Città più calde delle zone rurali, ovvio, ma fino a un certo punto

Città più calde delle zone rurali, ovvio, ma fino a un certo punto

Posted on 28 agosto 2015
Articolo di Guido Guidi

Originale: http://www.climatemonitor.it/?p=38798

 

UHI

L’effetto isola di calore urbano, tecnicamente UHI (Urban Heat Island), esiste e lotta insieme a noi. O, nella fattispecie, contro di noi. Esistono conoscenze consolidate che vedono nella modifica dello stato del suolo, da libero a coperto di asfalto o cemento con un bilancio diverso tra calore assorbito e riemesso, nonché nell’edificazione intensiva di strutture che limitano la circolazione dell’aria nei bassi strati, l’origine di una sostanziale differenza di temperatura tra le aree urbane e quelle rurali. Si stima che siano sufficienti 500m di raggio della cinta urbana per annullare quasi del tutto il ricambio d’aria, naturalmente in assenza di vento.

Ma, ci spiegano gli autori di un paper di recente pubblicazione su Enviromental Research Letters e ripreso da Science Daily, uno dei fattori chiave per dare ampiezza o meno a questa differenza è la presenza di vegetazione. Il vapore acqueo rilasciato in atmosfera dalle piante con l’evapotraspirazione, raffredda le temperature a livello locale alla stregua di quanto avviene nel corpo umano con la sudorazione. Più piante nelle aree urbane, equivale a sommare più effetti locali ottenendo un risultato che diviene areale e che consiste in una mitigazione degli effetti dell’isola di calore. Lo studio è questo qui sotto.

Impact of urbanization on US surface climate 

Il lavoro, si evince dal titolo, è riferito al territorio degli Stati Uniti, che certo non difetta al contempo di urbanizzazione intensiva e di aree rurali a bassissima densità di popolazione. Dai loro calcoli i ricercatori hanno tratto un’informazione di tutto rilievo: nella stagione calda la differenza di temperatura – al netto di trend sottostanti di altra natura – tra aree urbane e aree rurali è di circa 1,9°C, mentre nella stagione invernale il delta si ferma a 1,5°C. Il dato è frutto di una media su tutte le aree esaminate, tra le quali, in modo forse controintuitivo, compaiono anche aree urbane con effetto UHI di segno opposto, ovvero raffreddante. Sono le città costruite nel deserto, dove la pur poca vegetazione inserita ha un effetto comunque positivo su suoli che tra la polvere del deserto e la superficie altamente assorbente degli asfalti e del cemento vedrebbero invece poca differenza.

Così, abbiamo scoperto l’ovvio, cioè che progettare città tenendo a mente la necessità di dotarle di polmoni le renderebbe più vivibili. Purtroppo, pare che ultimamente siamo così impegnati a pianificare per il futuro, da non essere in grado di pianificare per il passato, quando per esempio nel sud Italia le case avevano i tetti bianchi per riflettere più radiazione solare possibile.

Ora il meno ovvio. La mappa qui sotto è tratta dallo studio e rappresenta la differenza di cui sopra sul territorio degli USA.

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Sotto ancora, invece, una mappa con la distribuzione della popolazione sullo stesso territorio (in legenda ci sono le diverse etnie ma quel che importa è il valore assoluto). Le due ‘densità’ differenza termica e popolazione coincidono perfettamente. Siamo ancora nel campo dell’ovvio.

census-data-map

Ora, ancora un passo in giù, verso la mappa della distribuzione sul territorio USA delle stazioni meteorologiche. E’ un estratto della mappa della copertura giornaliera dei dati di analisi del modello del Centro Europeo per le Previsioni a Medio Termine, l’originale è qui:

USA-stations

La densità della copertura dati scende dove c’è meno popolazione, dove ci sono meno aree urbane. Anche questo è ovvio, perché le stazioni di osservazione hanno bisogno di logistica, quindi ce ne sono di più dove è più comodo metterle.

Mi domando però se nel processo di omogeneizzazione dei dati osservati del GISS della NASA (da cui proviene anche questo studio sulla vegetazione urbana) si sia provveduto a sottrarre, magari tenendo conto del progressivo accrescimento dell’urbanizzazione nel tempo, i quasi 2°C estivi o 1,5°C invernali dalle osservazioni delle stazioni urbane, cioè da una buona parte di quelle che ci sono sul territorio. E non c’è ragione di ritenere che la stessa cosa non valga anche per le aree urbane del resto del mondo. Sì, lo so molti scienziati dicono di tener conto con la post-elaborazione statistica e i processi di correzione dei dati grezzi dell’effetto UHI e di aver valutato che questo non influenza il trend di riscaldamento generale attribuito all’accrescimento della concentrazione di CO2. Ma forse visto che si parla di 1,5-1,9°C (con punte di 3,3°C), il doppio o anche il triplo degli 0,7°C di cui sarebbe responsabile l’anidride carbonica, forse è lecito farsi venire qualche dubbio. E, soprattutto, gli autori di questo studio, che pure non mancano di inserire nel loro lavoro un disclaimer con cui separano la loro ricerca dal contesto del climate change per non tirarsi dietro gli strali del consenso scientifico, dicono anche di essere stati i primi a pesare questo effetto su scala areale e su un territorio vasto come quello degli USA. Un territorio che per densità dei dati disponibili e per le sue dimensioni, pesa non poco nel computo delle medie globali e pesava ancora di più in passato, quando nel resto del mondo, Europa a parte, la densità delle osservazioni era largamente inferiore.

Certo, un po’ di global warming da CO2 ci sarà comunque, ma quanto di questo piuttosto non potrebbe essere la somma di questi ‘ovvi’ local warming?

Addendum

A proposito di tetti bianchi o, nella fattispecie verdi perché coperti di vegetazione, c’è un interessante anche se vagamente melodrammatico editoriale sull’ultimo numero di Nature dove l’argomento viene sviscerato. Al redattore però deve pare sia sfuggita del tutto questa nuova pubblicazione. Lo trovate qui.