con tempo di preavviso di qualche settimana, o qualche giorno, prima che inizi l’eruzione.
E senza considerare il “supervulcano” situato nei Campi Flegrei, per il quale, lo scenario sarebbe apocalittico per un’area includente diverse regioni fino alla modifica del clima terrestre.
La città partenopea ospita il più pericoloso complesso vulcanico del mondo (Nature, 2011), assediata da tre caldere magmatiche (Somma-Vesuvio, Campi Flegrei ed Epomeo). Il vulcano dalle “eruzioni esplosive” più famoso al mondo.
ll Vesuvio con caratteristiche altamente distruttive metterebbe letteralmente in ginocchio non solo la Campania ma lo stesso sistema nazionale e, di conseguenza, l’intera Unione Europea. L’appuntamento col “grande botto”, dagli studi degli ultimi dieci anni offrono una migliore comprensione dei possibili scenari e dei tempi di attesa. Accadrà domani, tra qualche anno, qualche decennio, ma pare chiaro oramai che non si può proiettare l’evento atteso oltre i cento anni. Dato che la diminuzione in corso dell’attività solare porterà a un aumento dell’attività vulcanica l’evento atteso vesuviano potrebbe essere più prossimo di quanto supposto in precedenza.
https://versounmondonuovo.wordpress.com/…/il-famigerato-se…/

Tra qualche tempo in Italia ci saranno ancora spazio, risorse, energie, per la gestione della emergenza migratoria prossima ventura?

Nell’immagine i contorni del Monte Somma, cono vulcanico prima dell’eruzione del 79 d.C.

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UNA STORIA GEOLOGICA DA RISCRIVERE?

“Una catastrofe vulcanica ancora più devastante della famosa eruzione di Pompei del 79 d.C. si è verificata nell’antica Età del Bronzo al Vesuvio. L’eruzione pliniana di Avellino di 3780 anni fa ha prodotto un iniziale violento fall-out di pomici e una successiva sequenza di flussi piroclastici che hanno sepolto il vulcano e dintorni fino a 25 chilometri di distanza, seppellendo completamente il territorio circostante e gli insediamenti umani.”
“Nuovi rinvenimenti indicano che un improvviso esodo in massa di migliaia di persone si è verificato all’inizio dell’eruzione, prima del devastante collasso terminale della colonna pliniana. La maggior parte dei fuggitivi probabilmente sopravvissero, ma la desertificazione totale dell’habitat dovuta alla forza dell’eruzione ha causato un collasso socio-demografico e l’abbandono dell’intera zona per secoli. Poiché un evento di questa portata è capace di devastare il vasto territorio ch
e include l’attuale area metropolitana di Napoli, dovrebbe essere preso in considerazione come riferimento per il peggiore scenario atteso.”
“The Avellino 3780-yr-B.P. catastrophe as a worst-case scenario for a future eruption at Vesuvius” Mastrolorenzo, Petrone, Pappalardo, Sheridan, Proceedings of the National Academy of Sciences March 21, 2006 vol. 103 no. 1
http://www.pnas.org/content/103/12/4366.full.pdf
http://www.powershow.com/…/Vesuvius_powerpoint_ppt_presenta…

“L’eruzione, detta “delle pomici di Avellino”, avvenne intorno a 3.780 anni fa, e secondo alcuni ricercatori rappresenterebbe lo spaventoso prototipo di una calamità che, in futuro, potrebbe devastare la stessa Napoli. Claude Albore Livadie, archeologo francese, l’ha ribattezzata “la prima Pompei”.
Nella primavera del 2006 i tre studiosi italiani (Mastrolorenzo, Petrone, Pappalardo), coadiuvati dal vulcanologo americano Michael Sheridan, hanno illustrato le loro scoperte sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (Pnas) suscitando grande interesse nella comunità scientifica mondiale. L’importanza della loro ricerca va ben al di là della semplice documentazione archeologica. L’eruzione delle pomici di Avellino, scrivono gli studiosi, “causò un collasso socio-demografico che portò all’abbandono dell’intera area per secoli”. I nuovi ritrovamenti, corredati da simulazioni al computer, mostrano che un’eruzione della portata di quella di Avellino scatenerebbe un’ondata concentrica di distruzione capace di devastare Napoli e buona parte del suo hinterland.”

