CLIMATEMONITOR.IT: Clima e ricerca, non solo CO2

 

 

 

Postato il 1 giugno 2015 sul Climatemonitor.it
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Il gran parlare di vicende climatiche di questi ultimi anni ha senz’altro un lato positivo, anche se i toni della discussione sono spesso eccessivamente drammatici. C’è stato, indubbiamente, un enorme impulso alla ricerca, che se inizialmente è stata limitata ad una visione nettamente antropocentrica, con la CO2 nel ruolo di protagonista principale, ora sembra stia tornando a orientarsi verso una visione più ampia e più confacente alla realtà. Non passa giorno infatti, senza che escano nuovi studi sul contributo della variabilità naturale alle dinamiche del clima.

Il motivo è semplice, la visione CO2-centrica su cui si basano le proiezioni di disastro climatico imminente, si sta rivelando sempre più sbagliata, sempre più lontana dalla realtà. Non solo sono tre lustri e passa che la temperatura media superficiale ha smesso di crescere, ma il mondo descritto dalle simulazioni, qualcuno dovrà pur dirlo prima o poi, non ha mai iniziato ad esistere.

Ecco quindi lo studio di cui parliamo oggi:

Ocean impact on decadal Atlantic climate variability revealed by sea-level observations

Si parla di Oceano Atlantico, della sua temperatura di superficie e delle modalità della circolazione oceanica che guida gli scambi di calore tra le basse e le alte latitudini: l’AMOC (Atlantic Meridional Overturning Circulation).

La prima firma di questo articolo uscito su Nature è responsabile di un progetto di osservazione della circolazione oceanica atlantica che si chiama RAPID e che raccoglie dati da dieci anni. Pochi per la verità, specialmente per la scala climatica. Sicché, per avere delle serie storiche più corpose, gli autori sono andati a cercare dei dati di prossimità (o vicari) nelle oscillazioni del livello del mare dei sensori mareografici della costa est degli Stati Uniti. E hanno trovato conferma di alcune cose interessanti.

Innanzi tutto, la conferma della dipendenza delle oscillazioni a scala decadale dell’AMOC dalla forzante atmosferica, che nell’Atlantico settentrionale è individuata dalla NAO, ossia dall’indice derivato dalle serie storiche della pressione atmosferica sulle Isole Azzorre e sull’Islanda. Poi, per tradurre il tutto in termini di impatto di queste variazioni, è stato confermato il collegamento con l’innalzamento del livello dei mari sulla costa est degli USA, con le siccità nella zona del Sahel e con la piovosità sull’Europa nordoccidentale. Tutte cose, forse val la pena ricordarlo, la cui occorrenza è stata a più riprese collegata ad un non meglio specificato disfacimento climatico di origini antropiche.

Ma non è questo il succo del discorso, benché veder finalmente assegnato il giusto ruolo alle dinamiche naturali nel contesto di un clima che non ha mai smesso di cambiare, quanto piuttosto il fatto che nel pur breve periodo di osservazione del progetto RAPID, pare sia visibile una fase di declino dell’AMOC, cui si associa un minor trasporto di calore verso nord, la cui conseguenza diretta è una diminuzione delle temperature attesa per le prossime decadi. Avete letto bene, si parla di diminuzione delle temperature. Ma dove è finito il global warming?

Di questo paper, se siete interessati, si parla anche su Science Daily e su WUWT. In particolare su SD il primo autore del paper nel parlare di risposta dell’AMOC alla forzante atmosferica fa riferimento alla posizione latitudinale del getto polare, qualcosa di cui su queste pagine parliamo da un bel po’. Meglio tardi che mai.