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Modello di simulazione dell’eruzione vesuviana del 79 d.C.
http://www.sciencephoto.com/…/E3920010-Simulation_of_an_eru…

“Esplosione, ricaduta, collasso della colonna, flusso piroclastico, colata di fango: in questa classica sequenza di furia pliniana, l’eruzione di Avellino cambiò il volto della pianura campana, come se gli dei avessero deciso di raschiarla, scavarla e rimodellarla con una gigantesca cazzuola. Analizzando la struttura dei depositi e le tracce visibili nel diverso spessore delle stratificazioni, i vulcanologi hanno potuto stabilire che in quella sola eruzione il Vesuvio scatenò almeno sei cicli di flusso e colata: sei scariche di vento infuocato seguite da sei furiosi torrenti di fango, che distrussero qualunque cosa in un raggio di circa 15 chilometri dal cratere del vulcano. Il cataclisma immediato durò probabilmente meno di 24 ore, ma bastò a trasformare un paesaggio idilliaco in un deserto monocromatico, che sarebbe rimasto inabitabile per tre secoli.”

“Solo in pochi si fermano a pensare all’enorme serbatoio di roccia fusa che ribolle sotto i loro piedi, a quasi 10 mila metri di profondità; o ad osservare quel che resta del Monte Somma, cratere più vasto e più antico, che attira lo sguardo – e, cosa più importante, incanalerebbe eventuali futuri flussi piroclastici – in direzione nord-ovest, verso l’area metropolitana di Napoli. All’epoca dell’ultima eruzione pliniana, la pianura sottostante era abitata da alcune migliaia di Romani gaudenti; oggi la sola Napoli ha più di un milione di abitanti, e altre centinaia di migliaia vivono nei centri che si trovano tra la città e il cratere.”
http://www.nationalgeographic.it/…/09/30/news/vesuvio-17517/

http://ngm.nationalgeographic.com/…/ve…/eruption-interactive

“La previsione a breve termine delle eruzioni vulcaniche è, nella migliore delle ipotesi, una scienza inesatta. Prima dell’eruzione del 1980, il Monte St. Helens, in Alaska nello Stato di Washington (USA), aveva dato crescenti segni di inquietudine; ma, secondo un rapporto del Servizio Geologico degli Stati Uniti, “nel mese precedente il quadro non si era modificato”. Di più: la stessa mattina del 18 maggio 1980, le apparecchiature di monitoraggio “non registrarono alcun cambiamento insolito che potesse essere interpretato come un segnale d’allarme per la catastrofe che sarebbe avvenuta solo un’ora e mezza più tardi”.

Se il Vesuvio desse segni di risveglio, i vulcanologi sono convinti di poter prevedere un’eruzione “in breve tempo”. Ma cosa significa, esattamente, “in breve tempo”? «Questo è il problema: non lo sappiamo», risponde Mastrolorenzo. «Non siamo certi di poter prevedere un’eruzione come ora possiamo prevedere un uragano». “
http://www.nationalgeographic.it/…/09/30/news/vesuvio-17517/

LA BOMBA A OROLOGERIA D’EUROPA

“Il Vesuvio è un vulcano situato nella baia di Napoli che, nel 79 e nel 1631, distrusse le cittadine che lo circondavano. Il Vesuvio è oggi accerchiato da tre milioni di persone e si sta preparando per una prossima eruzione esplosiva che, con grande probabilità, avverrà in questo secolo. Se la popolazione e il territorio non si prepareranno a fronteggiare la prossima eruzione del vulcano, le consequenze umane ed ambientali potrebbero essere catastrofiche.”
(GVES Association for Global Volcanic and Environmental Systems Simulation)
http://www.gvess.org/

“Secondo Nature il rischio Vesuvio è sottovalutato, così come lo era l’ipotesi di un terremoto disastroso in Giappone. La prossima eruzione potrebbe essere peggiore di quanto prevista dal piano d’emergenza. «Quando si appronta un piano di emergenza – sottolinea la rivista scientifica – occorre tener conto anche del cosiddetto ”worst-case scenario” cioè del peggiore caso possibile».

Nature ha, quindi, interpellato anche i rappresentanti del dipartimento della Protezione Civile che ribattono come il piano di emergenza sia in continuo aggiornamento e che la valutazione del rischio viene compiuta «sulla base delle condizioni presenti del vulcano». Secondo il vulcanologo Warner Marzocchi dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia «non si può investire tutto in previsione del peggiore evento possibile: la riduzione del rischio deve basarsi su presupposti razionali. Un’evacuazione di tutti i tre milioni di abitanti dell’area urbana di Napoli sarebbe impossibile da gestire».
Mazzocchi e i suoi colleghi, segnala Nature, stanno sviluppando una serie di modelli probabilistici che potrebbero aiutare le autorità a valutare la situazione e a decidere le possibili soluzioni in caso di crisi. Un metodo simile a quello utilizzato dall’équipe di Peter Baxter dell’Università di Cambridge in occasione dell’eruzione avvenuta nel 1997 sull’isola di Montserrat, nei Caraibi. Le previsioni di Baxter consentirono di evitare l’evacuazione dell’intera isola. Per il Vesuvio, Baxter e i suoi colleghi hanno approntato un modello di previsione che tiene conto dei possibili scenari in caso di eruzione. In base allo studio, un’eruzione media come quella del 1944, con flussi di lava e moderate emissioni di cenere, resta l’evento più probabile. Qualora il vulcano dovesse risvegliarsi, la probabilità che lo faccia con un’eruzione pliniana, devastante come quelle di Pompei o di Avellino, viene calcolata intorno al 4%. Un simile approccio probabilistico, conclude l’articolo di Nature, sembra l’unico a disposizione di autorità e studiosi, in mancanza di sistemi più accurati per prevedere le eruzioni.”
http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=149289&sez=NAPOLI#

Tuttavia le proiezioni della Protezione Civile appaiono un po’ troppo ottimistiche anche alla luce del modello creato dal Prof. Dobran.

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Gli studi confermerebbero che l’esplosione del vulcano in quindici minuti porterebbe alla devastazione dell’intero golfo di Napoli, conferma il vulcanologo americano Flavio Dobran, della New York University.
“Il Vesuvio che “dorme” dal 1944 esploderà con una potenza mai vista ed in appena quattro minuti inghiottirà già 5 o 6 Comuni della zona rossa”. È quanto afferma l’ingegnere fluidodinamico nella sua ultima relazione che ricalca, e rende ancora più tremenda, rispetto a quella dello scorso anno in cui gli orizzonti per gli abitanti del Vesuviano non erano già affatto buoni. “Una colonna di gas, cenere e lapilli si innalzerà per duemila metri sopra il cratere – dice l’esperto – Valanghe di fuoco rotoleranno sui fianchi del vulcano alla velocità di 100 metri al secondo con una temperatura di 1.000 gradi centigradi, distruggendo l’intero paesaggio in un raggio di sette chilometri, spazzando via strade e case, bruciando alberi, asfissiando animali, uccidendo forse un milione di esseri umani in appena 15 minuti”.

Non si sa quando avverrà l’eruzione del Vesuvio ma “la conferma viene dalla storia: le eruzioni su larga scala arrivano una volta ogni millennio. Quelle su media scala una volta ogni 4-5 secoli. Quelle su piccola scala ogni 30 anni. Ebbene, l’ultima gigantesca eruzione su larga scala è quella descritta da Plinio il Vecchio: quella che il 24 agosto del 79 dopo Cristo distrusse Ercolano e Pompei uccidendo più di duemila persone. La più recente eruzione su media scala è quella del 1631, che rase al suolo Torre del Greco e Torre Annunziata, facendo 4 mila morti in poche ore”.

Dobran ha progettato un simulatore vulcanico globale: si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni dei vari vulcani, e quindi anche del Vesuvio, per descrivere quelle future.
“Il simulatore vulcanico globale – continua il vulcanologo – dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata“.
http://curiosity2015.altervista.org/vesuvio-gli-scienziati…/

“Our results indicate that large- and medium-scale eruptions can produce complete destruction in the 7 km radius around the volcano (an area in which one million people live and work) in about 15 minutes or less, and that only small-scale eruptions can be arrested by the topographic relief of Monte Somma. “
Assessing the pyroclastic flow hazard at Vesuvius, Dobran, Neri, Todesco, Nature 10 February 1994
http://www.nature.com/…/journal/v367/n6463/abs/367551a0.html

“Il magma che alimenta il Vesuvio se ne sta tranquillo nel suo serbatoio profondo o sta risalendo? “E’ il magma che spinge e vuole salire a far tremare il suolo della Campania”. La tesi è di un vulcanologo napoletano, il professor Giuseppe Luongo, ex direttore dell’Osservatorio Vesuviano, che non condivide la diagnosi rassicurante fatta da un suo collega, Paolo Gasparini che descrive il vulcano come “un cono edificato dai prodotti eterogenei delle eruzioni, poggiato su un basamento di calcare che inizia a 2-3 chilometri di profondità”. Molto al di sotto, a circa 10 km, la tomografia sismica a tre dimensioni individua materiali fluidi, interpretati come il bacino magmatico che alimenta il vulcano. Nei limiti della tomografia, che non distingue masse inferiori a circa 300 metri di diametro, Gasparini precisa che “non si vedono altre sacche magmatiche sopra il bacino, cioè sopra i 10 km”. Luongo contesta queste interpretazioni e avanza l’ipotesi, rilevante per le implicazioni di protezione civile, che potrebbero esistere canali di risalita già colmi di magma, senza interruzione, dal bacino profondo 10 km, fino alle parti più superficiali, con dimensioni al di sotto del potere risolutivo della tomografia. “Il magma, per risalire in superficie, non dovrà vincere la resistenza di rocce rigide che lo sovrastano per uno spessore di 10 km, al contrario potrebbe trovare una facile via di risalita lungo i percorsi già occupati da masse a temperature elevata”. Questo scenario, aggiunge Luongo, “sarebbe compatibile con un quadro fenomenologico dei precursori meno appariscente di quello atteso”. Analizzare il passato può servire allora a immaginare il futuro.
Ed è proprio ciò che ha fatto il vulcanologo statunitense, Dobran, progettando il simulatore vulcanico globale. Si tratta di un modello informatico in grado di ricostruire le passate eruzioni del Vesuvio, per descrivere quelle future. Oltre ai dati storici nel computer vengono inseriti anche quelli sullo stato attuale del vulcano: l’attività sismica più recente, le emissioni di gas, i cambiamenti dei campi magnetici. “Abbiamo cercato di riprodurre al computer l’eruzione del 79 – dice Dobran – E il simulatore vulcanico globale, dopo aver analizzato i dati, ha disegnato uno scenario infernale: appena 20 secondi dopo l’esplosione il fungo di gas e ceneri incandescenti ha già raggiunto i 3 mila metri di altezza, da dove collassa lungo i fianchi del cono. Un minuto dopo, la valanga ardente si trova già a due chilometri dal cratere. In tre minuti ha già raggiunto Ottaviano, Somma Vesuviana e Boscoreale. In quattro minuti sono spacciate Torre del Greco ed Ercolano. Sessanta secondi dopo è la volta di Torre Annunziata”.
http://www.predazzoblog.it/previsione-scientifica-del-prof…/

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L’INCERTEZZA REGNA SOVRANA

Nel 2013 il capo del dipartimento della Protezione civile Franco Gabrielli (ex capo dei servivi segreti civili), in una conferenza stampa. “Non è una differenza da poco – ha sottolineato Gabrielli – avere un censimento preciso permetterebbe di calibrare ancora meglio le procedure di evacuazione che nel caso del Vesuvio, al momento, riguarderebbero 800mila persone e nel caso dei Campi Flegrei altre 400mila. Un’eventuale evacuazione anche via mare? Sino ad oggi si è pensato solo al trasporto su gomma, ma è un’ipotesi che non mi sento di escludere in partenza”. Certo, sarebbe un evento di proporzioni importanti, che proporrebbe una serie di problemi almeno in parte gestibili solo sul campo, nell’immediato, e che dal punto di vista dei costi richiederebbe un fondo molto cospicuo e, quasi inevitabilmente, un contributo dell’Unione europea”.
http://www.iconicon.it/…/eruzione-del-vesuvio-quello-che-l…/

Dopo decenni dall’elaborazione del primo piano di evacuazione ci si interroga se sia il caso prevedere la salvezza via mare. Plinio il Vecchio ci aveva già pensato 2000 anni fa e senza Protezione Civile.
La verità è che non si conosce neppure precisamente il numero presunto di persone da evacuare.

“Nel periodo 2001-2010, la popolazione residente nella provincia di Napoli è passata da 3.059.196 a 3.080.873 abitanti.”
“«Dopo l’ultima eruzione del 1944, la memoria storica sembra essersi persa e, con essa, la percezione del rischio. È perciò che l’espansione edilizia degli anni cinquanta e sessanta ha prodotto una smisurata espansione degli antichi centri abitati che non ha risparmiato, nella sua aggressione, la parte alta del vulcano. In tal modo si è formata una barriera di costruzioni, una moderna “corona di spine”» (Leone, 2005, p. 24), ulteriormente e intensamente infittitasi nei decenni successivi, fino a determinare una «confusione edilizia da cui è arduo dipanare la trama insediativa», dovuta – oltre che all’«antica origine del popolamento» e alla «“centralità” geografica» dell’area – al
«comportamento “distratto”» degli abitanti e a una «politica parimenti “disattenta” al corretto governo del territorio» (D’Aponte, 2005, p. 15).”
“Nuovi scenari di rischio nell’area vesuviana” Pesaresi, Scandone
Semestrale di Studi e Ricerche di Geografia Roma – XXV, Fascicolo 1, gennaio-giugno 2013
http://www.lettere.uniroma1.it/…/13%20-%20Nuovi%20scenari%2…

“Il Prof. Dobran non è il solo ad aver tratteggiato scenari da incubo. Qualche tempo prima, il vulcanologo giapponese Nakada Setsuya, a margine della XII conferenza mondiale dei geoparchi ospitata ad Ascea, nel Parco nazionale del Cilento, aveva affermato che l’eruzione del Vesuvio ci sarà, anche se non è possibile prevedere quando, e l’alta densità abitativa che si rileva ai piedi e sulle pendici del vulcano dovrebbe indurre le istituzioni a preparare un piano per gestire l’emergenza sismica ed eruttiva. Cose arcinote. Sono settecentomila – secondo la Regione Campania – le persone da evacuare in caso di risveglio del vulcano.
Le iniziative per il “governo del rischio vulcanico” ed i piani di emergenza non mancano o almeno così sembrerebbe dal gran chiacchierio che proviene dall’esclusivo club degli addetti ai lavori. Sin dai tempi, ormai remoti, del Programma Vesuvìa (2004), la Regione Campania ha individuato tre obiettivi prioritari da conseguire in un arco di tempo – fissato allora in un quindicennio – per ridurre il rischio vulcanico a livelli di accettabilità: la diminuzione della densità abitativa; il miglioramento delle vie di fuga e della mobilità intra ed intercomunale; l’educazione delle popolazioni alla convivenza col rischio.

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L’area di grande rischio

Di fatto, in due lustri si ricordano: il contribuito a fondo perduto di 30mila euro per l’acquisto della prima casa – dissoltosi in una palude di clientes, “interventi a pioggia” e stanziamenti mai visti – concesso dalla Regione di Bassolino per incentivare l’esodo volontario delle famiglie vesuviane verso zone non a rischio; tre esercitazioni per educare i cittadini di Somma Vesuviana., Portici e Trecase alle procedure da seguire nel caso di evacuazione preventiva degli abitati; una quantità d’immancabili e ben rimunerate commissioni di studio. Le simulazioni evidenziarono – e non era difficile immaginarlo – l’assoluta illusorietà dei piani predisposti dalla Protezione Civile. Lo stato delle infrastrutture si oppone, oggi come allora, a qualsiasi ipotesi di rapido abbandono degli abitati minacciati dall’eruzione.
La comunità scientifica innumerevoli volte ha detto e scritto che la riduzione del rischio vulcanico è in stretta relazione con la riqualificazione urbana dei centri storici, l’abbattimento dei manufatti edilizi degradati e/o di scarso valore, la ri-naturalizzazione del territorio ed il restauro del paesaggio, la costruzione di un adeguato sistema di mobilità e di vie di fuga.
Si era anche detto che i sindaci avrebbero dovuto svolgere nel processo di riqualificazione territoriale un ruolo centrale. In realtà, in circa dieci anni, la loro voce è stata flebile così come impercettibile quella delle popolazioni. Non una iniziativa dal basso per imporre alla Regione Campania, alla Prefettura, alla Protezione Civile un’accelerazione concreta nella definizione del piano strategico e delle modalità di attuazione. Oltre a mugugnare o a esorcizzare la paura col silenzio (il complesso dello struzzo) al momento nessuno sa cosa debba fare in concreto nel caso di una emergenza. Nessun primo cittadino ha mai avanzato la richiesta di poter adeguare al rischio sismico gli edifici della propria città. E poi ci si scandalizza degli annunci di apocalittiche quanto probabili eruzioni… Non è con gli scongiuri, né col silenzio che si restituisce la serenità a quanti vivono in simbiosi consapevole con lo sterminator Vesevo…

Il Piano di evacuazione è ancora in fase di elaborazione. La Commissione Nazionale Grandi Rischi-Settore Rischio vulcanico ha, solo recentemente, estesa l’area della “zona rossa” (Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant’Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Sebastiano al Vesuvio, San Giuseppe Vesuviano,
Fotografia originale a colori dell’Eruzione del Vesuvio del 1944, vista da Napoli

Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco, Trecase) inglobando in una “zona rossa 2” un vasto comprensorio nel quale si evidenziano elevate probabilità di crollo dei tetti degli edifici per l’accumulo di ceneri vulcaniche e lapilli (Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Nola, Pomigliano d’Arco, Scafati e le circoscrizioni di Barra, Ponticelli e San Giovanni a Teduccio del Comune di Napoli).
Ce ne hanno messo di tempo, ma alla fin fine hanno incluso i quartieri orientali di Napoli nel Piano di evacuazione. Quella VI Municipalità ove la “riqualificazione” urbanistica in corso creerà nuove residenze e polarità di attrazione, laddove con una felice e lungimirante intuizione si è costruito il mega “Ospedale del Mare” destinato a soppiantare gli obsoleti nosocomi “Loreto Mare”, “Ascalesi” e “San Gennaro”.
A chi può mai venire in mente, tra tanti progetti per la realizzazione del lido Caracciolo-Partenope, di ricordare alle autorità competenti che Napoli è assediata da tre caldere magmatiche (Somma-Vesuvio, Campi Flegrei ed Epomeo), priva di vie i fughe e con un patrimonio edilizio in larga parte degradato dall’incuria, duramente provato nella stabilità da ben oltre 130 bombardamenti dell’ultima guerra. I frequenti cedimenti strutturali ed i crolli di edifici o parti di essi del Centro storico lo dimostrano drammaticamente. E’ fin troppo facile anticipare cosa potrebbe accadere se fossero sottoposti a sollecitazioni sismiche pre-eruttive.”
http://ilnapoletano.org/2014/07/la-paura-ed-il-silenzio/
Il Piano della Protezione Civile è stato aggiornato nel 2013. “Questi aggiornamenti sono:
1. La nuova zona rossa è stata ampliata, comprendendo i territori di 24 Comuni e tre circoscrizioni del Comune di Napoli, a causa di un nuovo studio scientifico che indica che Barra, Ponticelli, San Giovanni a Teduccio, Palma Campania, Poggiomarino, San Gennaro Vesuviano, Scafati e Pomigliano d’Arco potrebbero anche essere sottoposti ai flussi piroclastici.
2. Settanta due (72) ore invece di 7 giorni adesso sono previsti per l’evacuazione della zona rossa. L’allontanamento è stato organizzato in due fasi, una prima che prevede lo spostamento della popolazione in aree di prima assistenza immediatamente esterne all’area rossa e gialla, e una seconda che prevede il trasferimento nelle regioni gemellate come previsto nel Piano del 1995. I mezzi scelti per l’evacuazione sono su gomma, mentre altri mezzi (treni e navi) sono tenuti come riserva strategica. La visione vecchia del Piano del 1995 dunque rimane: allontanamento della popolazione e distruzione della cultura vesuviana, evacuazione di massa quando il territorio sarà sottoposto ai terremoti, fattibile accoglienza dei vesuviani nelle aree di gemellaggio, rientro molto lento o proibito della popolazione evacuata, appropriazione del territorio abbandonato dai nuovi speculatori. L’allontanamento con i treni è stato sostituito con quello su gomma che è un miglioramento.
L’aggiornamento del Piano non specifica:
(1) Sulla base di quali parametri dell’attività vulcanica o altri elementi si prenderà la decisione per l’evacuazione 72 ore in anticipo?
(2) Come gestire il traffico di esodo quando gran parte del territorio potrebbe essere sottoposto a scosse continue che produrranno crolli di case nelle vie delle città e crolli di ponticelli sulle strade principali dell’esodo come l’autostrada A3? Basta pensare cosa accade oggi nell’area vesuviana quando piove per avere un’idea di che cosa accadrà durante un esodo di massa. È difficile giustificare un’evacuazione di 600.000 milla persone in due o tre giorni in stato di rabbia e probabile panico attraverso un territorio con piú di un millione di persone quando questo territorio è sottoposto ai terremoti e movimenti del suolo.
3. I livelli di allerta per il nuovo Piano non sono migliorati, visto che anche oggi il passaggio da un livello di allerta al successivo corrisponde ad un aumento progressivo della probabilità di riattivazione eruttiva del vulcano. Il passaggio dal livello base al livello di attenzione richiede che due dei parametri monitorati superino i valori ordinariamente registrati di almeno due volte le incertezze associate a questi dati. Per i livelli di allerta superiori la valutazione dovrà essere basata sull’analisi in tempo reale dei parametri monitorati da parte degli esperti . Secondo la Protezione Civile la definizione di specifiche soglie predeterminate, superate le quali si attivano automaticamente i vari livelli di allertamento, è operazione complessa e delicata. Questi dichierazioni sono presi dal documento redatto dall’Osservatorio Vesuviano e consegnato alla Protezione Civile il 26 Aprile 2012. (Scenari Eruttivi e Livelli di Allerta per il Vesuvio ) Le domande cruciali riportate nella recensione del piano del 1995 dunque rimangono: Sulla base di quali parametri dell’attività vulcanica si darà l’ordine per l’evacuazione? Quali potrebbero essere le consequenze di questi ordini? Un falso allarme potrebbe drenare risorse significative del paese e un tardivo allarme potrebbe produrre una catastrofe.
4. La Protezione Civile è chiara quando specifica che la partecipazione dei comuni e degli enti territoriali all’attività di pianificazione è essenziale: il Piano nazionale di emergenza potrà diventare uno strumento realmente operativo solo quando i criteri e le strategie generali troveranno applicazione in specifici Piani locali. Il Piano Nazionale di Emergenza dell’Area Vesuviana è quindi solo una guida per i vesuviani, perchè solo loro saranno responsabili per utilizzare questo percorso per salvaguardare il loro futuro. Fino a che questa responsabilità non viene concepita da parte della popolazione sotto il vulcano non ci sarà un progresso civile che riporta alla riduzione del rischio nel territorio. Questo è già stato accennato 18 anni fa nell’ultimo paragrafo nella recensione del Piano del 1995.”
Recensione del 6 Dicembre 2013 a cura del GVES http://www.gvess.org/pianovesuvio.html

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INFORMAZIONE CONTRADDITTORIA MA LA NATO CAMBIA SEDE

Mentre in Italia i media tranquillizzano secondo la Protezione Civile o lanciano le notizie dall’estero più allarmistiche per acchiappare click, “la TV di Toronto CP24 ha sottolineato, nella sua trasmissione della durata di circa 90 minuti, su quanto è importante realizzare in tempi brevissimi un piano di evacuazione almeno secondo il professore Flavio Dobran. Con toni allarmistici ha definito l’eruzione del Vesuvio come oramai “imminente” rifacendosi ad un suo studio di due anni fa.
Per il giornalista canadese, i mass media italiani non forniscono un’informazione realistica del rischio nell’area vesuviana. In particolare l’informazione è carente sulla debolezza del Piano di Evacuazione del Vesuvio per gli aspetti sociali, culturali e ingegneristici, nonché sulle strategie alternative per la gestione del rischio che non prevedono la deportazione della popolazione. L’inaffidabilità del Piano di Evacuazione del Vesuvio oggi rappresenta il principale ostacolo per rendere il territorio vesuviano sostenibile: per loro l’Osservatorio Vesuviano di Napoli ha la responsabilità istituzionale del monitoraggio del Vesuvio. Però, l’Osservatorio, che sostiene la strategia del Piano di Evacuazione del Vesuvio, ha perso la sua indipendenza ed è controllato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) con sede a Roma. La perdita di indipendenza da parte dell’Osservatorio ha destato grande preoccupazione ed è stata contestata, senza successo, dagli scienziati napoletani. Addirittura qualche mese fa, il commissariamento fu oggetto di un’interrogazione Parlamentare proprio per accendere i riflettori sulla questione e capire come viene fatto il monitoraggio.”
http://www.retenews24.it/scienziati-usa-vesuvio-sta-esplod…/

“Riguardo alla chiusura della base NATO di Bagnoli la stampa ha preferito parlarne con un retrogusto poetico, concentrandosi maggiormente sulla vista “di Capri e Posillipo” che sarebbe mancata ai militari una volta rientrati in patria. Ed è di queste vedute pittoresche capaci di sollecitare l’emotività degli americani, che ha preferito dissertare l’Huffington Post Italia, “giornale sponsorizzato da ENI” che di trivelle se ne intende abbastanza, come ci ricorda la Professoressa D’Orsogna nel suo blog.”
http://news.you-ng.it/…/6693-la-catastrofe-da-un-milione-d…/

E’ solo una coincidenza che il Comando Nato Sud Europa, Joint Force Command, sia stato trasferito nel 2012 da Bagnoli, dopo un’attività di 59 anni, a Lago Patria?
Bagnoli ricade all’interno dei Campi Flegrei distante 25Km dalla cima del Vesuvio mentre la nuova sede NATO è situata a 34Km, dieci chilometri a nord-ovest della precedente collocazione.
http://www.grnet.it/…/4416-la-nato-dopo-59-anni-lascia-bagn…

Tenendo conto dei calcoli probabilistici sulla direzione dei venti, la decisione di trasferirsi a nord-ovest è quella ottimale, in quanto l’indice è tra lo 0,82 e 0,96 %. Per avere un raffronto, lo scenario “avelliniano” si pone tra 7,04 e 13,25; mentre quello “pompeiano” tra 13,25 e 17,16 %.
http://www.unige.ch/…/Riskm…/Program/CERG_4Nov11_Barberi.pdf

La domanda iniziale resta. Stante l’impegno finanziario per accogliere, mantenere e inserire, centinaia di migliaia di “migranti” (in realtà almeno il 70% costituito da robusti giovani che impegnano il sistema sociale italiano), per una cifra superiore ai 3mld di euro/anno, con cosa salveremo i nostri connazionali della Campania?

“IL SUPER VULCANO” [il vesuvio e i campi flegrei, Napoli a rischio]
https://youtu.be/tJEJcJ-M1e0

Eruzione del Vesuvio 1944
https://youtu.be/w5tw59C7uiY

Vesuvio, la grande eruzione del del 79 d C – Video grafica 3D
https://youtu.be/CeGmCeSanU0